Esperienza missionaria 2011 in Kenya

//Esperienza missionaria 2011 in Kenya

Esperienza missionaria 2011 in Kenya

Quattro settimane nella Holy Family Parish di Siongiroi, nella diocesi di Kericho in Kenya. I giovani volontari hanno fato l’esperienza della vita quotidiana del villaggio e il percorso missionario con i bambini della Holy Family Siongiroi School. Abbiamo realizzato vari progetti a favore della popolazione locale.

Diario dell’esperienza

4 – 5 agosto

Siamo partiti la mattina del 4 agosto 2011 da Nichelino, destinazione Siongiroi. Il lungo viaggio intercontinentale è trascorso in maniera tranquilla, allietato anche da momenti particolari come la visione delle piramidi durante l’atterraggio a Il Cairo. Giunti a Nairobi, incontriamo Daniela, che era già partita ad inizio luglio, e Padre Christopher, accompagnato da un aiutante alla guida del matatu, il pulmino che utilizzeremo per raggiungere Siongiroi. Christopher ci propone di fare una pausa di alcune ore presso il Convento delle Suore dell’Assunzione. Mentre ci avviciniamo, notiamo molti cartelloni pubblicitari di stile occidentale che spiccano ai lati delle strade e, sotto di essi, decine di persone che camminano, alle 4.30 del mattino, verso il posto di lavoro; a domanda diretta, Christopher ci risponde che quelle persone si alzano così presto perché non hanno la macchina. È questo il nostro primo impatto con la quotidianità di questo posto. Il matatu e l’automobile sono stracolmi di bagagli e persone. Alcuni fra noi chiamano questo modo di viaggiare “5×20”, non è difficile intuire perché. Giunti al Convento, Christopher ci chiede di dire i nostri nomi e qualche parola di presentazione. Scopriremo presto che questa sarà una costante delle nostre giornate, insieme alla consapevolezza che in Africa il tempo non esiste: solo dopo molte ore raggiungeremo la nostra destinazione finale, Siongiroi.

Non facciamo in tempo a scendere dal matatu che un eterogeneo gruppo di persone (anziani, donne, bambini…) inizia a cantare e ballare. Christopher ci dice che queste persone sono qui ad aspettarci da quasi 8-10 ore perché vogliono darci il karibuni, il benvenuto; molte fra esse sono venute sino a qui a piedi da molto lontano. Posiamo i bagagli e ci lasciamo coinvolgere dalla loro allegria: stringiamo mani, ricambiamo sorrisi gratuiti, alcuni fra noi accennano anche qualche passo di danza. Sempre con il canto, veniamo accompagnati sino ai piedi della casa che ci ospiterà, dove ci sediamo all’aperto su una decina di sedie poste a semicerchio; mentre ci guardiamo intorno, è impossibile per noi non notare che tutti i presenti ci stanno scrutando con curiosità. Christopher sostiene che alcune fra queste persone, in particolare i bambini, non hanno mai visto un muzungo (uomo bianco). Quando il canto cessa, un uomo ed una donna ci danno il benvenuto a nome della Comunità; in particolare la donna ci invita a sentirci come se fossimo a casa nostra e l’uomo ci regala, sulla base della nostra ora di nascita, un nome africano per ciascuno (Chelangat, Kiprotich, Chepkoech…). Dopo che Enrico e Jola hanno ringraziato i nostri ospiti, questi ci chiamano ad uno ad uno regalandoci delle uova ed una coperta a testa. Avremmo voglia di proseguire a lungo questa inattesa cerimonia di benvenuto, perché quegli sguardi che ci scrutano, che solo pochi minuti fa ci mettevano in imbarazzo, ora sembrano abbracciarci ad uno ad uno; in particolare gli sguardi dei c.d. “fiori d’Africa”, i bambini;  Christopher però ci ricorda che ormai il sole è tramontato e che queste persone debbono tornare ciascuna alla propria casa, così la cerimonia viene sciolta. Dopo la cena, sistemiamo le stanze ed andiamo tutti a dormire sotto le zanzariere: la stanchezza è tale che il sonno ci coglie tutti veloce.

6 agosto

Il sonno ristoratore ci ha restituito le energie: ci scopriamo tutti impazienti di finire la colazione per poter andare ad incontrare i bambini della scuola. Ma prima di descrivere questa esperienza, una piccola curiosità: qui a colazione si mangiano fegato, patate, ananas, anguria, uova… e se proprio volete il latte, sarà latte di capra. Per andare alla scuola, percorriamo una strada sterrata, ma definirla “strada” è tanto; in confronto, quella per la Maison des Chamois è una autostrada! Christopher ci confida che quando piove essa diviene impraticabile, ed in effetti è piena di buchi, fango, e ostacoli vari… Ai lati della strada vediamo, tra alberi e cespugli di un paesaggio misto di savana e foresta (siamo a 30’ d’auto dal Masai Mara), le tipiche capanne di fango; da ogni dove ci vengono incontro i bambini, che giocano spingendo le camere d’aria delle biciclette, e le caprette. Christopher ci fa fare un breve giro mostrandoci i progressi delle costruzioni iniziate l’anno scorso (la chiesa, la scuola, la cisterna di raccolta dell’acqua piovana) ed indicandoci le baracche in cui vivono i 600 bambini ci svela che sta già progettando di costruire un dormitorio per essi. Mentre ascoltiamo le parole del sacerdote, di lontano si sente il canto dei bambini che ci stanno aspettando; è un canto così forte che più ci avviciniamo più esso ci emoziona; quando arriviamo alla porta d’ingresso, quasi abbiamo paura d’entrare.

“Benvenuti, vi stiamo aspettando da tanto tempo…” Christopher traduce per noi le parole del canto e ci dice di sederci di fronte all’assemblea. Anche questa volta la cerimonia consiste nella presentazione del nostro gruppo, ma presentarsi per alcuni fra noi, inizialmente, è più difficoltoso perché dobbiamo parlare in inglese di fronte a centinaia di persone; i canti e gli sguardi dei bambini ben presto fanno però sciogliere anche i più timidi. Alla fine dell’incontro ci diamo appuntamento per l’indomani, ma quasi ci dispiace andare via: è incredibile come questi bimbi ci mangino con sguardo di gioia! Andiamo poi a Kericho, dove ci attende il vescovo per la celebrazione della messa all’aperto. Essa si rivela essere molto tradizionale, nel senso “africano” dell’espressione: ricca di canti, di balli, di vita! È proprio entusiasmante. I bambini ci osservano con curiosità; alla fine capiamo che desiderano intensamente essere fotografati. E quando uno fra noi fa “l’errore” di mostrare sullo schermo LCD le fotografie fatte, i bambini scoppiano a ridere e sembrano impazzire di gioia; la nostra messa è di fatto finita perché in moltissimi vogliono venire fotografati. Ci incontriamo infine con il vescovo, che ci dà il benvenuto nella sua diocesi e la benedizione in lingua swahili. Anche lui “ci aspettava” (le genti del luogo hanno pregato per noi durante le messe da diversi mesi). Durante il pranzo “veloce” (all’africana…) sotto un albero scambiamo due parole con suor Martina, di provenienza bresciana, che lavora a Kericho da 20 anni e che ci invita a tornare a trovarla fra qualche giorno. Rientrando verso casa, ci accoglie un tramonto ricco di colori accesi. Scendiamo quindi dalle macchine per gustarci l’attimo e fare qualche fotografia. Dopo cena, concludiamo la giornata preparando i canti per la messa di domani: saremo infatti ufficialmente presentati alla Comunità della Parrocchia Holy Family.

7 agosto

Se ci avessero detto cosa ci attendeva oggi, non ci avremmo creduto: non ci sono parole sufficienti a descrivere la giornata che abbiamo vissuto! Proveremo però a condividere con voi le emozioni che abbiamo ancora sulla pelle, perché meritano davvero di venire raccontate! La cerimonia è durata circa 5 ore, eppure – credeteci – ci è dispiaciuto quando è finita! Mai avevamo assistito ad una celebrazione dell’eucarestia così partecipata e così ricca di gioia, gioia di pregare insieme Gesù! Abbiamo incontrato un significato nuovo della parola “cantare”. Tutto attorno a noi si udivano sì canti di inno a Dio, ma non canti sussurrati o recitati timidamente, come tante volte ci era capitato di sperimentare nelle nostre chiese, bensì canti vissuti con un entusiasmo che mai nessuno fra noi aveva sperimentato prima: se la messa deve essere una festa in cui incontri Dio, oggi abbiamo vissuto la festa più bella della nostra vita!

Anche noi – come gruppo di italiani – abbiamo portato un (piccolo) contributo canoro a questa festa: Nitakwenta (un canto swahili che sorprendentemente non conoscevano e che hanno subito voluto imparare), l’Alleluia delle lampadine e Kumbaia. Ma i veri protagonisti di questa festa sono stati i bambini africani, che per ore ed ore hanno allietato la Messa con canti e danze di rara bellezza. E’ incredibilmente facile venire coinvolti, a livello di emozioni, da queste persone, infatti ad un certo punto esse sono venute a prenderci per mano e ci hanno portato di fronte all’altare a ballare insieme ad esse i loro balli tipici. Mentre i ragazzi del nostro gruppo erano impegnati a documentare l’evento (a parte troverete, al nostro ritorno, video e fotografie) le ragazze hanno ballato insieme alle giovani donne. Nella chiesa si respirava una gioia indescrivibile mentre i mzungu (i bianchi) stavano al gioco e si lasciavano coinvolgere dai ritmi africani. Quando la Messa è quasi finita, ci hanno dato il benvenuto ufficiale. Ci aspettavamo che avremmo dovuto di nuovo parlare in inglese di fronte a così tante persone, invece Padre Christopher ed i suoi collaboratori hanno preso dieci sedie, le hanno messe di fronte all’altare e poi ci hanno fatto sedere. Quindi, mentre i canti divenivano sempre più forti e coinvolgenti, la donna che due giorni fa aveva fatto, al nostro arrivo, il discorso di benvenuto, ci ha chiamati ad uno ad uno per darci un dono. Il primo fatto alzare è stato Serafino, seguito a breve da Renato e da Enrico: ai ragazzi la Comunità ha regalato un bellissimo vestito tradizionale africano (un mantello dai colori assai vivaci, fra cui spicca il rosso, più un bastone chiamato Chibunyo). Serafino, Renato ed Enrico sono quindi stati avvolti in questo abito tradizionale, muovendo a ritmo di musica il Chibunyo, mentre la gente applaudiva entusiasta. La cerimonia si è poi ripetuta per le ragazze, a ciascuna delle quali è stato regalato un pezzo di stoffa dai colori sgargianti, con delle frasi in lingua swahili, chiamato Kanga. A questo punto si sono fatte avanti le donne anziane, offrendo il maziwa lala (che corrisponde al latte cagliato italiano) e l’ugali (polenta di colore scuro). Dopo la conclusione della cerimonia, lentamente, stringendo decine e decine di mani, siamo andati sino in una delle classi della scuola lì adiacente a fare pranzo. Concluso questo, Christopher ci ha detto: “Siete liberi di andare fuori, fra i bambini. Se siete stanchi, potete anche non andare”. Noi siamo andati, ed è successo l’indescrivibile. Ciascuno di noi è stato “adottato”, o faremmo meglio a dire “rapito fisicamente”, da un gruppo di bambini (40-50 a testa). Abbiamo risposto a tantissime curiosità sulla nostra vita e sul luogo da cui provenivamo; abbiamo scattato decine di fotografie, ogni volta mostrandole sullo schermo LCD (ed ogni volta ce ne chiedevano ancora una, ancora una…); sono letteralmente impazziti di gioia quando li abbiamo ripresi con la funzione video e si sono rivisti come in un film; ci hanno toccato in continuazione: ci hanno preso le mani, tenendole strette per non farci allontanare; ridendo hanno tirato alle ragazze i capelli, ai ragazzi i peli delle braccia, perché loro non hanno peli e capelli così lunghi; ci hanno abbracciati, persino strattonati, seppur sempre con affetto, ci hanno dimostrato la gioia fisica di averci lì con loro. Mai nessuno di noi era stato così travolto da un altro essere umano, ed oggi ciascuno di noi ha ricevuto in dono 40-50 esseri umani a testa. Sono state solo 2 ore di incontro, ma 2 ore così intense che quando sono finite eravamo tutti esausti fisicamente, anche se con la gioia viva nel cuore. Non sappiamo se con queste semplici parole siamo riusciti a descrivervi quello che abbiamo provato oggi, ma possiamo concludere il nostro racconto dicendo che qui in Africa si comprende il senso autentico dell’espressione “E’ più bello insieme, un dono grande è l’altra gente”. In questi attimi in cui stiamo scrivendo, Christopher ci dice, a conferma di come tutto ciò sia stato reciproco, che le persone che abbiamo incontrato oggi hanno detto di noi: “Dio è venuto a stare in mezzo a noi”.

8 agosto

Oggi primo giorno di “lavoro” ufficiale con i bambini della Parrocchia Holy Family. Ci aspettano alle ore 10 nel prato antistante la parrocchia, perfettamente schierati. Questa è una peculiarità che ci ha colpito molto: i bambini di qui non solo trasudano entusiasmo da ogni poro, ma sono educati e rispettosi in una maniera sorprendente. Per fare un esempio, basti dire che ad alcuni fra noi è toccato in sorte un gruppo di 208 bambini per 3 soli animatori, eppure non c’è stato nessun problema di gestione. I primi bambini che abbiamo incontrato sono stati i bambini dai 4 agli 8 anni di età (per un totale di 107 bambini). Ad essi si sono accompagnati Enrico e Suor Jola, che li hanno impegnati a colorare. Con stupore, abbiamo scoperto che questi bambini non avevano mai visto in vita loro un album per colorare e persino dei semplicissimi colori, ragion per cui l’attività proposta ha avuto un grande successo. Il secondo ed il terzo gruppo (rispettivamente, 208 bambini di 8-10 anni e 150 bambini di 10-12 anni di età) sono stati impegnati nei tradizionali giochi da oratorio: fra i tanti, hanno suscitato il loro entusiasmo la corsa coi sacchi, mosca cieca, il gioco del fazzoletto, la piramide umana e i buns. I momenti più divertenti di tali giochi sono stati quelli in cui noi mzungu ci siamo lasciati coinvolgere ed abbiamo partecipato insieme a loro.

Il quarto gruppo (35 adolescenti) era composto da sole ragazze, le quali ci hanno stupito con le loro abilità tecniche: arrivati qui noi per insegnare a loro a creare una “pigotta”, le abbiamo viste in poche ore produrre delle bambole molto più belle di quelle che noi avevamo imparato a fare in tutti questi ultimi mesi: abiti ed acconciature (anche tradizionali), queste bambine africane hanno una fantasia ed una manualità invidiabili. Come premio, al termine del laboratorio le abbiamo fatte giocare ad anfora, gioco con cui si sono divertite moltissimo. Un altro momento simpatico della giornata è stato dato dal tempo che abbiamo trascorso insieme nelle loro classi: ci hanno spiegato che cosa studiano, ci hanno mostrato con fierezza le loro poverissime aule e si sono divertiti, insieme a noi, a giocare a tradurre parole e frasi in inglese, italiano e kiswahili. Alcuni fra noi si sono seduti fra i banchi per assistere insieme a loro ad una vera lezione di kiswahili. Al termine dell’incontro nelle classi, suor Jola e Padre Christopher sono passati a donare una penna per ciascuno studente. È stato bello vedere come questi bambini fossero felici persino nel ricevere così poco (molti fra essi se la sono portati dietro tutto il giorno). Il pomeriggio è stato più libero: a giochi tradizionali come calcio e pallavolo si sono alternati momenti di ilarità e scherzo, come quando alcuni fra noi animatori hanno incitato i bambini “contro” gli altri animatori, facendoli impazzire con soprannomi ripetuti mille volte (Bubu, Mustafa) o sommergere di abbracci e di baci.

9 agosto

Welcome you welcome, Welcome you today, We have been waiting for a long long time…

Anche questa giornata è stata ricca di momenti gustosi. Fra i tanti, ci piace condividere con voi la gimkana, cui i bambini hanno partecipato con entusiasmo (corsa dei sacchi, corsa con le gambe legate, slalom, salto del bambino, …) andando in visibilio quando gli animatori italiani hanno sfidato i professori, e le grida “Kenya, Kenya”, “Mustafa”, “Bubu” si sono sentite sino al mercatino di Siongiroi; la piramide umana, riuscita a livello 5 e 7 e 9 e crollata a livello 11; per i più piccolini, il gioco del pinguino ed una partita a pallone nella quale il pallone non si è visto mai (sembrava più una partita di rugby). Le adolescenti invece hanno imparato a costruire le pigotte partendo dall’inizio (ieri avevano completato quelle iniziate da noi in Italia). Alla sera abbiamo sperimentato per la prima volta il cinema all’aperto (sotto le zanzare) con i bambini che abitano nelle capanne vicino alla casa di Padre Christopher; sono più timidi e riservati dei bambini della scuola, ma “Il Re Leone” è piaciuto. Al di là di “cosa” abbiamo fatto oggi, però, quello che vogliamo condividere è la sensazione di confidenza che di giorno in giorno si va sempre più rafforzando coi bambini. Alla reciproca curiosità iniziale si va sostituendo quella che ormai è una vera e propria complicità. In tal senso, è da ricordare, oggi, il momento in cui, alla fine della Messa e della prova canti, noi animatori abbiamo intonato “Welcome you welcome”, la canzone con cui ogni giorno i bambini ci danno il benvenuto; prima sono rimasti felicemente stupiti che l’avessimo imparata, poi hanno iniziato a cantarla insieme a noi. Qui dal Kenya anche oggi è tutto: lala salama (buona notte)!

Welcome you welcome, Welcome you today, We have been waiting for a long long time. Life is so dear, Which is so happy, We hope everything is going to be fine.

10 agosto

La giornata di sister Jola, unica sopravvissuta alla serata cinema all’aperto di ieri, è iniziata alle 6:20, quando Padre Christopher l’ha svegliata per chiederle di andare con lui alla Messa delle 7:00 (qui i bambini iniziano la giornata intorno alle 5:00) e di fare la predica al posto suo. Per quanto bramassimo di salvare sister Jola dall’incombenza capitatale, noi tutti ci siamo sacrificati rimanendo ciascuno nel proprio letto sino alle ore 8:00.

Mwili wa Kristu (Il corpo di Cristo)

In commento alla odierna festa di San Lorenzo martire, sister Jola ha predicato che essere martire non significa solo morire per la Fede, ma vivere appieno la propria Fede anche nei semplici gesti quotidiani; ad esempio – ha raccontato ai bambini – durante la sua precedente esperienza missionaria in Camerun un bambino poverissimo, che non aveva nulla, rinunciava al poco che aveva (frutta, verdura) per regalarlo a lei. Per conseguenza, al pomeriggio una bambina ha portato un pomodoro a Sonia! Alla scuola di Siongiroi, oggi, abbiamo giocato a calcio: i bambini più piccoli e le ragazze per divertimento, i ragazzi per scegliere i giocatori migliori in vista della sfida contro la rappresentativa di un’altra scuola che si svolgerà nella giornata di sabato, in occasione della quale doneremo ai bambini le divise del Don Bosco. Al pomeriggio abbiamo proiettato presso la scuola “Il Re Leone” per i bambini più piccoli. Suor Jola ed Enrico, nel frattempo, si erano recati in mattinata in un paese vicino, in una delle 26 succursali della parrocchia di Siongiroi. Sister ed Enrico hanno incontrato i bambini di questa scuola, di età dai 5 agli 8 anni, poverissimi. Questi bambini non hanno neppure dei libri di testo, ma si limitano a scrivere sui propri quaderni quanto spiegato dai professori. Timidissimi, hanno apprezzato i libri per colorare, le porte per il mini-calcio e il pallone che Jola ed Enrico hanno lasciato loro in regalo. Per quanto stamani ci fossimo svegliati, per la prima volta da quando siamo qui, con un cielo senza nuvole, qui in Africa niente Notte di San Lorenzo, in quanto ora fuori piove. Padre Christopher è andato a portare Daniela nell’ospedale in cui presterà la sua opera di volontariato due giorni a settimana e ci ha appena informati telefonicamente che laggiù vi è un nubifragio in corso, per cui rimarrà all’ospedale per la notte (qui le strade di terra con la pioggia divengono fiumi di fango). Da Siongiroi anche per oggi tutto. Mungu akubariki (Dio vi benedica).

11 agosto

La mattinata ha visto il ritorno di Padre Christopher e, purtroppo, della pioggia. Non potendo svolgere attività all’aperto, abbiamo pensato di proiettare un film per tutti i bambini all’interno della Chiesa. Il nostro cinema all’africana si prepara così: due assi di legno per tenere sollevato il lenzuolo, coperte a tutte le finestre, proiettore e computer dotati di energia con un sistema elettrico che non vi descriviamo per non farvi venire i capelli dritti con una scossa telematica! Il cinema ha avuto ancora una volta successo: a “Il Principe d’Egitto” per i bambini è poi seguito “Il libro della giungla” per le donne anziane della parrocchia, arrivate per il meeting della festa dell’Assunzione che si svolgerà nei prossimi giorni; alcune probabilmente non avevano mai visto un film in vita loro, in quanto sono rimaste un po’ impressionate dal realismo della storia (in particolare quando il serpente è entrato in scena). Mentre le proiezioni andavano avanti a Siongiroi, Nino, Renato, Sonia e Daniela sono andati insieme a Padre Christopher ad incontrare un personaggio importante della Comunità, un anziano che ha aiutato Christopher nella costruzione della Chiesa donandogli ben 4 n’gombe (mucche) da vendere. In effetti quest’uomo vive in una proprietà che appare come più ricca delle altre che abbiamo incontrato sinora: ampi appezzamenti di terra, animali, … “Eppure” la sua casa è questa…

All’interno della capanna vi era il caminetto acceso (non solo qui piove ad intermittenza, ma è inverno, anche se un inverno che corrisponde, come temperatura, alla nostra primavera) per cui faceva un gran caldo. La capanna, di forma rotonda, era assai funzionale nella sua struttura, con letti e seggiole di pietra al piano terreno ed una piccola mansarda che fungeva da deposito al piano rialzato (costituito da pezzi di legno e pannocchie). Ancora una volta i bambini hanno voluto fare il gioco dell’immagine che appare d’incanto nella scatola magica (farsi fotografare) e così gli anziani, fieri, della famiglia; ed ancora una volta abbiamo ricevuto una calorosa accoglienza: ci hanno offerto il maziwa lala e ci hanno regalato un bastone di canna da zucchero a testa, pianta che coltivano negli orti adiacenti (i bambini hanno masticato canna da zucchero per tutto il tempo della nostra visita). Il ritorno a Siongiroi è stata un’avventurosa e veloce corsa in macchina su una scivolosa strada di fango, ma ormai ci stiamo abituando alla diversità del sistema viario africano. Al ritorno in parrocchia, Messa: ci piace ricordare un piccolo aneddoto in merito, di come i bambini vadano a prendersi ordinatamente 3-4 mattoni a testa per farsi una sedia su cui assistere alla celebrazione, e poi alla fine di questa ordinatamente li riportino al proprio posto.

12 agosto

La nostra giornata si è svolta per lo più al di fuori della scuola. Siamo andati a visitare 5 delle 26 succursali della Parrocchia di Siongiroi. Padre Christopher sta infatti costruendo nuove chiese in tutto il circondario, per dare l’opportunità, ai tanti che lo chiedono, di avere un luogo in cui poter celebrare la Messa e pregare. Il territorio della Parrocchia si estende per parecchi chilometri, tutti collegati con “strade” in terra battuta. A rendere più avventuroso il tragitto ha contributo l’uso della macchina di Christopher, una vecchia jeep a cinque posti con cassone posteriore, nel quale hanno viaggiato Nino, Maela, Daniela, Marie Claire, Valentina e Sofia. Sofia è una gallina che abbiamo ricevuto in dono, insieme ad un gallo, durante una delle 5 tappe, e che Valentina ha coccolato per tutto il tragitto, conscia che sarebbe ben presto finita in pentola (l’ultima carezza). Per quanto le distanze fra le varie chiese non siano enormi, di fatto le cattive condizioni del manto stradale rendono difficile l’operato di Padre Christopher: basti dire che quando piove le strade divengono impraticabili con l’automobile e Christopher è costretto a recarsi a piedi di chiesa in chiesa. Peraltro, al di là di quella di Siongiroi, le altre chiese locali ricevono una sola Messa al mese, in quanto Christopher è l’unico sacerdote di tutta la parrocchia. Alla prima tappa abbiamo incontrato un gruppo di bambini che ci hanno accolto con canti e balli tradizionali. Dopo una breve esplorazione delle fondamenta della chiesa, c’è stata la cerimonia dei doni, nella quale noi abbiamo distribuito penne ed altro materiale scolastico ed abbiamo ricevuto due zucche, un gallo e Sofia. Scattata qualche fotografia (qui ci sono bambini bellissimi da fotografare!) siamo partiti per la tappe successive, che si sono svolte in maniera simile. I nomi delle località visitate sono: Mokimeny, Ngenenet, Bingwa, Chebunyo (dove abbiamo incontrato la classe di bambini dai 5 agli 10 anni cui mercoledì Jola ed Enrico avevano regalato i libri da colorare) e Cheboyo. Tornando a casa, abbiamo fatto una breve sosta presso la casa di una donna che produce “fornelli” all’africana: immaginate un contenitore simile a quello in cui scaldate la bagna cauda, ma delle dimensioni di una pentola. Al ritorno a Siongiroi, ci sono state alcune partite di calcio in vista del big match di domani, la Messa ed una nuova proiezione cinematografica per le donne del meeting (che sono nel frattempo salite al numero di 500 circa). Dal Kenya anche per oggi è tutto. Tuonana kesho! (A domani!)

13 agosto

La partita di calcio è terminata 2 a 1 per la squadra dell’altra scuola, i cui ragazzi erano di maggiore età. I bambini di Siongiroi si sono comunque divertiti ed erano felici delle nuove magliette del Don Bosco che avevamo regalato loro. Quella di oggi è stata però soprattutto la giornata del ritorno di Daniela, che mercoledì era andata all’ospedale di Kaplong. Daniela è stata accolta da una nuvola di bambini in festa ed ha portato con sé il fidanzato, un ragazzo kenyota molto simpatico di nome John.

Daniela ci ha raccontato dei suoi primi giorni al St. Clare’s Kaplong Mission Hospital. Mercoledì pomeriggio è stata accolta dal direttore dell’ospedale, Padre Martin, e da lui presentata al personale. Si è quindi sistemata nella sua nuova dimora, una villetta di grande dimensioni in stile americano nella quale dormiremo anche noi quando la prossima settimana andremo a visitare l’ospedale. Giovedì per il St. Claire è stata una giornata particolare, in quanto era la festa di Santa Chiara, la santa il cui nome è portato dall’ospedale. Nell’occasione, Daniela – oltre a rivedere le persone incontrate il giorno precedente – ha conosciuto le allieve (l’ospedale infatti è anche scuola). Venerdì è stato il giorno più intenso, in quanto Daniela ha potuto iniziare a lavorare all’interno della struttura sanitaria. Prima ha familiarizzato con il reparto “maternità”, che è il reparto principale dell’ospedale (i bambini erano a letto insieme alle madri, avvolti in coperte); poi ha fatto il giro di visita dei malati insieme all’unico medico della struttura; infine è entrata – per la prima volta in vita sua – in sala operatoria, per partecipare ad una operazione di appendicectomia. La sala operatoria non aveva gli standard cui siamo abituati in Italia: anziché essere un ambiente isolato, essa è collegata al resto dell’ospedale; anche gli abiti indossati da medici ed infermieri erano un po’ particolari, Daniela è stata vestita a strati (aveva molto caldo), con una tuta, un ampio grembiule da macellaio ed un camice sterile, oltre a dover indossare un paio di stivali enormi; ma la cosa particolare è che mentre in Italia tale materiale è monouso, qui viene lavato e riutilizzato nelle operazioni seguenti. Per Daniela la prima esperienza in sala operatoria è stata intensa ed emozionante; ha svolto il ruolo di strumentista, coadiuvando l’equipe medica. Gli altri operatori sono però rimasti stupiti che non fosse preparata in ostetricia; mentre infatti in Italia si studia o come infermiera o come ostetrica, qui in Kenya sembra vi sia un unico cammino formativo per le due professionalità. La giornata lavorativa di Daniela si è conclusa al consultorio, dove ha incontrato un’allieva del terzo anno che dava alle donne consigli per la gravidanza ed effettuava il testo dell’HIV, obbligatorio per poter partorire in ospedale. Tornando alla giornata odierna, nel pomeriggio a Siongiroi ha piovuto per diverse ore. Ne abbiamo approfittato per riposare e recuperare un po’ di energie. John, che conosce la città, ha condotto Daniela, Nino e Marie-Claire in un bar di Siongiroi; curiosamente, l’ingresso del locale non è sulla strada ma sul retro; la barista è chiusa dietro una grata (come quando ci si reca in banca); vi era musica ad alto volume con una interminabile canzone su Obama. La nostra giornata si è conclusa guardando un film drammatico dal titolo “Mai senza mia figlia”.

14 agosto

Anche la seconda Messa domenicale in Kenya è stata caratterizzata da un evento particolare: il battesimo di Martha, figlia di Richard e Lucia. Richard, originario di queste luoghi, era partito alcuni anni fa per studiare teologia in Austria, dove ha incontrato Lucia (bionda, occhi azzurri, che noi abbiamo soprannominato “la kalengi bianca”). Dall’unione di queste due culture così distanti è nata Martha, bellissima bimba mulatta, che oggi ha ricevuto il battesimo in terra d’Africa. Con Martha, Richard e Lucia abbiamo poi condiviso il pranzo. Nel salutarci, ci hanno invitato ad andarli a trovare in Austria (abitano vicino ad Innsbruck).La Messa delle 11:00 – animata come di consueto da canti e danze – ha visto la presenza delle 500 donne del meeting, tutte vestite con colorati abiti tradizionali, e dei bambini che abitano nelle strade adiacenti alla chiesa (ai bambini della scuola era già stata dedicata la Messa delle 8:00). I bambini di strada si sono seduti sulle nostre ginocchia, ascoltando tranquilli la Messa, tutti tranne una bimba che abbiamo soprannominato “la pazzerella”, che non è stata ferma un attimo. Abbiamo incontrato “la pazzerella” anche al pomeriggio, in strada, e si è incollata in particolare ad Enrico, che è stato letteralmente preso d’assalto. Qualche parola sui bambini della scuola: mentre proiettavamo l’apprezzatissimo “L’era glaciale 2”, i bambini andavano a turno a prendersi un piatto di fagioli e ugali (polenta di farina di miglio); alcuni si sono avvicinati a Nino offrendogli il proprio pasto; questo gesto lo ha commosso molto, perché hanno voluto condividere il poco che hanno. I bambini di qui sono così, simpatici, educati, rispettosi; quando gli presti qualcosa, anche qualcosa che desiderano, come la telecamera, immancabilmente te la restituiscono; se ti allontani lasciando incustodito nel prato un oggetto di tua proprietà (ad esempio, una maglia, lo zaino…) lo raccolgono e vengono a cercarti per ridartelo; non stanno mai fermi, studiano, giocano, fanno persino piccoli lavori, come lavare i pavimenti sporchi, andare a mettere le sedie nella chiesa in preparazione della funzione o – cosa che abbiamo visto oggi – raccogliere l’acqua nella pozza riempitasi dopo la pioggia, per lavarsi i vestiti.

Nel salutarli dopo il film, abbiamo dato loro l’arrivederci a mercoledì; nei “why?” con cui ci interrogavano abbiamo scorto la delusione di non poterci incontrare nei prossimi due giorni. Asante sana, coco banana… Domani si parte!

15 agosto

Siamo partiti di buon’ora alle 11:00, destinazione Kisumu. Due macchine, 13 persone, alcune sedute nel bagagliaio. Prima tappa, Kaplong, dove abbiamo scaricato i bagagli presso l’ospedale (cui faremo ritorno in serata per dormire) e salutato John, che deve tornare a Nakuru. Il viaggio per Kisumu è lungo e tortuoso, in quanto “l’autostrada” è in costruzione: per lunghi tratti siamo costretti a guidare su sterrato. Frequentemente assistiamo ad una curiosa scena: la polizia ci fa segno di fermarci, Christopher rallenta, scambia uno sguardo coi poliziotti – muniti di mitra – e subito ripartiamo. All’ennesima fermata chiediamo spiegazioni a Christopher, il quale ci dice che i poliziotti estorcono denaro ai guidatori di matatu; non osano chiederne, però, a persone influenti come i sacerdoti o nel caso in cui i trasportati abbiano la pelle bianca, per timore di venire denunciati. Lungo il percorso vediamo ampi territori alluvionati dopo il maltempo degli ultimi giorni. Kisumu ci accoglie con un cielo che minaccia pioggia. Fra le più popolate ed importanti città del Kenya (insieme a Nairobi e Mombasa), ha un traffico caotico e, in alcuni quartieri, mostra ancora i segni della guerra civile combattuta nel 2007 fra Kikuyu e Kalenjin. Facciamo pranzo alle 4 del pomeriggio in un ristorante, scegliendo come piatto base, su consiglio di Suor Jola, pesce del Lago Vittoria. Il pranzo si rivela ottimo e subito dopo andiamo in riva al lago, dove facciamo curiosi incontri: un ippopotamo che si fa beatamente il bagno e diversi automezzi che vengono condotti sino alla riva del lago, dentro all’acqua, per venire lavati. Tutto attorno a noi, peraltro, vi è estrema povertà, vere e proprie favelas che contrastano con la tappa successiva del tour, il Riboko Bay Resort. Fra le tante, ci rimane impressa l’immagine dei bambini di strada, abbandonati dalle famiglie, che sniffano colla. Il club è di stile europeo, con giardini ben curati e molte persone di pelle bianca presenti; ci sembra di essere a casa, eppure non possiamo dimenticare come nelle strade adiacenti vi siano le baraccopoli della città. Un improvviso nubifragio ci coglie lungo la via del ritorno verso l’ospedale di Kaplong. Le strade extra-urbane – in buona parte in terra battuta – sono prive di illuminazione. La macchina slitta. Ai lati delle strade decine di persone camminano nel buio.

16 agosto

Dopo un buon sonno ristoratore, siamo di nuovo in marcia, questa volta con destinazione Kericho, dove abita la famiglia di Padre Christopher. La giornata è più soleggiata rispetto a ieri, il paesaggio completamente diverso. Il territorio di Kericho è famoso per gli ampi campi in cui viene coltivato il the. Distese verdi si estendono a perdita d’occhio su un paesaggio collinare che ricorda il nostro Monferrato. Ci fermiamo a parlare qualche minuto con le raccoglitrici di the ed a scattare qualche fotografia. La prima tappa del viaggio è a casa di Priscilla, sorella di Christopher. Sposata con John, ha 3 figlie di cui la maggiore si appresta ad andare all’università di medicina in Nairobi. La casa è circondata da un ampio giardino (banani, avocados, mais bianco…). Si riparte costeggiando la foresta, sino alla casa in cui vive la seconda madre di Christopher: Helena (qui in Africa sino a non molti anni fa era diffusa la poligamia). Ad accoglierci troviamo una trentina di persone, fra uomini, donne e bambini (verremo poi a sapere che la prima madre di Christopher ha avuto 15 figli, la seconda 12, per un totale di 27 fratelli; il numero complessivo dei membri della famiglia, una generazione dopo, è circa un centinaio). I luoghi in cui Christopher è nato e cresciuto sono molto diversi da Siongiroi: alle ampie piantagioni di the si alterna la foresta, in cui si rifugiano gli elefanti quando non trovano cibo nella savana. Christopher ci racconta di come una volta gli elefanti siano “entrati” in casa di sua sorella. Dopo un giro fra i campi di the di proprietà della famiglia, facciamo pranzo. Prima di partire per la tappa successiva, assistiamo ad una curiosa scenetta: Nino fa un commento sui frutti dell’albero di avocado, e uno dei ragazzini subito si arrampica a piedi nudi sulla pianta per cogliere diversi frutti da regalarci; sale per parecchi metri, con agilità sorprendente. La visita si conclude con una foto di gruppo attorno a nonna Helena. Si sta ormai facendo tardi, ma prima di ripartire in direzione di Siongiroi ci attendono ancora due passaggi, uno a casa di Maria, 110 anni, l’anziana del villaggio, ed uno a casa di Ruth, sorella minore di Christopher. Sulla strada del ritorno, riceviamo il regalo di uno splendido tramonto africano, seguito dall’alba di una luna rossa. Mentre fra le strade infangate e rese viscide dalla pioggia la macchina slitta, ancora una volta notiamo decine di persone che camminano nel buio.

17 agosto

Dopo due giorni di assenza, eravamo così contenti di tornare fra i bambini di Siongiroi che siamo arrivati alla scuola un po’ in anticipo. Ne abbiamo approfittato per intrufolarci nelle classi e fare lezione di lingue insieme a loro. Alcuni fra noi sono andati alla lavagna a tradurre parole d’uso comune dall’inglese allo swahili all’italiano, fra l’entusiasmo dei bambini che si divertivano a fare lo spelling delle parole in lingua swahili ed a copiare diligentemente le parole italiane sui loro quaderni. È quindi seguito il momento dei giochi: calcio, tiro alla fune, gimkana, un due tre stella, salto della corda e via dicendo, oggi i bambini avevano proprio voglia di giocare. Anche perché questa settimana sarà l’ultima prima delle loro vacanze, nonché l’ultima che trascorreremo insieme.

Il momento del pranzo ci ha regalato due ricordi particolari: i bambini che sono venuti ad offrirci il loro piatto di ghiteri (fagioli e mais), i bambini che dopo avere finito di mangiare andavano a lavarsi il piatto, uno ad uno, in una carriola piena d’acqua. Al pomeriggio c’è stato tempo per uno scherzo (una bambina ha trovato un piccolo topolino nato da pochi giorni e l’ha portato in giro divertendosi a spaventarci per la sorpresa), per quattro chiacchiere (sulla cucina italiana, sul Masai Mara, sul viaggio dall’Italia al Kenya), per il tradizionale cinema (oggi abbiamo proiettato “Il libro della giungla”, che ha divertito moltissimo i bambini, soprattutto le scene con l’orso Balon; Alvin, il figlio dell’insegnante Winnie, ha fatto la pipì addosso a Valentina).

P.S. Marie-Claire ha dato del managu ad una bambina, facendola disperare. Domani rimedieremo spiegandole cos’è un managu. Quanto a voi, vi lasceremo con la curiosità. Anche per oggi da Siongiroi è tutto, lala salama!

18 agosto

I bambini di strada che ci corrono incontro hanno i piedi scalzi, sporchi di fango; la maglietta stinta che è la stessa sin dal primo giorno; giocano con un copertone da bicicletta; sulla pelle i segni di una vita di povertà e senza prospettive. Eppure hanno un sorriso luminoso, e sono l’Africa che ci aspettavamo. Quando entriamo nella scuola di Siongiroi, i bambini che ci corrono incontro hanno i piedi avvolti nelle scarpe; la divisa rossa della scuola; giocano spensierati nei prati e nel loro futuro vedono un lavoro ed una vita dignitosa. Eppure, se li si osserva meglio, le loro scarpe sono rotte o danneggiate; i vestiti spesso bucati; ed in quella spensieratezza non sappiamo quanto vi sia di verosimile nelle prospettive del loro futuro. Un bambino africano rimane africano al di qua o al di là della porta d’ingresso della scuola, è solo una questione di punti di vista, e così è una questione di punti di vista ciò che in questi pochi giorni noi stiamo facendo per loro. Piccole cose banali, che divengono speciali solo se considerate dal loro punto di vista. Avete idea di cosa significhi guardare un film per un bambino africano? È con questa lente, con i loro occhi, che dovete leggere il nostro diario missionario. Solo così esso acquisirà un sapore particolare.

La giornata di oggi ha visto il gruppo diviso in tre parti. Daniela Two da martedì sera è nuovamente a Kaplong a lavorare in ospedale. Valentina, Daniela One e Sonia sono andate, insieme a Christopher, a Bomet, per fare un giro al mercato e per comprarsi “i capelli” (nei prossimi giorni due ragazze del luogo faranno loro l’acconciatura all’africana, vi descriveremo il procedimento). Il loro viaggio è stato avventuroso, a bordo di un matatu (in realtà un’automobile a 5 posti su cui hanno viaggiato in 12; sul sedile dell’autista erano sedute due persone, di cui una copriva il cambio; un bambino non smetteva di piangere alla vista dei mzungo). Il terzo gruppo è rimasto coi bambini alla scuola: un ricordo particolare riguarda Enrico, inseguito – su incitamento degli altri animatori – da tutti i bambini e costretto a salire su un albero per trovare rifugio, mentre ai piedi della pianta i bambini lo assediavano tentando di salire anch’essi. Il resto della giornata si è svolto chiacchierando con i bambini (i più grandi ci hanno chiesto informazioni su come si studia in Italia, sognando di venire da noi a fare l’università), facendo un veloce giro al mercato locale (dove Suor Jola e Marie Claire hanno comprato un kanga ciascuna), proiettando il film “Shrek”, apprezzatissimo. Altri aneddoti: suor Jola ha trovato tre candidate per il convento; Nino ha ricevuto in dono un disegno dai bambini più piccoli; Alvin, la mascotte della scuola (4 anni), ha intenerito un po’ tutti noi coi suoi sorrisi; e abbiamo visto la cucina, dove preparano i pranzi con degli enormi forni. Il ritorno a casa è stato sulla jeep di Christopher (che è partita venendo spinta in discesa dai ragazzi più grandi); al buio, sulla strada piena di buche, con l’automezzo che slittava paurosamente, Nino, Marie-Claire, Daniela One, Valentina e Maela hanno fatto un’esperienza che – al confronto – le montagne russe sono una tranquilla passeggiata da città (mentre Renato cinicamente li guardava divertito dal lunotto posteriore).

Anche per oggi da Siongiroi è tutto. Enrico e suor Jola dicono: Bau!

19 agosto

Domenica – ultimo giorno coi bambini della scuola di Siongiroi – si avvicina sempre di più, e nell’aria inizia ad aleggiare una certa malinconia per l’ormai prossimo commiato. Oggi ad esempio – dopo la conclusione degli esami ed alcuni momenti di gioco – per iniziare a salutarli abbiamo proiettato un filmato i cui protagonisti erano i bambini stessi, preparato con i video e le fotografie che abbiamo fatto loro in queste ultime settimane. Rivedendosi hanno riempito di risa la sala. A seguire abbiamo proiettato il film “Il libro della giungla 2” che ha riscosso grande successo (curiosamente, però, il personaggio del serpente continua a terrorizzarli).

Alcuni fra noi sono poi andati a prendere l’acqua con i bambini. La pozza cui essi attingono dista circa 500 metri dalla scuola, e consiste in un laghetto di acqua fangosa. I bambini si avvicinano a piedi, ciascuno con un contenitore da 10-20 litri che riempiono dopo avere smosso l’acqua di superficie cercando di selezionare quella meno sporca; quest’acqua infatti la utilizzeranno sia per lavarsi loro stessi sia per lavare i propri vestiti. Al ritorno, i bambini portano i contenitori sulla schiena dopo averli fissati con un panno alla testa; peraltro va sottolineato come i contenitori siano assai pesanti e come sia bello notare che i bambini si aiutino a portarli l’uno con l’altro, i più grandi con i più piccoli. Valentina, Daniela, Maela e Sonia hanno sperimentato di persona questo metodo di approvvigionamento e trasporto dell’acqua. E’ sorprendente pensare che qui sia la norma che tale funzione sia svolta quotidianamente, sia in famiglia sia a scuola, dai bambini anziché dagli adulti. Prima di concludere, due aneddoti curiosi sulla giornata di oggi: mentre scriviamo il diario, Valentina si sta facendo fare le treccine all’africana. E’ venuta qui a casa una pettinatrice, la quale le ha abilmente intrecciato i capelli veri con quelli finti comprati ieri. L’effetto è molto interessante, ma Valentina sembra preoccupata. E con lei Sonia, che si sottoporrà all’esperimento domani. Il secondo aneddoto riguarda il cielo sopra di noi. Dopo più di due settimane, finalmente non ci sono nuvole, così possiamo ammirare il famoso “cielo africano”. Il numero di stelle che si possono vedere da qui, lontani dalle luci delle città occidentali, è davvero impressionante. Da Siongiroi anche per oggi è tutto: usiku mwema (buona notte) a tutti!

20 agosto

Soiserè (ciao!)

La pentola immersa nella sabbia calda: la torta – 40 uova e qualche altro misterioso ingrediente africano – è stata cotta in questo modo curioso. Il tempo dei saluti è iniziato così. Oggi è stata una giornata con una atmosfera diversa: gli abbracci sono stati più lunghi, intensi, come se i bambini – già di loro affettuosi in queste settimane – non volessero staccarsi più, consapevoli della separazione ormai prossima. Alcuni dicevano frasi come “ricordati di me” o “non mi dimenticherò mai di te”, altri allontanavano gli altri bambini che si avvicinavano, come se volessero l’esclusiva su una carezza, un abbraccio o persino una parola detta con un sorriso. Altri chiedevano di rimanere in Kenya con loro, altri ancora di rimanere almeno a dormire con loro in questa ultima notte. Piccoli gesti, come sedersi vicino a noi chiedendo di leggere insieme i libri dei compiti per le vacanze, o frasi della Bibbia stampate nella nostra lingua natale, o insegnarci qualche parola di kalengi (il dialetto locale: il saluto con cui abbiamo aperto la pagina di diario odierna è in kalengi). Qualcuno ha sparso la voce che avremmo regalato loro delle caramelle, sicché una richiesta in tal senso ci è stata fatta più e più volte; gliele doneremo domani. Molti bambini sono venuti da noi regalandoci due banane a testa, altri che non si sono visti nel video proiettato ieri ci hanno chiesto di fare loro una fotografia. Alla Messa pomeridiana Sonia e Valentina, con le loro nuove acconciature all’africana, avevano gli occhi di tutti addosso; anche i bambini di qui, oggi, sono andati dal “barbiere”, un semplice rasoio e tante teste calve in più in giro; si sono così preparati per essere in ordine per la festa di domani. Durante la celebrazione, hanno accennato alcuni dei canti che intoneranno domani durante la Messa domenicale: ai vari “good bye” cantati insieme da centinaia di bambini molti fra noi hanno iniziato a non trattenere lacrime di commozione. Prima di tornare a casa per la cena, siamo stati coi bambini ancora un paio d’ore, ad ascoltare e cantare insieme musica kenyota. Ad un nuovo splendido tramonto africano è seguito anche oggi un cielo senza nuvole: la visione del centro della Via Lattea è stata davvero la ciliegina sulla torta – una torta cucinata sulla sabbia – di questa giornata africana.

21 agosto

La giornata di oggi è iniziata con una sorpresa: Nino e Marie-Claire si sono sposati… di nuovo! Siamo arrivati alla chiesa camminando con lentezza. Sapevamo che questa sarebbe stata la Messa di commiato dai bambini di Siongiroi e nel silenzio del proprio cuore ciascuno di noi voleva posticipare il momento. La sorpresa di rinnovare i voti matrimoniali – voluta da Nino – ha cambiato l’umore della mattinata, mutando la malinconia in allegria. Marie-Claire è entrata nella chiesa indossando un abito da sposa, di proprietà di Padre Christopher, il quale lo impresta alle spose del luogo che non possono permettersi l’acquisto di un abito nuziale e che per l’occasione lo ha prestato volentieri alla nostra amica. L’abito nuziale africano è particolare: ha sì uno strascico, ma questo – dopo lo scambio degli anelli – viene messo sulle spalle dello sposo, unendo simbolicamente marito e moglie. Essendo già sposati, Nino e Marie-Claire sono entrati nella chiesa già con lo strascico che li univa. Della cerimonia vogliamo raccontare almeno alcuni momenti: i canti dei bambini, entusiasti di assistere ad un matrimonio fra mzungu; la semplicità del rito; il gesto di legare le braccia degli sposi con una stola (gli sposi hanno quindi percorso la navata fra le risa e le grida di gioia dei bambini, per poi tornare all’altare, venire slegati ed effettuare lo scambio degli anelli); la scelta di due anziani della comunità come testimoni degli sposi, e di alcune bambine come damigelle d’onore. Sullo sfondo, lacrime di gioia per questo “matrimonio” inaspettato, e lacrime di tristezza quando i bambini hanno intonato “Good Bye”, il canto dell’addio.

La mattinata è proseguita con una seconda Messa in uno dei villaggi che appartiene alla missione, nella quale abbiamo assistito ad un “vero” matrimonio africano ed a due battesimi. La principale differenza rispetto alla cerimonia di Nino e Marie-Claire che, come abbiamo detto, consisteva in un semplice rinnovamento dei voti nuziali, è stata nel gesto dello strascico sulle spalle del marito; in questa cerimonia lo strascico è stato appoggiato sulle spalle dell’uomo solo dopo lo scambio degli anelli. Quanto al battesimo, il rito si svolge come in Italia; l’unica annotazione da farsi è che sul capo del bambino viene versata veramente molta acqua. Verso le 16:00, siamo tornati alla scuola, dove ci aspettavano i bambini. Per un’oretta siamo stati nel prato; ciascuno di noi ha avuto un po’ di tempo per vivere personalmente il momento dei saluti. Poi siamo stati chiamati nella chiesa, dove i bambini ci avevano preparato una lunga cerimonia d’addio: canti, danze, la commozione era palpabile. È stato divertente quando ad uno ad uno ci hanno chiamato per darci – sempre danzando – simpatici doni (il contenitore del maziwa lala, delle collanine ed una scatola di the di Kericho); o anche il momento della benedizione, quando ci hanno fatto inginocchiare per terra e tutti i bambini ci hanno circondati donandoci, con una danza delle braccia, la benedizione di buon augurio; o ancora la torta cui avevamo accennato ieri, mangiata insieme a tutti i bambini dopo che con gesti giocosi ciascuno di noi era stato imboccato; prima del saluto finale, abbiamo dato loro le caramelle; ci è dispiaciuto poter dare solo una caramella a testa, mentre loro ci hanno dato così tanto; ma nel riflettere per scrivere questo diario ci rendiamo conto di come questi bambini abitualmente non ricevano gesti d’affetto né in famiglia né alla scuola, e che quindi le attenzioni che abbiamo dato loro siano state un piccolo tesoro che per loro ha avuto un significato speciale. Questi bambini si conquistano davvero con poco: quando suor Jola ha regalato dei fazzoletti di carta, i bambini ne hanno presi uno a testa dicendo che li avrebbero portati in dono ai propri genitori; quando ha regalato un rosario, la bambina che l’ha ricevuto si è Messa a piangere dicendo che era il dono più bello che avesse mai avuto. Con la loro semplicità sono rimasti stupiti di come noi viviamo in Italia; a Sonia ad esempio è stato chiesto se avesse una mucca a casa, ed alla risposta negativa le è stato domandato come si procurasse il latte. Una cosa che ci porteremo dietro, di questi bambini, è la timidezza gentile: ti seguono, ti stanno vicini, ti fanno capire che vogliono che gli dedichi un po’ del tuo tempo, ma non osano chiedere. E quando capisci da solo e ti dedichi a loro, il mondo si apre nel loro sorriso. Ci ha fatto pensare la loro reazione alle proiezioni cinematografiche. Nei nostri libri di storia, è scritto che la prima proiezione cinematografica fu la proiezione di un filmato in cui un treno arrivava in stazione; in quell’occasione la gente scappò! Allo stesso modo qui il nostro “cinema” è stato vissuto con curiosità e candore; è bello pensare che questi bambini racconteranno ai propri nipoti di avere visto il loro primo film seduti per terra in una chiesa, proiettato su un lenzuolo da mzungu venuti dall’Italia; alcuni andavano a cercare non si sa cosa dietro al lenzuolo, non capivano, e poi quanto urlavano quando sullo “schermo” appariva il serpente! Il momento più difficile della giornata di oggi è stato forse alzarsi e parlare davanti a tutti i bambini per salutarli, perché al cuore era quello il momento in cui la separazione diveniva evidente. Ci piace chiudere questa pagina di diario riportando le parole che Enrico nel suo discorso ha dedicato ai bambini: occorre essere come bambini per entrare nel regno dei cieli. Ed i bambini che abbiamo conosciuto qua sono davvero speciali.

P.S. Da 10 siamo diventati 11, in quanto il dito di Enrico, ferito sull’albero velenoso l’altro giorno, è ormai così gonfio che sembra avere acquisito vita propria! Lala salama a tutti, domani Masai Mara.

22 agosto

Non capita tutti i giorni fare un pic-nic con gli ippopotami! Il Masai Mara – parco nazionale che prende il nome dal fatto che sorge nel territorio abitato dalla popolazione nomade dei Masai ed è attraversato dal fiume Mara – è questo: avere avuto l’opportunità di vedere e vivere gli animali a due passi da noi. Mentre al circo essi sono chiusi in gabbia, qui vivono nel loro ambiente naturale, qui siamo noi il corpo estraneo. Abbiamo così visto i buffi facoceri scrutarci con sguardo curioso e subito correre via, con la coda dritta, non appena ci avvicinavamo troppo; le gazzelle saltellare ai bordi della strada; i due rinoceronti (di nome Elizabeth e Kofi Hannan, quest’ultimo così “battezzato” perché nato nei giorni della visita del Segretario dell’ONU in Kenya) brucare tranquilli; i maestosi elefanti, prima da vicino e poi da lontano mentre lentamente attraversavano la savana sulla linea dell’orizzonte; le giraffe dal lungo collo, sedute a riposare, e le zebre eleganti; ed anche animali sconosciuti, cui non sappiamo dare ora un nome; ma l’animale che ha riscosso più successo è stato Simba, il re leone, che – stiracchiandosi e sbadigliando – circondato da un harem di leonesse, ha dato spettacolo mentre decine di macchine fotografiche immortalavano la sua criniera che si muoveva al vento. Alla sera, di ritorno dal Masai Mara, abbiamo cenato in una parrocchia in cui abbiamo conosciuto un gruppo di 4 austriaci facenti parte di una associazione di dentisti che qui svolge opera di volontariato.

23 agosto

Al mattino siamo andati a fare shopping a Narok (città della polverse, in lingua masai), prima in un negozio di souvenir tradizionali, dove abbiamo esercitato l’arte della contrattazione (il prezzo base proposto dal venditore è sempre altissimo ma nella proposta è implicito l’invito al gioco al ribasso), poi al mercato, dove abbiamo comprato simpatici vestiti da masai per bambini, kanga e altri oggetti. Il mercato è un po’ particolare: innanzi tutto le bancarelle sono accatastate una vicino all’altra, lasciando poco spazio per camminare; le donne stanno sdraiate sulle bancarelle stesse; ai margini non mancano le auto, vi era addirittura il capolinea dei matatu. È stato curioso vedere i masai camminare per la città, abbiamo persino incontrato un masai nudo, nel senso che sotto il classico vestito masai l’uomo non indossava nulla ed ad un certo punto un colpo di vento… Nel transitare fra due zone del mercato, abbiamo dovuto passare sopra un ponte assai pericolante; fatto di assi di legno distanti fra loro, sovrastava un canale di acqua putrida; nel vedere la nostra esitazione, tre uomini africani si sono messi a ridere e ci hanno domandato: “Ma voi non avete ponti?”. Un ricordo divertente della giornata è suor Jola che, nel lasciare il centro in cui abbiamo dormito, questa mattina ha guidato l’autovettura “all’inglese” (con sedile del guidatore a destra) per una ventina di minuti: nel partire ha centrato il cancello e poi è quasi uscita di strada, ma nel complesso se l’è cavata egregiamente! (questa è soprattutto l’opinione dei suoi pallidi passeggeri). Un ricordo triste invece è avere visto una zebra morta ai margini della strada; probabilmente investita da un camion nella notte, era incinta di un piccolo i cui resti sono stati portati ad una decina di metri da un animale e lì consumati; questo incidente dà la dimensione di cosa sia il Masa Mara, in Italia possiamo incontrare cartelli stradali con l’avviso di “pericolo – attraversamento mucche”, qui la strada viene attraversata dalle zebre!

Al pomeriggio abbiamo fatto il giro delle parrocchie in cui, negli anni scorsi, ha lavorato Padre Christopher, fondando chiese e scuole: St. Benedict (la prima, in cui ombreggiava una maestosa acacia), St. Philips (in cui è stato bello venire nuovamente assaliti dai bambini festanti) e St. Catherine da Siena (situata a circa 2.400 metri di altitudine, al centro di un verdissimo prato verde da cui si godeva un panorama stile colline del Monferrato). Il ritorno a Siongiroi – dove oggi aveva piovuto abbondantemente – ha visto il terreno così fradicio d’acqua che, di fatto, l’ultimo tratto del tragitto è stato come vivere un rally. Anche questo è Africa! Kongoi mising per averci letto anche oggi (grazie tante, in kalenji).

24 agosto

Attorno alla casa di Christopher vi è un villaggio di capanne. La giornata di oggi è stata dedicata alle persone che abitano in tali capanne, per conoscere meglio la realtà in cui esse vivono. Ciascuna capanna – dall’aspetto invero alquanto solido – è stata costruita con del semplice fango, usando come “materiale per cementare” lo sterco degli animali. Le capanne hanno forma circolare, con un diametro di circa 5 metri, ed una struttura in tre parti; in alto un soppalco in legno nel quale depositare mais ed altro materiale da conservare; in basso uno spazio per l’accoglienza delle persone ed un ulteriore spazio, a volte separato dal primo da un muro, che funge da cucina e da dormitorio. Le capanne – a volte raggruppate, a volte distanti fra loro – hanno tutte attorno a sé ampi appezzamenti di terreno, nei quali gli abitanti coltivano mais, fagioli, zucche ed altri vegetali, o allevano galline, conigli ed altri animali. L’accoglienza è un concetto fondamentale in questa cultura. Per queste persone è un onore poter ricevere dei visitatori, e per tale ragione Christopher ha organizzato questa mattinata in giro per il villaggio, così che gli abitanti potessero condividere la loro casa con noi. A riprova di tale concetto, un signore il quale non era in casa al momento della nostra visita, saputo – al ritorno dal lavoro – del nostro passaggio, è venuto presso la nostra abitazione per portarci come ringraziamento un gallo e 5 litri di latte. Fra le tante persone che abbiamo incontrato durante la mattinata, ci piace ricordare due anziani coniugi, molto teneri ed uniti fra loro, i quali, dopo la morte della figlia, stanno crescendo da soli i due nipotini; le giovani mamme, che dopo avere partorito in casa tenevano fra le braccia due neonati di un mese ed uno addirittura di soli 5 giorni; una famiglia che si sta costruendo la capanna: ad oggi è stato finito solo il tetto di paglia, sul quale Daniela e Maela sono salite per una foto ricordo. Le capanne non sono tutte di dimensione uguale: alcune hanno il soppalco più basso (ed i più alti fra noi erano costretti a piegarsi per poter entrare), altre sono più piccole (e non si riusciva a starvi dentro tutti insieme; puntualmente però i proprietari insistevano perché tutti gli ospiti entrassero nella loro casa). In molti ci hanno fatto dei doni fra i frutti del loro lavoro (due zucche, un cavolfiore, una barbabietola), uno ci ha accolti dicendo: “Benvenuti in nome di Gesù”, tutti hanno voluto dimostrarci la loro accoglienza. Il giro si è concluso verso le 3 del pomeriggio, e non possiamo non annotare che oggi a Siongiroi ha fatto veramente caldo. Un paio d’ore dopo erano di nuovo fra noi i bambini che abitano nelle capanne visitate, invitati per giocare tutti insieme. Di questi bambini – che da quando siamo qui ci sono venuti incontro festanti tutti i giorni durante i nostri spostamenti verso la scuola – ci ha colpito la semplicità. Dopo qualche minuto speso attorno ad una chitarra, è bastato dare loro un pallone perché letteralmente impazzissero di gioia: hanno iniziato ad inseguirlo, senza rispettare regola alcuna, con l’unico obiettivo di riuscire a colpirlo con un calcio. Essendo almeno una quarantina, l’effetto era abbastanza comico: era davvero divertente vedere il loro entusiasmo! Le ragazze ad un certo punto si sono staccate dal gruppo per fare differenti tipi di giochi: il limbo, il salto della corda ed altri. Fra esse c’erano anche 3 ragazze della scuola che abitano vicino alla casa di Christopher (che ci ha fatto piacere rivedere) ed una bambina che non ha voluto giocare perché aveva con sé il fratellino più piccolo da guardare; qui è comune trovare bambini di 6-7 anni che badano a fratelli e sorelle di 2-3 anni. La giornata con i bambini del villaggio si è conclusa con la proiezione di un film. Dal Kenya anche per oggi è tutto. Tuonana kesho! (A domani!)

25 agosto

Lacrime dal cielo del Kenya…

La giornata è iniziata con una breve presentazione del gruppo ai giovani che si sono riuniti nella parrocchia di Siongiroi per l’annuale meeting di evangelizzazione. Di maggiore età, al primo impatto si sono dimostrati meno curiosi nei nostri confronti rispetto ai bambini più piccoli che avevamo incontrato nelle scorse settimane. Peraltro abbiamo dovuto presto salutarli perché eravamo attesi, per il pranzo, in una tipica casa del villaggio: durante la passeggiata a piedi abbiamo incontrato diversi bambini della scuola, e così, ugualmente, al pomeriggio, al mercato ed alla scuola stessa: è stato strano, ma bello, vedere i nostri bambini “in borghese”, senza la loro divisa ufficiale, alcuni ci sono parsi irriconoscibili! Con alcuni abbiamo chiacchierato, con altri si sono sentiti di nuovo intonare i canti che avevamo tante volte apprezzato alla scuola; una bambina – di nome Sharon – ci ha invitati ad andare al bar del padre, il quale ci ha accolti con simpatia e generosità: per la prima volta dopo più di tre settimane, abbiamo potuto di nuovo gustare un’ottima cioccolata! Con quest’uomo abbiamo avuto l’opportunità di parlare anche della storia della sua famiglia: egli ha sette figli, di cui Sharon è l’unica femmina; inoltre ha accolto in casa Faith e Viola, pure esse studentesse a Siongiroi, figlie della sorella, mancata alcuni anni fa. Ci ha colpito molto, al momento del commiato, la sua frase – allorché ci ha obbligati a non pagare le consumazioni: “Siete venuti ospiti nella mia casa, nel mio bar”. Inoltre, visto che fuori continuava a piovere, egli è uscito di corsa per andare a comprarci degli ombrelli. Tornando alla passeggiata verso la capanna in cui eravamo attesi per il pranzo, è curioso raccontare di come, mentre camminavamo, da ogni dove sbucassero fuori bambini che timidamente si mettevano a seguirci, sicché – quando siamo arrivati a destinazione – avevamo un nutrito gruppo di bambini color “nero fondente” a farci da scorta. Il tempo speso nella capanna del pranzo è stato breve ma interessante: abbiamo potuto assistere alla preparazione dell’ugali (con una donna che girava la polenta kenyota mentre questa cuoceva sul fuoco e la capanna si riempiva di fumo molto irritante per gli occhi), abbiamo pranzato con gli uomini della famiglia nonché con alcune galline (qui è d’uso che gli uomini mangino prima delle donne e dei bambini; le galline invece si autoinvitavano, entrando nella capanna a beccare le briciole cadute sul pavimento). L’incontro con la famiglia che ci ha accolto si è dovuto purtroppo interrompere prima del previsto, perché Enrico ed il suo dito si sono sentiti poco bene, ragion per cui insieme ad un paio fra noi i due si sono recati all’ospedale di Kaplong per un controllo (per la cronaca, il nostro amico sta ora meglio). Da quando Enrico ed il suo dito si sono allontanati, ha iniziato a piovere: prima abbiamo fatto un breve giro al mercato, poi ci siamo riparati nel bar del padre di Sharon, infine abbiamo proiettato con qualche difficoltà il film “Joseph, Re dei sogni”, a causa delle continue interruzioni dell’elettricità. Ma il meglio ci attendeva al momento del ritorno a casa, con la strada resa impraticabile dalla pioggia: seduti sul cassone, l’auto di Cristopher che slittava paurosamente, alla fine siamo scesi per tornare a piedi nel fango, con Marie-Claire che dopo avere bistrattato un paio di volte Nino alla fine è scivolata lei in una pozzanghera. Perché tanta pioggia? Lacrime dal cielo del Kenya, il nostro viaggio sta ormai per finire…

P.S. A consolarci – dopo esserci asciugati – un inaspettato piatto di spaghetti al sugo!

Hakuna Matata a tutti (qui nessun problema, tutto bene!)

26 agosto

Oggi siamo andati a Sotik per partecipare alla cerimonia di benedizione inaugurale di una casa, nella specie la casa del cugino di Christopher, di nome David, e di sua moglie Anna. Tale tipo di cerimonia – nel nostro paese ormai in disuso quantomeno nelle grandi città (nelle realtà rurali capita ancora di assistervi, ma sono presenti solo il sacerdote ed il proprietario dell’abitazione) – si è svolta come una festa di famiglia. Padre Christopher ha benedetto la casa cospargendo d’acqua le mura, quindi suor Jola ha tagliato il nastro inaugurale fra i canti ed i balli dei parenti di David. Abbiamo poi fatto tutti insieme il giro della casa (nella quale sino a quel momento era stato fatto divieto d’entrare). Essa odorava ancora di fresco ed era stata costruita con stile simile a quello delle abitazioni cui siamo abituati in occidente, con mura in cemento, piastrelle, tende, … Quale differenza dalle capanne cui ci siamo ormai abituati. Mentre commentavamo fra di noi quanto andavamo vedendo, ci siamo accorti che uno dei parenti di David ci stava riprendendo con una fotocamera in una mano e con una videocamera nell’altra. La cosa ci ha fatto un po’ sorridere, sia perché in queste settimane siamo stati noi a riprendere loro, sia perché giusto questa mattina, mentre eravamo seduti all’ombra di un albero in attesa dell’automobile, un padre è venuto da noi coi suoi due bambini color nero fondente chiedendoci di fare una fotografia tutti insieme. Qui siamo noi la curiosità, il diverso, anche se ormai, dopo tutte queste settimane, non ci sentiamo più gli occhi della gente addosso (che pure ci sono sempre). Dopo il taglio della torta – su cui era scritto Happy Birthday, come se quello d’oggi fosse il giorno di nascita della casa – David ed Anna ci hanno fatto entrare in casa per il pranzo. Come di consueto, uomini e donne hanno mangiato separati, prima gli uomini poi le donne, ma siamo rimasti stupiti che abbiano consumato il pranzo all’esterno della casa, lasciando che fossimo noi – gli ospiti mzungu – i primi ad inaugurare la sala da pranzo (a titolo di curiosità, è da aggiungere che qui in Kenia non si mangia appoggiando il piatto su un tavolo, bensì tenendolo in mano). Ulteriori aneddoti: nel discorso di ringraziamento agli ospiti, il proprietario ha fatto notare che noi abbiamo parlato in una lingua a lui sconosciuta (che credeva essere francese) ed ha voluto rendere omaggio all’Italia dicendo che le strade locali sono state costruite da imprese italiane e che italiani hanno introdotto la coltivazione del mais; Maela si è persa dietro alcuni cuccioli di cane partoriti da pochi giorni (nota: un giorno vuole adottare un bambino color nero fondente, un giorno vuole adottare un cucciolo di cane…); Nino – dopo avere preso in braccio un bambino di circa due anni – si è visto venire incontro di corsa la madre, che voleva una fotografia tutti insieme, mentre gli uomini ridevano (che qui sia d’uso che gli uomini non abbraccino i bambini?); la cuoca si è rivelata essere una futura guida turistica del Masai Mara. Tornando verso la scuola di Siongiroi, abbiamo notato le bambine di Sotik raccogliere l’acqua nelle pozzanghere. Nell’attesa che venisse portato nella chiesa vecchia il generatore per il film (oggi abbiamo proiettato “Mosè”) i giovani ci hanno intrattenuti con canti e balli (qui basta un semplice tamburo per dare il via a entusiasmanti coreografie). Infine nel solito viaggio (avventuroso) di ritorno verso la casa di Padre Christopher, oggi abbiamo chiuso Sister Jola nel bagagliaio insieme a Daniela e Sonia (qui vige sempre il sistema 5×20).

Espressione swahili del giorno: Kuja hapa (Vieni qua), equivalente al chiudere la mano a pugno, gesto che usiamo per chiamare a noi i bambini.

27 agosto

La giornata è iniziata con la Messa, celebrata insieme ai giovani riunitisi per il meeting di evangelizzazione. Come di consueto, essa è stata animata con canti e balli all’africana. E’ triste rendersi conto come questa sia stata ormai la penultima Messa all’africana cui abbiamo assistito, queste messe sono un momento di vera festa cui purtroppo non siamo abituati in Italia. Dopo la celebrazione dell’Eucarestia – durante la quale suor Jola ha fatto un bel discorso sul significato della preghiera nella vita del cristiano – abbiamo avuto il primo dei due incontri culturali con i giovani del meeting. Ci ha un po’ stupito come essi avessero ritrosia a mettersi tutti in cerchio durante il dibattito: qui sono abituati a stare seduti in fronte a chi parla loro, per ascoltare; nella posizione a cerchio, invece, eravamo tutti uguali, tutti seduti uno di fronte all’altro per parlare ed ascoltare. Il primo incontro ha trattato principalmente il tema della formazione scolastica, con i giovani studenti che ci hanno fatto domande sul sistema scolastico italiano per fare un raffronto con il proprio. Dopo un’oretta, abbiamo interrotto per compiere tre gesti simbolici: alla posa della prima delle fondazioni del dormitorio per i bambini è seguito l’inizio della pavimentazione della chiesa (ciascuno di noi ha portato una pietra che è stata frantumata per fare il battuto); infine abbiamo piantato un albero a testa, che rimarrà nel tempo a ricordo del nostro passaggio.

Per il pranzo ci siamo riuniti a casa di padre Christopher con il Consiglio Pastorale della Parrocchia, i rappresentanti del quale hanno voluto ringraziarci per queste settimane che abbiamo trascorso insieme a loro. Ci sono state dedicate parole che ci hanno emozionato, fra le tante ci piace ricordare  quantomeno l’accenno al fatto che i bambini della scuola, lunedì scorso, dopo la nostra partenza per il Masai Mara, durante la festa di chiusura dell’anno scolastico non abbiano fatto altro che parlare dei giorni che hanno vissuto con noi in queste settimane; ed al fatto che la nostra testimonianza, nella sua semplicità, sia stata vissuta da alcune persone del villaggio come un’opera di evangelizzazione (ad esempio, la nonna di Sharon ha detto che avrebbe ricominciato a frequentare la chiesa). Durante il pranzo abbiamo avuto anche il piacere di conoscere la famiglia di Peter, uno dei bravi cuochi che hanno cucinato per noi durante questo mese: poco più che trentenne, egli ha già 7 figli (qui è considerata una “buona” famiglia quella composta da almeno 15 figli). Al pranzo è subito seguita la merenda al bar del padre di Sharon, il quale ieri ci aveva invitati a tornare per un ultimo saluto. Del suo discorso di commiato, ci ha colpito che egli abbia detto che una bambina così povera, che non può offrire nulla, potesse ricevere un’amicizia così bella da parte dei mzungu. Ci fa sempre impressione l’umiltà con cui queste persone si rapportano a noi. Sono loro, invero, che ci hanno dato moltissimo. Siamo poi tornati alla scuola per il secondo incontro culturale con i giovani del meeting. Frattanto Nino e Marie-Claire si sono allontanati per un’oretta per prendere informazioni su una possibile adozione a distanza. Il secondo incontro è stato più vivace del primo, in particolare per merito di Enrico e di Daniela, che lo hanno animato in un ottimo inglese, e dei catechisti che hanno proposto numerose domande nello spirito dello scambio culturale (fra le tante: sul rapporto fra gli adolescenti e la chiesa, sulla corruzione in politica, sulle religioni diverse dalla cattolica, sull’aids, sul problema della maternità adolescenziale, sugli attriti fra le tribù). Fra i tanti concetti espressi durante il dibattito, ci piace ricordare, nel concludere il diario di oggi, queste parole di un catechista: “Se la fede fosse davvero radicata nella vita delle persone, vi sarebbe unità fra le tribù perché le persone si renderebbero conto di credere in un unico Dio”.

Detto swahili del giorno: haraka haraka haina baraka (Le cose fatte velocemente non hanno la benedizione di Dio).

28 agosto

La giornata è iniziata presto per tutti. Chi si è alzato per vedere l’ultima alba, chi per fare la valigia, chi – come Nino e Marie-Claire – per vivere un momento tutto speciale andando ad incontrare la famiglia della loro nuova “figlia”. I nostri bis-sposini hanno infatti deciso di adottare a distanza una bambina della scuola di Siongiroi, di nome Chepkoech, la cui foto potete vedere all’inizio di questo diario. Nino e Marie-Clarie copriranno la retta scolastica della bambina per i prossimi anni (altri fra noi stanno pensando di assumersi lo stesso impegno). L’incontro è stato commovente e divertente allo stesso tempo. Quando Nino e Marie sono arrivati, i bambini della famiglia sono corsi loro incontro, mentre sullo sfondo si sentivano risuonare i bonghi nonché il canto di un gallo (di lì a poco buffamente catturato). La nonna (agricoltrice) ed il nonno (carpentiere) di Chepkoech li hanno quindi fatti accomodare nella capanna, poi hanno offerto la colazione (a base di chai, zucca, avocado e patate dolci). Chepkoech è orfana di padre, ha due fratelli maschi più grandi di lei; sua madre lavora lontano dal villaggio, sicché i tre bambini sono accuditi dai nonni. Dopo il momento dell’accoglienza, Christopher ha spiegato il motivo della visita; alla notizia, Chepkoech – che a scuola era fra le più affezionate a Nino e Marie-Claire – si è Messa a ridere per la gioia, la nonna invece ha avuto una reazione più composta, dignitosa; non capiva il perché di questo dono, in particolare perché fra circa 600 bambini esso fosse toccato in sorte proprio alla nipote. Pur vivendo nella povertà e dovendo mantenere agli studi tre nipoti, voleva ringraziare donando a Nino e Marie addirittura un pezzo di terra su cui costruire una propria capanna; ha poi accettato di donare “solo” un casco gigante di banane, un paio di zucche ed il gallo di cui prima, il quale – compresa la propria sorte – ha iniziato a correre a più non posso per l’aia, inseguito da bambini ed adulti e catturato fra le risa generali dopo circa 15 minuti. La misura dei doni da parte di queste persone si può comprendere anche da un episodio capitato la sera prima, quando Nino, Marie e Christopher si erano presentati a sorpresa andando a preannunciare la propria visita. Era l’ora del tramonto. La nonna con i due fratelli di Chepkoech (assente in quel momento) era nella capanna intenta a cucinare, la stanza era piena di fumo. In pochi minuti il sole era calato ed era sceso il buio; Christopher aveva quindi chiesto una lampada ad olio. La donna aveva risposto di non averla, al che i bambini, con la sincerità a volte un po’ ingenua loro tipica, avevano detto che non era vero, che la nonna l’aveva nascosta, ed erano andati a prenderla. Il primo incontro si era così svolto alla luce del fuoco e della lampada ad olio. Un piccolo aneddoto per raccontare come queste persone risparmino anche su ciò che a noi può sembrare essenziale, come la luce dopo il tramonto. Dopo le foto di rito, Nino, Marie-Claire e Christopher sono tornati a casa di quest’ultimo insieme alla bambina, in vista della Messa che si sarebbe svolta di lì a poco. Quando è entrata a casa del sacerdote, Chepkoech ha sgranato gli occhi come se entrasse in un castello: guardava con stupore ogni cosa, in particolare il tappeto steso per terra, sul quale sfregava i piedi; toccava i mobili, i copri-sedia, i tanti oggetti cui noi non facciamo più caso e che ad una bambina abituata a vivere in una capanna parevano irresistibili curiosità. I due “neo-genitori” hanno offerto a Chepkoech la colazione, e la bambina non si è fatta pregare, sbafandosi una tazza di chai, 3 fette di pane ed un paio di banane. Quindi si è alzata ed ha educatamente sparecchiato per tutti. A chiusura di questo episodio, Nino e Marie-Claire desiderano dire di essere rimasti stupiti di come uno sforzo economico lodevole ma tutto sommato sostenibile per il nostro abituale tenore di vita abbia creato una così enorme felicità. E invitano quindi anche voi che avete letto della nostra esperienza missionaria a fare altrettanto, sostenendo le adozioni a distanza e dando la possibilità di una istruzione a bambini poveri che altrimenti non potrebbero averla o l’avrebbero solo a prezzo di grandi sacrifici da parte delle famiglie d’origine. Per informazioni, potete rivolgervi a suor Jola presso la nostra parrocchia. La Messa di commiato è stata bella e intensa, quasi come quella di accoglienza. L’unica differenza – evidente ai nostri occhi! – è stata che non erano presenti i bambini della scuola, i quali durante la Messa di accoglienza avevano dato un tocco di entusiasmo in più a canti e balli. A parte questo accenno malinconico, dobbiamo riconoscere che la Messa – durata più di 5 ore e conclusasi verso le 17 – è stata speciale anche questa volta. Fra i vari momenti meritevoli di un ricordo, ci piace citare: il discorso di suor Jola, chiamata ancora una volta “a sorpresa” da Padre Christopher a commentare il vangelo del giorno; sister ha riportato le parole di Madre Teresa (noi dobbiamo essere una matita nelle mani di Dio, è lui che scrive la nostra storia, ragion per cui quando accettiamo di fare una cosa dobbiamo anche accettare quanto viene dopo di essa come conseguenza); i saluti, con tutte le persone presenti in chiesa che sono venute ad una ad una a stringerci la mano ed a dirci “arrivederci” (uno di essi ci ha anche dato una moneta a testa); i regali, ancora una volta! (un kanga per le ragazze, delle camicie con i disegni degli animali del Masai Mara per i ragazzi; del the, dei braccialetti, dei piccoli contenitori di maziwa lala); il padre di Sharon – dopo gli incontri al bar degli scorsi giorni – ha voluto farci un ulteriore regalo a nome della famiglia, donandoci un barattolo di miele per ciascuno; nel suo breve discorso di saluto, ci ha detto che ogni giorno ci vedeva passare a piedi per la strada davanti al suo bar e che mai avrebbe creduto che dei mzungu sarebbero entrati in esso; altri ci hanno detto che da oggi in poi la loro vita sarà più vuota, perché ogni giorno uscivano dalle case e dai negozi per vederci giocare con i bambini che incontravamo per strada. Ci sarebbe un ulteriore divertente aneddoto riferito a suor Jola da raccontare, ma sister mi diffida dallo scriverlo; mi limiterò allora a dirvi – se mai la incontrerete in giro per l’oratorio un po’ triste o con la testa fra le nuvole, cosa improbabile – di gridarle a sorpresa: “molto bene, molto bene!” Vedrete come scoppierà a ridere e – forse, chissà… – magari vi darà anche una spiegazione. Di certo noi non dimenticheremo presto il Sig. “Molto Bene”, vero trascinatore delle messe di Siongiroi. Il pranzo susseguente alla Messa è divenuto una merenda sinoira, in quanto abbiamo mangiato dopo le 17. Ancora una volta siamo stati accolti con grande ospitalità; quello che vogliamo farvi capire è che molte delle famiglie del villaggio sono più volte andate da padre Christopher a chiedere che noi ci recassimo a casa loro per condividere un pranzo: è importante in questa cultura poter accogliere l’ospite. Al ritorno abbiamo trovato la casa addobbata. Abbiamo così scoperto che Janet, Peter e gli altri che si sono occupati della cucina, del bucato e di tutte le attività lavorative necessarie nella gestione di una casa abitata da dieci persone, questa sera avrebbero condiviso la cena con noi. Dopo un ultimo film proiettato per i bambini del villaggio, abbiamo quindi vissuto “l’ultima cena” in Siongiroi. E’ stato un momento bello, anche perché, cenando sul tardi, la corrente è andata via quasi subito (qui la corrente è prodotta da un generatore portatile che smette di funzionare quando finisce la benzina) così abbiamo cenato alla luce delle lampade ad olio. Dopo i ringraziamenti di rito, e dopo avere lasciato le due chitarre in dono ai cuochi (bravissimi nel suonarle, e che si sono impegnati a fare musica di tanto in tanto per i bambini del villaggio), abbiamo avuto un momento tipo “serata canti in spiaggia attorno al fuoco”, solo che noi eravamo in casa attorno a due lampade ad olio. Nel concludere il diario di oggi, ci piace riportare il ringraziamento di Pauline, una delle insegnanti della scuola la quale ha anche spesso aiutato nel servizio in cucina, che ha detto che incontrandoci si è resa conto che siamo tutti figli di un unico Dio, bianchi e neri, uguali fra noi.

La nostra esperienza missionaria è così giunta lentamente (pole pole) al termine. Domani si parte per Nakuru, prima tappa dei tre giorni del viaggio di ritorno.

29 agosto

Alcuni bambini sono venuti anche oggi a trovarci, insieme alla loro famiglia, per salutarci al momento della partenza. A bordo di un matatu, abbiamo lasciato Siongiroi, direzione Nakuru. L’impatto con la città è stato sorprendente: dopo un mese di vita da villaggio, è stato curioso rivedere cose come una televisione, un semaforo o – Valentina quasi si faceva investire per raggiungerlo – un negozio di scarpe! Questa sera, finalmente, una doccia caldaaaaa!

30 agosto

La giornata di oggi – ultima in Kenya del nostro viaggio – è stata dedicata per buona parte alla visita del parco nazionale presso il Lago di Nakuru. L’esperienza è stata simile alla visita del Masai Mara, ma con alcune differenze: anziché gli elefanti, abbiamo visto gli eleganti fenicotteri bianchi e rosa ed i pellicani che si abbuffavano di pesce; abbiamo visto le zebre giocare fra loro e rotolarsi per terra, le giraffe brucare le cime degli alberi allungando i lunghi colli, i leoni letteralmente poltrire in cima ad una roccia dalla quale potevano sorvegliare la mandria di bufali, probabile pasto serale, come in una scena de “Il Re Leone”. Anziché un pic-nic con gli ippopotami, questa volta abbiamo fatto un pic-nic con le simpatiche scimmiette, che hanno preso di mira particolarmente Valentina: una le ha rubato una banana, un’altra le ha fatto la manomorta; hanno poi mangiato qualche popcorn e bevuto mezzo bicchiere di coca cola. Sulla strada del ritorno, abbiamo visto alcuni macachi accudire i propri cuccioli, alcune scimmiette giocare sui rami degli alberi e quando eravamo quasi all’uscita la strada quasi completamente invasa dalle scimmie, che camminavano tranquille ed incuranti del nostro matatu. All’esterno del parco, le casette degli abitanti erano dipinte con i ritratti dei vari animali, ed i lampioni stradali avevano la forma di fenicotteri in volo. Nel primo pomeriggio siamo andati al mercato di Nakuru, per comprare la frutta e gli ultimi souvenir. Enrico è stato nuovamente colpito dalla benedizione di suor Jola ed è caduto in un tombino.

In questo momento in cui stiamo scrivendo l’ultimo capitolo del nostro diario, siamo in viaggio verso Nairobi, dove nella notte prenderemo l’aereo che ci riporterà in Italia. Fuori è buio, è notte, come era buio in quella notte di circa 4 settimane fa in cui la capitale del Kenya ci accolse. Il nostro primo impatto allora furono le persone che camminavano nel buio, per andare a lavorare. Nel riflettere sul senso dell’esperienza che abbiamo vissuto, ci rendiamo conto che le cose che abbiamo fatto – che a noi spesso sono parse del tutto ordinarie, normali, come passeggiare per la strada e fermarsi a giocare con i bambini più poveri, o entrare in un bar o in una capanna, o semplicemente parlare con le persone, sforzandoci di usare qualche parola in swahili o kalenji – per quanti abbiamo incontrato siano invece state speciali; non a caso molti, al momento dei saluti, hanno detto che noi per loro eravamo stati una benedizione; è tuttavia vero, secondo noi, anche il contrario: queste persone, che vivono nella povertà, ci hanno accolto con generosità e sempre con il sorriso sulle labbra; ci hanno fatto sentire amati, non c’è mai stato un momento in cui uno fra noi si sentisse solo, immaginate invece una vacanza a Parigi o a New York, chi vi viene incontro dicendovi “karibuni” o “welcome”? Chi vi considera persone speciali solo perché siete lì in visita? Queste persone ci lasciano un tesoro da riportare in Italia, e non stiamo parlando dei pur tanti regali che ci hanno fatto; ci rimangono i sorrisi luminosi dei bambini che ci correvano incontro, gli abbracci che non volevano finire mai, gli sguardi delle persone, in particolare di quelle che sono venute a salutarci ad uno ad uno in chiesa l’ultimo giorno a Siongiroi. Sono quegli sguardi, quegli abbracci, quei sorrisi, che “rivedremo” nella nostra quotidianità, e sarà questo probabilmente il nostro mal d’Africa, quell’impossibilità di sentirsi compresi, accettati, in una società che non ti capisce ma spesso solo ti usa e ti giudica. Quanta differenza con la gratuità delle emozioni che abbiamo sperimentato qui… È probabile che al nostro ritorno molte delle cose che possediamo ci appariranno inutili, che ci sentiremo ricchi per quello che abbiamo, qui abbiamo imparato a lavarci i denti con un bicchiere d’acqua e vederla scorrere abbondante nel lavandino ci farà sicuramente effetto; sapremo chiudere il rubinetto per non sprecarne troppa? Anche questa è una domanda che ci stiamo facendo mentre viaggiamo verso Nairobi. Forse sì, ed allora è proprio nei gesti della nostra quotidianità, nei comportamenti che adotteremo con il nostro prossimo, che forse andrà ad inserirsi l’eredità di questo tipo di esperienza; se per gli abitanti di Siongiroi la nostra semplice presenza è stata una benedizione e semplicemente stando in mezzo a loro siamo stati, nel nostro piccolo, chiesa missionaria, se in questa maniera noi siamo stati per loro, come ci hanno detto, “segno della presenza di Dio”, allora è nostro dovere sforzarci di essere missionari nelle nostre città alla stessa maniera, con la testimonianza della nostra vita.

Nel concludere, desideriamo ringraziare quanti prima della nostra partenza hanno contributo alla raccolta del denaro da portare in dono alla parrocchia di Siongiroi o in qualsiasi altro modo ci abbiamo dato una mano rendendo possibile la realizzazione del nostro viaggio. Un ringraziamento speciale va a te, amico lettore, che ci hai seguiti pazientemente sino a qui, pagina dopo pagina. Se la nostra testimonianza ti ha fatto venire voglia di partire per l’Africa, ti diciamo una sola cosa: metti da parte i dubbi sulle difficoltà che dovrai affrontare, saranno tante, a partire dalla più divertente (le strade dissestate); ma in cambio scoprirai un mondo che nessuna parola, neppure le nostre, saprà mai comunicarti fino in fondo, e che ti resterà per sempre nel cuore.

Renato Amatteis

All’esperienza missionaria di Siongiroi 2011 hanno partecipato:

  • Daniela Fiorito, l’interprete
  • Daniela Romano, la nutrizionista
  • Enrico Beccaria, l’aggiusta tutto benedetto
  • Marie-Claire Canepa, regista
  • Maela Giorgino, tecnologa multimediale
  • Renato Amatteis, che ha scritto il diario
  • Serafino Lia, fotografo ufficiale del gruppo
  • Sonia Caraci, colei che ride sempre
  • Suor Jola Plominska, mtakatifu benedicente
  • Valentina Martone, l’amica degli animali

Appendice

Un ricordo da parte di padre Christopher

È arrivato il momento di concludere il programma con i nostri missionari di Torino. Desidero fare un breve commento sul programma svolto. L’esperienza coi voi è stata meravigliosa ed importante. Io, i miei parrocchiani ed in particolare i bambini della nostra scuola primaria e secondaria abbiamo imparato molto da voi, toccando attività scolastiche ed extra-scolastiche, senza trascurare la dimensione spirituale. Tutto ciò è stato svolto attraverso la proiezione di film, lezioni in classe, omelie di suor Jola, condivisione dei giochi… Ognuno di voi è stato una importante risorsa per il programma. Concludo dicendo che dovremmo vivere ricordandovi, ricordando la vostra umiltà, pazienza, semplicità, perseveranza, apertura di cuore, coraggio nella fede, generosità… Sole due righe per apprezzare la vostra venuta e tutto quello che avete offerto e chiedere a Dio di benedirvi e di dare a noi la capacità di fare buon uso di tutti i vostri contributi nella scuola e nella parrocchia nel suo complesso. Inoltre vi ringrazio per i palloni, le divise da calcio, le penne, i libri, i colori, il proiettore, il computer, i film e particolarmente per la vostra stessa presenza. Vi ringrazio anche per la vostra volontà di aiutare i nostri poveri bambini studenti attraverso il sistema delle adozioni a distanza. Dio vi benedica e vegli su di voi, sulle vostre famiglie e sui vostri amici.

Kwaheri na karibuni tena (Arrivederci e benvenuti ancora)
Ci mancherete, padre Christopher Rotich

2017-08-19T12:49:32+00:00 30 agosto 2011|Esperienza missionaria|0 Commenti

Scrivi un commento