Esperienza missionaria 2012 in Brasile

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Esperienza missionaria 2012 in Brasile

Cinque settimane nella foresta amazzonica del Brasile. I giovani hanno fatto l’esperienza della vita quotidiana del missionario presso la parrocchia di Careiro da Várzea, nell’Arcidiocesi di Manaus.

Diario dell’esperienza

Nichelino, 15 agosto

È passato un anno dall’esperienza missionaria vissuta a Siongiroi, in Kenya. Nel corso di questo anno non c’è stato giorno in cui almeno uno di noi “missionari per caso” non abbia parlato di Africa, con gioia, rimpianto e gratitudine, a dimostrazione di come quella esperienza abbia segnato la nostra vita. È strano, oggi, ripartire per un’altra destinazione, differente e (ci auguriamo) altrettanto meravigliosa, senza alcuni dei nostri primi compagni di viaggio. Sappiamo che essi ci seguiranno attraverso le pagine di questo diario e che noi saremo i loro occhi e le loro orecchie ma… ci mancheranno… ci mancherete… perché in questo anno avete saputo essere, nelle iniziative e nei comportamenti, Africa per ciascuno di noi. A voi ed a quanti a casa aspetteranno il nostro ritorno, dedichiamo questo viaggio, fiduciosi che i nostri nuovi amici, Sara, Marco e Matteo, sapranno essere anch’essi, a modo loro, speciali.

Da Siongiroi… da Nichelino… per oggi è tutto. Ci si rilegge da Careiro da Varzea… Brasil! Mungu akubariki (Dio vi benedica)!

Renato, Sonia e suor Jola

Manaus, 16 agosto

Decine di migliaia di chilometri percorsi e 29 ore di viaggio per venire sino a qui a mangiare… la pizza! La nostra prima giornata brasiliana, una giornata di fatto durata quasi 48 ore fra fuso orario e impossibilità a prendere sonno, si conclude in una pizzeria di Manaus. La pizza brasiliana è diversa da quella italiana: i camerieri camminano per i tavoli proponendo tranci, così che il cliente possa assaggiarne il più possibile di tipo differente, passando dal dolce al salato. Si va dalla pizza al cajù (tipico frutto dell’Amazzonia) alla pizza alla banana fritta, dalla pizza al bodo (pesce di fiume; Manaus è sul Rio Negro) alla classica pizza italiana (napoletane, calabresi…) un po’ rivisitata (la quattro formaggi, ad esempio, prevedeva una netta prevalenza della scamorza rispetto agli altri formaggi ed aveva un croccante bordo al pane di sesamo), passando attraverso la golosa pizza al cioccolato ed altre pizze curiose che ci hanno fatto subito capire come qui in Brasile amino particolarmente mangiare dolce. Anche il nome della pizzeria, “Loppiano”, scelto in omaggio del movimento dei focolarini, cui partecipano i proprietari del locale, ha attirato la nostra attenzione, in quanto tale movimento è assai caro a Suor Jola, che si reca a Loppiano ogni anno. Iniziamo a scoprire come il portoghese sia lingua piena di trabocchetti: la “pizza alla salsiccia” è divenuta prima “pizza alla banana fritta” e poi “pizza all’ananas” (abacachi).

Ma facciamo un passo indietro e ricominciamo dall’inizio. Il volo intercontinentale si è svolto senza intoppi, a parte, nell’ordine: all’aeroporto di San Paolo di punto in bianco Jola si è messa a correre, per poi tornare a noi con una seconda suora, tale irmã Dores (irmã è la parola portoghese per suora), la quale era venuto a prenderci perché pensava che ci saremmo fermati a San Paolo; al che ci è venuto il dubbio che a Manaus non ci fosse nessuno ad attenderci; piccolo dettaglio: nella foresta amazzonica il cellulare non prende, così ci siamo tenuti il dubbio sino all’arrivo. In fase di atterraggio nella capitale dell’Amazzonia ci sono stati un paio di vuoti d’aria che hanno divertito in maniera particolare Sonia (la quale ha mostrato tutto il suo apprezzamento con un paio di urli ben riusciti). Dopo l’atterraggio abbiamo visto ridere ed arrossire irmã Jola, letteralmente “abbordata” da un brasiliano di passaggio al terminal, e sudare freddo Marco, allorché l’altoparlante ha annunciato che la polizia stava trattenendo i bagagli di alcuni passeggeri per un controllo (sembra che il nostro amico trasportasse polvere bianca poi rivelatasi essere ghiaccio sintetico). Difficile da dimenticare sarà infine la visione dall’alto della foresta amazzonica, sterminata, per chilometri e chilometri. Per non dire del Rio delle Amazzoni, che si estende da sponda a sponda per 20-25 chilometri. L’impatto con il caldo di Manaus è stato forte; l’aria è pesante e si fatica un po’ a respirare, ma tutto sommato ci si può abituare; ciò che non aiuta è il continuo passare da ambienti con l’aria condizionata all’ambiente esterno, più umido; il risultato è che ogni volta si ha l’impressione di entrare in un forno. Nel ripensare al fresco notturno di Nairobi 2011 ed alle persone che camminavano nel buio per andare a lavorare, qui si ha l’impressione di una città viva ma meno caotica. Padre Acassio, che domani ci accoglierà a Careiro da Varzea, guida una macchina molto diversa dal 5×20 di africana memoria. Una cosa però è rimasta uguale: il primo cartellone pubblicitario che ci accoglie è quello della Coca Cola. Giunti a casa, sulla porta della parrocchia troviamo l’annuncio che questa sera si svolgerà una celebrazione, poiché qui in Brasile è la settimana della festa della famiglia. Ci sembra un buon modo per iniziare la nostra esperienza missionaria e ci proponiamo di partecipare. Nell’attesa, Padre Marco e Suor Giovanna ci accolgono offrendoci il pranzo. Iniziamo così a scoprire la cucina brasiliana: dal riso (proposto mischiandone tipi differenti: nero, arborio, violaceo, integrale…) al pesce pescato nel fiume (il bodo) ai succhi di frutta usati come bevande alternative all’acqua (di graviola e di cajù, frutti dell’amazzonia; quello di graviola era di colore bianco, densità leggera, simile ad un frappé). La casa parrocchiale è essenziale ma confortevole. La suora dorme su un’amaca. Durante la celebrazione della festa della famiglia restiamo colpiti dalla partecipazione intensa della comunità; fra canti che emozionano i presenti e la testimonianza di vita vissuta di una coppia di sposi, restiamo piacevolmente coinvolti e quindi invitati a salire vicino all’altare per presentarci alla comunità. A volte mi è stato chiesto perché partecipare ad una esperienza missionaria. Nelle pagine di questo diario troverete tante risposte, fra loro diverse, che potranno incuriosirvi, soprattutto con riferimento alle nostre giornate trascorse all’interno della foresta più grande del mondo. Per oggi ci piace concludere il nostro diario raccontandovi questo aneddoto: finita la celebrazione i parrocchiani sono venuti a salutarci, ad uno ad uno, chi con una stretta di mano, chi con una parola in portoghese, chi con un sorriso. Ad un certo punto si è avvicinata una nina (una bambina dai lineamenti ispanici), età apparente otto anni; lo sguardo serio, ha fissato Sonia per qualche secondo, poi ha aperto le sue braccia e si è abbandonata nelle braccia della nostra amica, che l’ha stretta a sé, facendo un bellissimo sorriso. Poi la nina ha abbracciato tutti noi, sempre senza dire una parola. Questo genere di emozione, e di spontaneità, è qualcosa che nelle nostre terre si è perso, e che in questi mondi lontani è ancora possibile ritrovare. Domani si parte per Careiro da Varzea. Boa noite!

Careiro da Varzea, 17 agosto

Una doccia ristoratrice ed una notte di sonno ci restituiscono le energie per iniziare davvero il nostro viaggio: oggi infatti ci lasciamo alle spalle la dolce pizza brasiliana per navigare il Rio delle Amazzoni. Il porto di Manaus è piccolo ma vivace, si susseguono imbarcazioni delle dimensioni più diverse, dagli “autobus” d’acqua ai traghetti che, senza alcuna misura di sicurezza, trasportano enormi camion col rischio di rovesciarli in caso di fiume mosso. Oggi, però, il Rio è calmo, calmo ed immenso. Da sponda a sponda copre la distanza che passa da Nichelino a Torino Porta Susa, e ritorno. Mi immagino a fare, per lavoro, il pendolare qui; anziché essere chiuso nella metro a leggere un libro, potrei viaggiare su una barca, all’aria aperta, osservare le palafitte costruite sulle rive, la pinna di un delfino che spunta a fior d’acqua, la foresta verde che riempie l’orizzonte. Tutto qui è in qualche maniera diverso, legato all’acqua, anche le cose ovvie: per fare un esempio concreto, la stazione del benzinaio è costruita sul fiume, e lì galleggia con il suo carico. Jola ci racconta di come, quando era ancora bambina, avesse letto i libri dei missionari polacchi che avevano vissuto in Amazzonia; ora ha l’impressione che quei ricordi stiano uscendo dai libri e divenendo ai suoi occhi realtà. Stiamo realizzando che, sì, siamo in Amazzonia. A metà tragitto l’imbarcazione si ferma in un punto in cui il Rio Negro si unisce ad altro affluente del Rio delle Amazzoni; acque di colore bianco ed acque di colore marrone si incontrano, e la distinzione fra i due colori, le storie dei due fiumi, si fa netta e visibile agli occhi. Dopo circa mezz’ora di navigazione, sbarchiamo a Careiro da Varzea, piccolo paese di circa 1300 anime. Dei 62 gradini che collegherebbero l’accesso al porto alla strada, ne calpestiamo, sbarcando, non più di 6-7; ultimo segno dell’esondazione che ha colpito la regione pochi mesi fa. Il fiume sta iniziando a ritirarsi, ma per le strade permane il segno del livello raggiunto dalle acque. Qui ogni anno, fra novembre e luglio, il fiume rompe i suoi argini allagando terre e abitazioni.

Careiro è un paese piccolo, in poche centinaia di metri lo si gira tutto; eppure qui i ricchi si muovono in motorino per coprire distanze brevissime. La gente cammina per le strade con l’ombrello, per proteggersi dal caldo. In certe ore la luce è accecante. Padre Acassio ci accoglie nella sua abitazione e subito, insieme a Suor Giacinta, ci offre il pranzo: grigliata di carne alla brasiliana, secondo la regola che sino a quando il commensale non intuisce che deve dire “basta” si continua a mettere carne a cuocere. A pochi metri da noi, sul balcone, un camaleonte riposa placido e vigile. Mentre mi gusto il pasto, mi torna in mente il pic-nic con gli ippopotami nel Masai Mara l’anno scorso. Sono questi piccoli dettagli materiali che diventeranno i nostri ricordi quando saremo tornati alla quotidianità. A metà del pranzo si aggiungono al gruppo tre ragazze siciliane che sono qui già da una settimana: Ambra, Lionela e Loredana. Molto simpatiche, ci raccontano con entusiasmo delle esperienze che hanno vissuto in questi giorni, dandoci una panoramica di quello che potremo scoprire anche noi, dai cibi assaggiati nei villaggi indios agli animali incontrati. La suora che le guida, irmã Selia, è un classico esempio di allegria brasiliana. Dopo pranzo, Marco prende in mano la chitarra e dà il via ai canti, tutto diviene così coinvolgente che ci rendiamo conto che già sta nascendo un nuovo gruppo.

Un raio de sol illiminou a nossa vida…

A differenza dell’anno scorso, quando vivemmo tutti insieme nell’abitazione del sacerdote, scopriamo che quest’anno ciascuno di noi passerà la notte in una stanza messa a disposizione da una famiglia. Purtroppo qui nessuno parla inglese o italiano, e le difficoltà di comunicazione non saranno poche, comunque anche questo farà parte dell’esperienza. Ci fa piacere che la gente, incontrandoci per strada, ci fermi chiedendoci “dov’è la tua famiglia?” Siamo stati in un qualche modo adottati dalla comunità e con la loro semplicità vogliano farci sentire in famiglia. Nel limite del possibile rispondono alle nostre domande, ci raccontano dell’alluvione che ha colpito la città negli scorsi mesi e di come qui gli studenti vadano a scuola anche alla sera, perché ora solo più un’aula è rimasta agibile ed essi sono costretti a frequentare l’istituto secondo tre turni (mattina, pomeriggio e, appunto, sera). Per cena siamo attesi nella piazza nel paese, dove avviene la presentazione ufficiale. Ciascuno di noi racconta qualcosa di sé, poi ci mischiamo agli abitanti di Careiro per il momento della cena e per qualche passo di danza. Durante lo spettacolo di ballo, infatti, i ballerini ci vengono a prendere per mano e ci trascinano in pista. Non si può dire di no, né lo vorremmo. A fine presentazione, ciascuno riceve in dono un’amaca su cui è stata scritto il proprio nome. Jola ci annuncia che dormire su un’amaca è il sogno della sua vita e che questa notte finalmente ci riuscirà!Boa noite!

P.S. Secondo voi ci riuscirà davvero? Lo scoprirete solo leggendo!

Trabocchetto portoghese del giorno: “burro” = “asino”, passami il burro = passami l’asino!

Careiro da Varzea, 18 agosto

Prima di raccontarvi gli eventi di oggi, vogliamo tranquillizzare i fans di Suor Jola circa l’esito dell’esperimento amaca: è miseramente fallito. Quando alle 7.15 non l’abbiamo vista arrivare puntuale per la recita delle lodi, preoccupati ci siamo recati presso il suo appartamento, dove l’abbiamo trovata arrotolata ed immobilizzata dall’amaca, che ha avuto la meglio su di lei. Irmã Jola ha comunque annunciato che riproverà a domare l’amaca la prossima notte. Vi terremo informati. Questa mattina abbiamo avuto l’opportunità di condividere l’incontro di formazione annuale degli operatori pastorali della parrocchia. Ogni operatore rappresentava 10 comunità. Ogni comunità è localizzata in uno dei numerosi villaggi che andremo a visitare nelle prossime settimane. Il territorio della parrocchia, diversamente da quanto avviene nelle nostre città, è quindi particolarmente esteso. Basti pensare che Padre Acassio, per raggiungere la comunità più distante, deve fare un viaggio in barca di circa 6 ore; dal momento che la sua barca non è adatta a navigare nei punti più bassi del fiume, posti a circa 3 ore da qui, egli è costretto, in tali occasioni, a chiedere un passaggio ad un’altra barca, che lo porti a destinazione. È del tutto normale, in tali circostanze, che egli non possa stabilire a priori un orario per la messa e che, non trovando nessuno al momento del suo arrivo, sia costretto ad aspettare anche per ore il ritorno delle persone della comunità. L’incontro di formazione di oggi era sul tema della iniziazione cristiana. Esso era organizzato alternando momenti seri ad altri ludici. Quanto ai primi, abbiamo dato il nostro contributo proponendo degli spunti di riflessione attorno ai 7 sacramenti. Per ogni sacramento abbiamo individuato due parole caratterizzanti, invitando i presenti a riunirsi in gruppo per trovare la motivazione di tali parole, per poi illustrarla, con un disegno ed un commento, all’assemblea. Le parole da noi indicate sono state queste: battesimo, passaggio e vita; confessione, abbraccio e ritorno; comunione, incontro e gioia; cresima, scelta e doni; matrimonio, dono e unione; ordinazione, chiamata e missione; unzione degli infermi, conforto e speranza. Il sacramento meno vissuto è quello dell’unzione degli infermi, che qui viene preso in considerazione solo in prossimità del trapasso del defunto; tuttavia, a causa delle distanze fra la parrocchia centrale e le varie comunità, di fatto esso non viene quasi mai praticato. Quanto ai momenti ludici, abbiamo partecipato al gioco proposto da Suor Selia, che consisteva nel correre, quando chiamati, attorno ad una sedia posta al centro della stanza; ognuno di noi rappresentava un personaggio della famiglia e nel giro di poco tempo, di chiamata in chiamata, si è creata una divertente confusione. Qui amano compiere gesti di complicità. Ad esempio, il segno della pace avviene non durante la messa ma al termine della stessa, e non si stringe la mano dell’altro bensì gli si dà “l’abbraccio della pace”. Allo stesso modo, Suor Selia ha voluto iniziare gli incontri di questi giorni con una canzone durante la quale si abbraccia il proprio vicino.

Sò porque voce veio, è festa no cèu, è festa aqui. Com un aperto de mào, un abraço apertado, um sorriso ben largo, vamos laurar a Deus que està aqui, que està au se lado. (Perchè tu sei venuto, è festa in cielo, è festa qui. Con una stretta di mano, un abbraccio forte, un sorriso ben largo, andiamo a lodare Dio, che è qui nella persona accanto a te).

All’assemblea partecipavano anche operatori sociali di comunità di sangue indios. Durante il pranzo abbiamo avuto la possibilità di giocare con una bellissima bambina, figlia di una di essi.

Al pomeriggio abbiamo preso la barca per compiere la prima delle nostre esplorazioni. Della comunità che abbiamo visitato, sita a circa 1 ora di navigazione, ci piace condividere con voi almeno questi ricordi: quando siamo arrivati, sono stati scoppiati dei botti per avvisare la popolazione della presenza del sacerdote; nell’attesa, abbiamo visto l’albero della gomma, che Suor Giovanna ha inciso facendone “lacrimare” il liquido, un delfino che giocava vicino alla riva, ed un piranha morto. Le persone sono arrivate alla spicciolata, chi su una barchetta, chi a piedi. Alcuni avevano l’ombrello per proteggersi dal sole, molti erano vestiti in maniera elegante; ci ha altresì incuriosito il fatto che al termine della celebrazione siano comparsi cellulari e macchine fotografiche, a riprova che anche nei luoghi più poveri le persone ci tengono ad apparire al meglio quantomeno nei momenti di festa. La chiesa, proprio come tutte le abitazioni in riva al fiume, era costruita su una palafitta. All’interno faceva un caldo difficilmente sopportabile; dobbiamo peraltro segnalare, ormai con una certa rassegnazione, come qui siamo sudati sempre, a qualsiasi ora del giorno, anche di sera. La popolazione locale è accogliente, ma l’impatto è differente rispetto alla realtà africana visitata l’anno scorso. C’è molta timidezza. Le messe, all’interno delle singole comunità, sono rare: l’ultima volta Padre Acassio si era recato presso questa comunità nel mese di aprile ed aveva programmato di tornare a dicembre; è stato chiamato ora perché nelle scorse settimane sono morte sette persone ed anche per tale motivo, ci è stato detto, molti avevano lo sguardo triste ed alcuni piangevano. Al ritorno il Rio delle Amazzoni ci ha regalato uno splendido tramonto. Alla sera siamo stati invitati ad una festa di compleanno. La festeggiata, Natalia, compiva 15 anni, che qui corrisponde, almeno per le ragazze, all’anno della maggiore età, ma non solo: la festa simboleggia altresì il passaggio della giovane da ragazza a donna, per questo vi è un rito fatto di gesti simbolici (la ragazza consegna ad una bambina piccola la sua bambola, a significare che non ne avrà più bisogno; riceve da sua madre scarpe da adulta, col tacco; balla il valzer di Strauss col padre e gli altri uomini della famiglia, più, per ultimo, il suo fidanzato o, se è single, un amico che rappresenti il promesso sposo). Tutto l’insieme ha un che di fiabesco, ed anche per questo gli invitati sono vestiti in maniera assai elegante. Noi avevamo abiti da campeggio e per toglierci un po’ d’imbarazzo le famiglie hanno voluto regalare, quanto meno alle ragazze, scarpe o abiti da sera. Questa voglia di mettersi eleganti nei momenti di festa, nonostante la povertà della vita quotidiana, ha ricordato a Jola la sua esperienza in Camerun, dove era consuetudine per le famiglie indebitarsi anche notevolmente per poter vivere in maniera sfarzosa quantomeno i momenti di festa. Anche per oggi da Careiro da Varzea è tutto.

Careiro da Varzea, 19 agosto

Secondo giorno di esplorazione, visitiamo la comunità di Curarì. La mattinata si è svolta in maniera simile a ieri: messa su una palafitta e pranzo comunitario. La messa, venendo celebrata occasionalmente, diviene altresì momento in cui si festeggiano ricorrenze che non cadono in quel giorno; oggi, ad esempio, si sono festeggiati i 70 anni di un anziano della comunità. Per certi aspetti, poi, questa messa è stata un tuffo nel nostro passato africano, quando in braccio a Suor Jola si è seduta una bambina vivacissima che ci ha ricordato “Peste Kidogo” di Siongiroi. Incontenibile, dalla risata coraggiosa, abbiamo potuto godere della sua compagnia anche per tutto il viaggio di ritorno in barca. Qui i bambini sono un po’ timidi e ci mancano certe sensazioni africane; è stato bello, per qualche ora, lasciarsi andare di nuovo un po’…

Chi di voi non diventerà come un bambino non entrerà nel regno dei cieli (Vangelo).

Altri ricordi della mattinata: i bimbi che giocavano sulle case galleggianti; un bambino che si lavava all’aria aperta in una grossa tinozza; un signore che pescava nel fiume, incurante di coccodrilli e piranha; ed un certo stupore da parte nostra nel constatare come qui non sembri esistere una vera cultura del rispetto della natura; abbiamo visto buttare l’immondizia nel fiume, i tronchi galleggianti lasciati andare alla deriva, le case rovinate dall’alluvione non ricostruite… Ovunque qua si getti lo sguardo, si ha la sensazione di essere immersi nella natura, eppure, almeno in apparenza, non sembra esserci la volontà di preservare l’incanto di questo luogo. Le ragazze siciliane ci hanno salutato per seguire un altro itinerario per 4 giorni. Le rincontreremo venerdì. Al pomeriggio i giovani del paese hanno chiesto di trascorrere un po’ di tempo insieme e ci hanno portati a visitare un ranch (allevamento di mucche, cavalli…) così esteso che non se ne vedeva la fine. Sara, Matteo e Suor Giovanna hanno fatto un giro a cavallo con una certa trepidazione. Abbiamo potuto assaggiare un dolce alla manioca e scoprire il sapore della noce brasiliana e del mango. Le persone di qua prendono la vita con molta tranquillità e ridono spesso. Ci ringraziano perché da così lontano siamo venuti sino in questa terra, dando loro l’opportunità di accoglierci.

Il momento più bello della giornata è stato alla sera, quando con le varie famiglie ci siamo ritrovati in piazza a mangiare la pizza. È un vero peccato che in questa città nessuno parli inglese, avremmo tante domande da fare, tante cose da raccontare, e non si riesce a comunicare in maniera autentica con le famiglie che ci ospitano. Questa sera, invece, essendo tutti raccolti in un unico posto, con Suor Giovanna a fare da traduttrice, siamo riusciti a dialogare un po’ di più. Alla cena è seguita una gara di canti, portoghesi contro italiani. Basta una chitarra per sentirsi uniti, al di là delle difficoltà della lingua.

P.S. Jola ha domato l’amaca.

Foresta Fluviale, 20 –23 agosto

Lunedì mi sono svegliato con un pensiero banale ma veritiero nella testa: se ci si vuole innamorare una seconda volta, non si deve continuare a cercare, in chi si incontra, le caratteristiche di chi non c´è più. Così mi sono detto: “Renato, se vuoi apprezzare l’Amazzonia, non devi cercare l’Africa qui, ma devi imparare a conoscere questa terra per quello che è. Una terra diversa.” Così ho fatto, e subito l’Amazzonia ha risposto.

In amaca sul Rio delle Amazzoni

Dopo l’ultimo pranzo in Careiro, nel quale abbiamo conosciuto due filippini che si aggregheranno al gruppo per questi giorni, e padre Acassio ci ha offerto altri cibi tipici del territorio, come il gustosissimo pesce pirarucu (il re del Rio delle Amazzoni, che può arrivare a 3 metri di lunghezza e che avremmo visto, appena pescato, nella giornata di martedì), prendiamo i bagagli e ci trasferiamo sulla barca, la “Simao Santos”.

Il traghetto sarà la nostra abitazione nei prossimi quattro giorni, durante i quali avremo l’opportunità di esplorare la foresta e conoscerne le genti. Montiamo subito le amache: questa notte dormiremo sul Rio delle Amazzoni! Al pensiero sorrido. Provo la mia amaca e la trovo comoda, larga, forse un po’ instabile ma la cosa fa parte del gioco; per non rovesciarci, e per non farci venire mal di schiena, ci dicono che occorre dormire distesi in diagonale. Guardo i miei amici mentre montano le amache: sembrano, sembriamo, bambini di fronte ad un giocattolo nuovo. Sara ride, Matteo da bravo ingegnere sperimenta le posizioni migliori, Sonia, che è la più piccolina, si lascia abbracciare dall’amaca e d’improvviso ne viene avvolta. Dopo diversi giorni, in cui non ha potuto dormire a causa del caldo, finalmente questa notte riuscirà a riposare.

Il fiume incantato

La “Simao Santos” è costruita su due piani; saliamo al primo, che fa da tetto, e ci gustiamo il panorama. La barca ondeggia, ridiamo un po’ preoccupati nel notare che i mancorrenti sono così bassi da essere inutili, è come se non ci fossero.

Ci sediamo sulle panche, Marco prende la chitarra ed iniziamo a cantare. Attorno a noi è Amazzonia, ovunque, l’Amazzonia incantata che cercavamo. Il fiume è immenso, in certi momenti si ha come la sensazione di essere dentro ad un mare tanto è grande, in altri, quando si è più vicini alla riva, la nostra attenzione viene attirata dalle piante e dagli animali.

Stormi di uccelli si alzano in volo quando la barca si avvicina ad essi, il sacerdote scruta la superficie dell’acqua alla ricerca del coccodrillo. Nonostante la gioia del canto, ad un certo punto il panorama diventa così “pazzesco” che, senza metterci d’accordo, facciamo tutti silenzio. E nel silenzio non si ode più rumore alcuno, tranne il canto degli uccelli. Stiamo così per minuti e minuti, a contemplare l’incanto. Nessuno osa parlare, come se il semplice parlare fosse in qualche modo un macchiare la bellezza di questo luogo. Il fiume, di tanto in tanto, propone un bivio, quasi fosse una strada. Il sacerdote ci chiama a gesti, indica un coccodrillo. Lo guardiamo senza proferire parola, mentre non distante da noi l’ennesimo stormo di uccelli si alza in volo.

Il libro della giungla

Dopo alcune ore di navigazione, la “Simao Santos” improvvisamente si ferma. La ragazza filippina ci chiama e ci dice: “Vamos!” Andiamo! Ma andiamo dove? Nessuno ce lo spiega, non abbiamo capito che siamo arrivati nella prima comunità e scendiamo in ciabatte. Padre Acassio e suor Giovanna iniziano ad addentrarsi nella foresta, e noi dietro, lo sguardo perplesso. Dopo poche centinaia di metri, appare la chiesa, una piccola costruzione circondata dalla giungla. Siamo a Boca de Caioè. Gli abitanti del luogo sparano i soliti botti da capodanno, per avvisare il popolo che il sacerdote è arrivato, e ci danno il benvenuto. Mentre le donne iniziano ad offrirci gustosi frutti da assaggiare (inga, cajù, jenipapo…) e l’anziano del villaggio ci mostra orgoglioso un grosso pesce pescato oggi, noto una bambina dallo sguardo timido che mi osserva curiosa, forse un po’ diffidente. Nei suoi lineamenti c’è sangue indios, anche se non dovremmo dirlo ad alta voce; le comunità che andremo ad incontrare non sono indios, sono discendenti che hanno accettato la civiltà moderna, ed in qualche modo sembrano vergognarsi della loro origine etnica. Fatto sta che io resto incantato di fronte a quegli occhi indios, e li fotografo. Sonia propone di andare a fare un giro nella giungla. Guardo le sue ciabatte, le mie ciabatte, penso agli scarpone comprati da Decatlhon ed alle sorprese che potrebbe riservarci il suolo. Andare, non andare? “Io vado” sorride Sonia. “Chi viene?” La bambina timida si fa avanti, è sordomuta e non so come ma ha capito; e così, dopo di lei, il gruppo inizia ad allargarsi. In ciabatte da doccia nella giungla, partiamo. Non so come descrivervi quello che vediamo. Se qualcuno di voi ha mai letto “Il libro della giungla” di Kipling, o visto il film che ne è stato derivato, ecco, lo spettacolo che si apre di fronte ai nostri occhi è quello; nel camminare, si ha la sensazione che da un momento all’altro da dietro gli alberi debbano uscire l’orso Baloo, la pantera Bagheera ed il serpente Kaa. Gli alberi sono altissimi, lo spettacolo è mozzafiato. Sorrido guardando le mie ciabatte. Questa è Amazzonia.

Una torta dal sapore speciale

Al nostro ritorno, inizia la messa. Fa caldo, il caldo tipico della giungla, ed essendo ormai tramontato il sole appaiono insetti di ogni tipo. Anche questo è Amazzonia, e sopportiamo il disagio. Come vi abbiamo già spiegato, queste comunità possono celebrare una messa ogni 6 mesi circa. È quindi normale che la messa diventi occasione per eventi particolari. Quest’oggi si battezzano due bambini, uno di pochi giorni, l’altro più grandicello. Il rito del battesimo si rivela essere uguale al nostro, ma non è questo il punto. Il punto è che a questo battesimo stiamo assistendo nella giungla. È diverso il punto di vista. Ad un certo punto, mi volto e vedo Sonia che, dopo la fine della celebrazione, si sta gustando una fetta di torta. Nella mia testa nasce il pensiero “Sonia sta mangiando la torta”, ma subito lo percepisco come un pensiero impreciso. Allora guardo Sonia per qualche secondo ed all’improvviso capisco: “Sonia sta mangiando la torta… nella foresta!” Ripenso alla passeggiata con i bambini di un’ora prima. Ripenso alla maestosità degli alberi, al suono magico del silenzio, in cui le uniche note, in un’armonia del tutto particolare, erano date dalle voci degli animali. Ripenso a quelle sensazioni e capisco che tutto in qualche modo è differente, il gusto di quella torta è differente. Siamo in Amazzonia. Vi abbiamo già parlato dell’abbraccio della pace? Forse sì. Funziona Così: il segno della pace non si dà durante la messa, ma alla fine, ed anziché dare semplicemente la mano si stringe quella dell’altro e poi lo si abbraccia. Potete immaginare cosa si provi ad abbracciare uomini, donne e bambini che discendono dagli indios e che ancora oggi vivono nella foresta? Questa è Amazzonia.

In canoa verso la chiesa

Siamo stanchi, inutile negarlo, la giornata è stata lunga. Lasciamo l’incanto di questo luogo ed in ciabatte torniamo alla nostra barca, dove scopriamo che i mosquitos hanno invaso le amache; e noi non abbiamo ancora montato le zanzariere. Ci guardiamo con un certo disappunto negli occhi ma poi diciamo l’uno all’altro: “In qualche modo faremo”. Bisogna adattarsi, lo sapevamo prima di partire. Ora è tempo di andare nella comunità successiva a vivere la seconda messa in portoghese di questo giorno. Ciascuno di noi vorrebbe in qualche modo fare sparire gli insetti che hanno invaso le nostre amache, lavarsi, mangiare qualcosa ed andare a dormire. Ma non possiamo, perché siamo attesi altrove, e nessuno di noi discute.

L’arrivo nella seconda comunità, Cotovelo, è avventuroso. L’acqua è troppo bassa e la “Simao Santos” non riesce ad accostare a sufficienza. Così dalla riva ci vengono a prendere in canoa. Sonia, che non sa nuotare, ride spaventata all’idea, ma non si sottrae alla prova. La canoa oscilla, o forse sono io che la faccio oscillare per rendere l’esperienza indimenticabile per Sonia? Non saprai mai la verità, cara amica dei coccodrilli… La chiesa che ci accoglie è meno bella della precedente: solo quattro mura ad indicare un inizio di costruzione, e nulla più. Avremmo dovuto giungere qua 3-4 ore fa, di giorno, invece ormai il sole è tramontato ed attorno alle lampade volano centinaia di mosquitos. Per noi italiani è stato preparato il posto d’onore, vicino all’altare, esattamente sotto la lampada più luminosa. Intuiamo che sarà una lunga messa. Per terra, fra i cadaveri degli insetti fulminati, corrono gli scarafaggi. L’ambiente è questo, eppure qui possiedono una tastiera. Due ragazzi l’accendono ed iniziano a cantare e scaldare l’ambiente, musicalmente parlando. Per il resto, al solito, fa un caldo umido di suo. Le persone sono vestite a festa, anche qui ci saranno due battesimi. Padre Acassio inizia la sua predica, tormentato dai mosquitos. Mentre in qualche modo cerco di ascoltare la messa in portoghese, mi rendo conto che non capire una lingua ha almeno un vantaggio: ti dà l’opportunità di concentrarti su altri dettagli, come ad esempio osservare lo sguardo dei presenti.

Il senso di un’esperienza missionaria

Così osservo ed incontro. Incontro sguardi di persone concentrate, persone che aspettavano da 6 mesi di poter assistere ad una messa, e penso che in Italia ho la possibilità di andare in chiesa tutte le volte che io lo desideri. Incontro sguardi emozionati, come quelli dei genitori dei bambini che vengono battezzati in questa notte. Parliamoci chiaro: sono quasi le 22, siamo giunti dal fiume con 4-5 ore di ritardo, gli insetti tormentano tutti i presenti, gli scarafaggi corrono liberi sul pavimento, qualsiasi genitore italiano sarebbe di umore nero a vivere il giorno del battesimo del proprio figlio in questo modo, a questi genitori, invece, brillano gli occhi. Ed io mi chiedo perché.

Fare un’esperienza missionaria significa imparare a conoscere chi incontriamo per come è nella realtà in cui egli vive. Ad esempio, andare a messa per noi in Italia in un certo senso è divenuta una cosa “banale”; osservare un battesimo è un evento più raro, ma a cui ormai siamo abituati, e se non si tratta del figlio di un amico o di un’amica non ci procura più un’emozione. Così essere qui, nella notte, stanchi, accaldati, tormentati dai mosquitos, alla seconda messa del giorno (e domani saranno tre; undici in quattro giorni) potrebbe essere solo un fastidio. Ma non è così, perché fare un’esperienza missionaria significa vivere la realtà dal punto di vista di chi andiamo incontrare; e dal loro punto di vista una semplice messa è un evento atteso da mesi, in questo caso 6 mesi; potete immaginare come la presenza di scarafaggi e mosquitos, il caldo togli-fiato, tutto passi in secondo piano per essi, perché oggi è il giorno della messa, oggi è la festa del battesimo di due bambini della comunità. A guardare la realtà non con i nostri occhi di occidentali assuefatti, ma con i loro occhi emozionati, questa notte diviene speciale anche per noi. Conclusa la messa, ci raduniamo fuori. Ci ringraziano perché siamo partiti da un posto così lontano per venire sino qui ad incontrare loro. Ci offrono la cena, una doccia per lavarci, persino un letto. Ci chiedono un gioco per i bambini. Jola propone due bans, prima “Sardina ina ina” e poi “Ciu ciu cia”. Potete immaginare come sia fare questi giochi da oratorio qui? Anche questa differenza è Amazzonia. I bambini ridono, i loro genitori ancora di più. Momenti come questi ti insegnano come la felicità sia una cosa semplice. Ogni volta che ho detto che sarei andato in Africa, o in Amazzonia, mi è stato chiesto: “Perche?” Come se fosse un’idea folle affrontare certi disagi, come se si potesse vivere questo tipo di viaggio solo se si fosse medici senza frontiere, altrimenti l’esperienza non avrebbe avuto un senso. Il senso è in momenti come questa notte, nulla di più, nulla di meno. Apriamo le nostre amache, i mosquitos non ci sono più.

Curiosità e comunità

Gli altri giorni di navigazione sul fiume sono trascorsi in maniera simile al primo. Abbiamo vissuto messa in ogni comunità che abbiamo visitato, pranzato con chi ci ha ospitato, raccontato di noi stessi e dell’Italia; le nostre narrazioni hanno sostituito l’omelia del sacerdote. Qua sotto, brevemente, alcune curiosità. Espressioni – “Pazzesco”: modo di dire tipico di Matteo ormai diffuso in Amazzonia, a causa dell’uso che ne fa Suor Giovanna durante le sue traduzioni. “Mi sento un asciugamano bagnato”: espressione di Sonia condivisa dal gruppo relativamente al costante clima umido. “Terra ferma”: quando siamo a bordo della “Simao Santos”, stiamo bene, ma non appena scendiamo a terra inizia a girarci la testa. È come se la nostra terra ferma fosse divenuta la barca e soffrissimo del mal di fiume una volta scesi a terra. “Tanti chiodi”: la parola italiana “prego” in portoghese significa “chiodo”. Così ogni volta che parliamo fra di noi in italiano, in risposta a “grazie” (“obrigado”) ora diciamo “tanti chiodi!”

Comunità di Caioè

Incontriamo un gruppo di bambini dai lineamenti indios, che si rivelano vivaci e si divertono con i nostri bans. Una giovane donna ci invita ad attraversare in canoa il fiume per andare a raccogliere la frutta nella foresta. È particolare l’uso che le persone del luogo fanno della foresta ai fini della propria quotidianità; chi la usa come un orto, chi la attraversa per raggiungere un’altra comunità…

Comunità di Purupuru

Questa è una comunità di veri indios, cosa che però Suor Giovanna ci svela solo quando ci siamo allontanati. Essi allevano maiali, il cui grugnito fa da sottofondo alla messa. Molto ospitali, ci accompagnano, con un giro in canoa cui partecipa coraggiosamente anche Sonia, a visitare la foresta allagata (immaginate il livello dell’acqua giunto sino alle cime degli alberi più alti; eppure fra due mesi questa zona del fiume sarà in secca e non sarà più navigabile). Ci mostrano un “piccolo” di pirarucu (il pesce re del Rio delle Amazzoni, che abbiamo mangiato l’altro giorno a casa di padre Acassio) che a causa della sua giovane età è lungo solo un metro e mezzo. Durante la notte Suor Giovanna, Suor Giacinta e Matteo salgono sulla barca per andare nella foresta allagata a vedere i coccodrilli; ne torneranno con un esemplare di piccolo di coccodrillo catturato e purtroppo rimasto ucciso a causa del colpo di remo dato per stordirlo. Qui viene mangiata la carne di coccodrillo, che dicono sappia di pollo, ma non quella dei piccoli di coccodrilli. Il corpo del piccolo coccodrillo viene posto per gioco di fronte ai maiali, i quali prima scappano impauriti e poi, quando si rendono che l’animale è morto, provano a morderlo e mangiarlo. Sempre a proposito di coccodrilli, gli indios ci accompagnano nella foresta a vedere il luogo dove essi riposano durante il giorno; in realtà, ci viene spiegato, essi sono animali timidi, che attaccano l’uomo solo per proteggere le proprie uova od i propri piccoli. Prima di andare via, vediamo da lontano un indios pescare con arco e frecce.

Comunità di Mutirao

Quella che dagli indios del precedente villaggio viene definita come la pericolosa e rumorosa città non è altro, in realtà, che un piccolo paese. Dopo una settimana, rivediamo le strade asfaltate e gli autobus. Durante la messa alcuni bambini ricevono il sacramento della prima comunione.

Comunità di Deserto

Piccola comunità che, al primo impatto, ci ha ricordato le strade di terra rossa viste l’anno scorso in Kenya a Siongiroi. In questa comunità abbiamo fatto pranzo ammirando un paesaggio incantevole ed assaggiando la farina di manioca fatta lì.

Comunità di Boca do ochi (altresì detta Botafogo du Purupuru)

Il villaggio più indios incontrato sinora. Non è semplice incontrare, o rendersi conto di incontrare, gli indios. Quelli che ancora rifiutano la modernità, e che nel nostro immaginario sono i veri indios che girano nudi con arco e frecce, non è possibile incontrarli, in quanto protetti dal governo. Possiamo incontrare gli indios che hanno accettato la modernità, ma spesso essi stessi si vergognano a dirsi indios e negano di esserlo. In questa comunità, invece, abbiamo conosciuto indios che, in quanto discriminati, sono stati costretti a spostarsi qui dalla loro terra, eppure rimangono fieri della propria origine e non si nascondono. Il Signor Adeiuto, ad esempio, che di mestiere, come il padre ed il nonno, fa dei massaggi e si potrebbe definire, con termine occidentale, un guaritore chiropratico. Molto ospitale, egli pratica un massaggio a quelli fra noi che accettano di sottoporsi all’esperimento. Il Signor Manuel, ultimo sopravvissuto di una tribù ormai estinta. Egli pesca ancora, come avremo modo di vedere durante un giro in canoa tutti insieme, con l’arco e le frecce. Ci racconta di come, quando era giovane, venne morsicato da un cobra. Mentre il veleno gli paralizzava la gamba, egli seppe prepararsi, con le piante del luogo, il giusto antidoto, e sopravvisse. Ci piace ricordare altresì Victoria, una bambina di 9 anni, sua nipote.

Molto timida al primo contatto, quando si è vista ripresa nella fotocamera ha cominciato a giocare e correre, divertendosi a farsi riprendere. Durante il soggiorno nella comunità abbiamo potuto assistere al procedimento di raffinazione della manioca, una farina gialla che qui usano un po’ in tutti i piatti come condimento. Questi indios continuano ancora ad indossare vestiti solo in presenza di estranei. A differenza che in altre comunità, le cose qui non sono in riva al fiume ma costruite addentrandosi nella foresta.

Villa du Purupuru

Comunità in cui ci siamo fermati solo per il tempo della messa e della cena. Qui abbiamo visto, sino ad oggi, il tramonto più bello.

Comunità di Samuè

Altra comunità indios. Storie della foresta che ci sono state raccontate: 1. Storia della bambina cobra: si narra che un giorno un padre abusò della figlia, che rimase incinta. Alla nascita, la neonata venne gettata nel fiume, a causa del peccato di incesto. La neonata, tuttavia, sopravvisse assumendo le sembianze di un serpente cobra. Cresciuta, di tanto in tanto tornava per uccidere con il veleno i bambini del villaggio. Un giorno la bambina cobra entrò nella chiesa durante la celebrazione dell’eucarestia e morse una ragazza. Allora il sacerdote coprì la giovane, che stava iniziando a morire a causa del veleno paralizzante, con una coperta, e la benedisse. Dopo 15’ la ragazza aprì gli occhi e si risvegliò. Da allora in questa comunità credono che i sacerdoti sappiano compiere miracoli. 2. Storia del coccodrillo e della scarpa: un uomo si addormentò ubriaco in riva al fiume. Durante la notte venne un coccodrillo che lo divorò. Al mattino gli abitanti della comunità trovarono solo il cadavere dell’uomo, che veniva mangiato dagli avvoltoi. Gli uomini uscirono in barca alla ricerca del coccodrillo e lo individuarono, in quanto aveva in bocca una delle scarpe dell’uomo. Essendo una scarpa di buona fattura, ed ancora in ottimo stato, la recuperarono per utilizzarla. 3. Come si caccia il coccodrillo: si esce in canoa in due. Uno colpisce con una freccia od un bastone il coccodrillo per stordirlo, l’altro con una corda gli lega la bocca; poi l’animale, reso inoffensivo, viene ucciso. Sentendosi tranquillizzata per il fatto di trovarsi in un villaggio di cacciatori di coccodrilli, Suor Giovanna ha fatto il bagno nel fiume insieme ai bambini. Mentre la guardo nuotare, penso a come questa mattina, non distante da qui, il Sig. Manuel ha pescato dieci piranha. 4. Storia della madre delle acque: in risposta ad una nostra domanda su quali siano gli orari in cui sia possibile fare il bagno nel fiume, ci hanno raccontato la storia della madre delle acque, che sarebbe una creatura che regna sulle acque del Rio delle Amazzoni. Tale creatura non vuole essere disturbata a mezzogiorno, e per tale ragione alle 12 tutti gli animali fanno silenzio. Una volta un uomo della comunità uscì a pescare in questo orario proibito. Essendo stato disturbata, la madre delle acque con uno sguardo gli ferì il braccio destro, che da allora è malato. Una signora anziana ci ha ringraziato per la nostra presenza, perché nel vangelo sta scritto che andrà in cielo chiunque accolga uno straniero e lei oggi, per la prima volta in vita sua, ha avuto l’opportunità di incontrare ed accogliere degli stranieri.

Comunità di San Francisco de Sipò

La comunità prende il nome dal “sipò”, la liana divenuta famosa per via dei film su Tarzan. Anche questa comunità è indios: arrivando e partendo con la barca, notiamo che i bambini girano nudi, mentre in nostra presenza si sono vestiti. Storie della foresta: 1. Storia di Mapiguarì: era questo un essere di forma umana, ma di altezza gigantesca e ricoperto di squame. L’unico suo punto debole era dato dalle ascelle, non ricoperte; occorreva colpirle nel momento in cui egli si fosse spaventato ed avesse alzato le braccia. Mapiguarì si nutriva di carne umana: rapiva le persone e poi le sgranocchiava pezzo per pezzo; ad ogni boccone lo sventurato lanciava un grido e poi il gigante lo riponeva sotto l’ascella; quando non lanciava più grida, significava che era stato tutto mangiato; 2. Storia di Jiboia: serpente che uccide con una sorta di incantesimo. Chiunque si trovi nelle sue vicinanze incomincia ad avere l’impressione di stare seguendo sempre lo stesso sentiero; così, dopo un po’, stordito ed incapace di ritornare alla propria casa, rimane vittima del serpente che lo morde e lo uccide. Questa comunità si è mostrata più aperta rispetto alle altre, ha fatto domande sull’Italia (chiedendo ad esempio se anche da noi avvengano simili alluvioni) ed ha dimostrato un certo interesse culturale per i paesi stranieri. Abbiamo infine visto una macchina per estrarre il contenuto della canna da zucchero.

Comunità di Cabasseira

Nell’attesa della celebrazione della messa, siamo entrati nella foresta vergine. Foresta vergine significa foresta non toccata dall’uomo. A differenza delle precedenti escursioni, infatti, qui non abbiamo “seguito” un sentiero ma abbiamo “creato” noi il sentiero, notando i particolari attorno a noi per non smarrirci e poter così tornare indietro; ad esempio, l’albero con le spine, la felce gigante, …nella foresta dà sensazioni diverse: di paura, perché ti rendi conto che potrebbero esserci piante ed animali pericolosi attorno a te, e se dovessi fuggire all’improvviso rischieresti di perderti; ma anche di armonia, come se in qualche maniera lì dentro potessi davvero conoscere la natura, da cui ti senti abbracciato. La foresta, dice Suor Jola, è come la vita. Devi stare attento a chi o cosa incontri, devi tenere lo sguardo basso, per vedere dove metti i piedi, ma anche alto, per cercare la luce, che ti aiuta a ritrovare il sentiero. Nella foresta ci siamo inoltrati solo qualche centinaio di metri, ma è stato comunque suggestivo; abbiamo cercato una pianta, dal legno di colore rosso come la brace, che è all’origine del nome del Brasile; i portoghesi, infatti, quando videro tale tipo di legno, oggi usato per costruire il violino, lo trovarono così bello che usarono la parola che ne indicava il colore (“brase”) per dare il nome alla terra che avevano scoperto. Nella foresta vi era il 97% di umidità: Marco ne è uscito con la maglietta totalmente bagnata, tranne un centimetro quadrato. La comunità che ci ha accolto è stata molto espansiva; alla fine della celebrazione, ci hanno addirittura chiesto se potevano abbracciarci.

Careiro da Varzea, 24 agosto

Dopo essere rientrati alle 3 di notte dall’esperienza della foresta fluviale, ci siamo ritrovati in tarda mattinata per vivere un momento di condivisione dell’esperienza. Nel pomeriggio ci siamo spostati per alcune ore presso la Comunità di Nossa Senhora de Nazarè.

Qui ci è stata offerta una “merenda sinoira” a base di pesce alla griglia ed abbiamo potuto nuovamente gustare il mango. Come si mangia un mango: si massaggia per circa un minuto il mango, poi se ne morde la punta praticando un piccolo foro sull’apice del frutto medesimo; si aspira quindi il succo, continuando il massaggio sino a quando tutto il succo sarà stato aspirato; a questo punto si sbuccia il mango, mangiandone la polpa; contro-indicazioni: se si fora il mango dalla parte sbagliata, si aspira la parte filamentosa del mango, con la conseguenza spiacevole di dover passare la serata a togliersi fili di mango dai denti (per i dettagli, chiedere a Sonia). Tempo stimato per una corretta consumazione: 1 ora. La messa serale è stata animata in maniera molto entusiasta dalla famiglia adottiva di Matteo. Infine quest’oggi abbiamo ritrovato le 3 ragazze siciliane e salutato Leo e Nin, i due filippini.

Careiro da Varzea, 25 agosto

Oggi ci siamo trasferiti nella comunità di Cambixe, dove resteremo due giorni per incontrare le famiglie del luogo. La vita qui È un po’ diversa da quella cui siamo abituati nelle nostre città; per fare un esempio, forse a causa del caldo hanno una concezione curiosa delle distanze: per spostarci sino a qui È stato affittato un pulmino, per un viaggio della durata di ben cinque minuti. La comunità È divisa in due da un canale di scolo, e per visitarne le case di entrambe le rive abbiamo dovuto prendere più volte la canoa, con grande entusiasmo di Sonia, che si sta ormai abituando alla paura dell’acqua (i coccodrilli nuotavano a 50 metri da noi) e sta seriamente pensando di iscriversi ad un corso di canottaggio al suo ritorno in Italia. Per la prima volta da quando siamo qui abbiamo visto dei pappagalli, seppur fugacemente prima che prendessero il volo da un albero. Abbiamo assaggiato la noce di cocco, bevendone il latte con una cannuccia. Matteo ha imparato a fare il verso del coccodrillo, che gli ha risposto! Molte delle persone incontrate durante il giro delle famiglie ci hanno mostrato con orgoglio la loro bibbia, dicendo che la leggono quotidianamente; nelle case È frequente vedere immagini dei santi e della Madonna, gli uomini indossano t-shirt con frasi del vangelo e si riuniscono ogni lunedì per recitare il rosario. Vi È una sorta di accettazione della natura, della sua bellezza, della sua pericolosità; le persone sono felici di vivere in questo piccolo angolo di paradiso e non si lamentano dell’alluvione che ogni anno colpisce questa terra; non costruiscono argini per mettere in sicurezza la zona, ma si limitano ad accettare il fatto ed ogni volta ricominciano a costruire serenamente: questa terra toglie loro e questa terra loro restituisce, con allevamento, pesca ed agricoltura essi sono autosufficienti. Nei periodi di inondazione non È insolito aprire la porta di casa al mattino e trovarvi davanti un coccodrillo od un serpente cobra, di questo certo hanno paura ma non fanno nulla per cambiare la situazione; alcuni però, soprattutto le famiglie con bambini, si spostano a vivere altrove nei mesi in cui piove di più. Molti ci hanno chiesto perché fossimo venuti sino a qua ad incontrarli, quasi stupendosi che qualcuno potesse interessarsi delle loro vite. I pescatori più anziani ci hanno raccontato delle proprie esperienze con i coccodrilli, uno ci ha anche mostrato la cicatrice che gli È rimasta sulla schiena dopo un incontro che, fortunatamente, ha avuto un esito non letale. In tanti hanno voluto condividere la semplicità della loro vita, per lo più scandita, nel lavoro, dal ritmo della natura; nel tempo libero queste persone non fanno molto, per lo più partecipano alle feste delle varie comunità. Una signora che abita al di là del canale ci ha ringraziati perche, pur desiderando incontrarci, non pensava che degli stranieri avrebbero avuto il coraggio di attraversare in canoa il rio infestato dai coccodrilli. Un signore ci ha ringraziato perché abbiamo voluto pregare per lui, raccontandoci di come tempo fa, quando era stato colpito da un ictus, alcuni protestanti fossero andati a trovarlo; al momento del commiato, egli aveva chiesto loro: “Non avete dimenticato qualcosa?” Essi avevano risposto: “No, abbiamo preso tutto, il cellulare, la borsa… tutto.” Egli aveva commentato: “Avete dimenticato di pregare per me. Nel vangelo sta scritto che quando si va a trovare un ammalato si deve pregare per lui”. Le persone di questo posto sono così, semplici, ospitali, abituate a fondare la loro quotidianità sul rapporto con la natura e sulla parola di Dio.

Careiro da Varzea, 26 agosto

Dopo la messa ed il pranzo comunitario, durante il quale c’é stata una nuova simpatica gara di canti italiani e portoghesi, con una lunga passeggiata sotto il sole siamo tornati a piedi sino a Careiro, dove ci attendeva una cena a sorpresa tutti insieme preparata dalle famiglie che ci ospitano, che hanno cucinato personalmente, dando poi a ciascuno di noi una fascia con un nomignolo identificativo (ad esempio, Sonia Miss Simpatia, Jola Miss Charmosa, …) e coinvolgendoci in alcuni giochi.

Careiro da Varzea, 27 agosto

Oggi abbiamo visitato tre comunità, tutte situate nell’area della costa di Terra Nova. Nella prima abbiamo visto un negozio di artigianato, con oggetti costruiti con le ossa dei pesci del fiume, e ci é stato spiegato il procedimento per ottenere la gomma dall’albero di caucciù. Nella seconda abbiamo potuto giocare con un “ingrassato” gruppo di bambini indios (“engraçado” significa “divertente”), e ad un certo punto un bambino molto piccolo ha sfidato Marco come Davide sfidò Golia.

La terza comunità era invece molto diversa da quelle visitate sinora, essendo costituita dagli studenti di una scuola nella quale viene portato avanti un progetto di conservazione della realtà dell’Amazzonia. Oltre agli insegnamenti classici (storia, sociologia, …) ai giovani viene insegnata l’agricoltura biologica, con la salvaguardia della biodiversità della foresta. Dopo cena, c’é stato un incontro con i giovani, con uno scambio culturale finalizzato, dietro alla soddisfazione delle curiosità sull’Italia e sul Brasile, ad incoraggiare questi giovani a rimanere in tale comunità per lavorare per la preservazione dell’Amazzonia (molti vorrebbero infatti andare a vivere nella realtà più dinamica della città). Matteo li ha invitati a rimanere perché dal loro lavoro di preservazione di questo polmone verde dipende il futuro non solo del Brasile, ma di tutto il mondo, quindi anche quello dell’Italia. Alla fine dell’incontro abbiamo conosciuto una signora che due anni fa ha avuto un incidente con un coccodrillo; stava percorrendo in bicicletta questi stessi sentieri, quando un coccodrillo l’ha assalita facendola cadere dalla bicicletta con un colpo di coda ed azzannandola ad una gamba; solo l’intervento degli uomini del paese le ha salvato la vita ma, purtroppo, non la gamba che ormai era stata mangiata dall’animale. Al di là della crudeltà della narrazione, ciò che ci ha fatto impressione è che questa donna, anziché essere arrabbiata o comunque dispiaciuta per questo incidente, ringrazia Dio perché in seguito all’incidente non é caduta in depressione.

Per chiudere questo diario con una nota di simpatia, una “boa pergunta”: se Sara passa il cappello a Sonia che lo passa a suor Giovanna, chi ha il cappello? (Se non lo sapete, chiedetelo a suor Jola al suo ritorno).

Careiro da Varzea, 28 agosto

Oggi ci siamo recati a visitare la comunità di Gutierrez, dove vivono le tre ragazze siciliane insieme a Suor Selia. Al mattino abbiamo visitato l’asilo gestito da Suor Selia, giocando con i bambini di 3 anni. Alcuni estroversi e disponibili, altri molto timidi e difficili da conquistare; a tutti, dopo un po’, abbiamo strappato un sorriso, soprattutto Marco che, dopo l’episodio di Davide contro Golia, sembra aver intrapreso una nuova carriera da animatore d’infanzia.

Al pomeriggio abbiamo visitato un quartiere di questa comunità, che potremmo descrivere come una città nella città. Esso é costruito tutto sulle palafitte, case, negozi ed anche una lunghissima passerella che funge da marciapiede toccando ogni costruzione. Ci ha fatto impressione che questo quartiere, che porta lo stesso nome della città presso cui noi siamo allocati, Careiro, sia di fatto una baraccopoli a cielo aperto. L’acqua stagnante e putrida non é altro che il biglietto d’ingresso di una realtà povera e contraddittoria, dove in alcune baracche si intravede il televisore posizionato non lontano da bambini dai vestiti stracciati che giocano correndo sulle assi instabili delle palafitte. L’odore talora nauseante di questa città nella città evidenzia come la realtà da cui proveniamo noi, Careiro da Varzea, in sé pur povera, sia ricca rispetto a questa realtà che dista solo pochi minuti. Suor Selia ci conferma come questa comunità abbia anche un suo lato pericoloso, dovuto, come spesso accade nelle realtà povere, a droga e prostituzione. Tornati presso la parrocchia, partecipiamo ad una messa animata dallo stonatissimo ma simpaticissimo coro dei bambini.

Careiro da Varzea, 29 agosto

Dopo la colazione, abbiamo lasciato Gutierrez e siamo tornati al campo base, dove ci attendeva l’ultima giornata da trascorrere a Careiro da Varzea. Al pranzo (durante il quale Padre Acassio ci ha offerto un tipico piatto brasiliano, la “fagiolada”, consumato il quale Sonia ha scoperto di avere mangiato, fra le altre cose, un molliccio orecchio di maiale) ed al momento della condivisione (per parlare degli aspetti positivi e non positivi dei giorni vissuti qui), è seguito un pomeriggio di lavoro, in cucina e non, per preparare la cena italiana da offrire alle famiglie che ci hanno ospitato durante queste settimane. Ma prima ancora di poter dare noi qualcosa a loro, ancora una volta abbiamo ricevuto. Alla messa serale, infatti, ci attendeva il momento dei saluti da parte dell’intera comunità; fra doni, canti ed una toccante poesia sull’amicizia, molti di noi non sono riusciti a celare una certa commozione. Eravamo tutti un po’ scossi al termine della cerimonia. La cena è stata la degna conclusione di tale momento. Nel nostro ruolo di camerieri, come divisa indossavamo la maglietta che ci avevano appena regalato, con l’effige della Madonna sullo sfondo della chiesa di Careiro. Qui in Brasile sono abituati a mischiare in un unico piatto tutto quello che mangiano, riso, carne, verdura… Sono quindi rimasti sorpresi quando dopo un primo piatto ne abbiamo servito un altro, e poi un altro ancora, per arrivare a circa 10 portate. Abbiamo altresì proiettato un video confezionato in giornata con le foto ed i momenti più divertenti dei giorni vissuti qui. Suor Giacinta ha voluto dare un suo ringraziamento personale eseguendo una danza dell’isola di Samoa. È stato abbastanza comico, in ogni caso, vederli tentare di mangiare gli spaghetti alla carbonara; qui, infatti, sono soliti spezzarli prima della cottura e non è stato facile per loro catturare gli spaghetti lunghi all’italiana con la forchetta. Dopo la cena, abbiamo dovuto ancora lavare e pulire tutto, andando a dormire molto tardi. Ma più che la stanchezza, nell’aria c’era una certa “saudade” perché la nostra esperienza qui è finita, domani si parte e si torna a Manaus.

Manaus, 30 agosto

Sveglia presto e giornata di trasferimento in alcune tappe di navigazione sul fiume. Fra i momenti da ricordare, l’incontro con alcuni animali: un bradipo, che abbracciava una bambina di cinque anni dallo sguardo triste, probabilmente costretta dai genitori a trascorrere così le sue giornate sul molo, mostrando a pagamento ai turisti il suo animaletto “domestico”; un piccolo esemplare di anaconda, cui era stato tolto il veleno così che potesse venire toccato; i macachi, che scendevano dagli alberi a prendere il cibo dalle mani dei turisti. Questi incontri, pur curiosi, ci hanno dato l’immagine di una foresta triste, non reale, piegata agli interessi del turismo ed abbastanza distante dalla foresta vergine che abbiamo conosciuto a Purupuru.

È un fatto, peraltro, che, prima di questi incontri, di animali del luogo non ne abbiamo quasi visti, a differenza di quanto era accaduto l’anno scorso in Africa; gli animali della foresta sono in qualche modo timidi, si fanno sentire nel canto ma difficilmente si mostrano all’essere umano. Alla sera sistemazione presso le famiglie di Manaus e saluto a Padre Acassio, che torna a Careiro da Varzea.

Manaus, 31 agosto

Oggi partenza alle 4.45 per la Fazenda da Esperança, una comunità di recupero per tossicodipendenti. Tale comunità, di dimensioni non indifferenti (la terza nel mondo delle 85 che portano questo nome), è esteticamente di una bellezza singolare. Assomiglia ad un campus universitario americano, con ampi spazi verdi perfettamente curati. In essa il tossicodipendente deve fare un percorso della durata di 12 mesi, non solo per disintossicarsi ma anche per imparare a gestire i problemi della vita. Durante i primi 3 mesi, non è permesso contatto alcuno con la famiglia; dal secondo mese essi possono incontrare la famiglia la prima domenica del mese (che questo mese sarà fra due giorni, e per tale ragione nella comunità vi era un certo fermento). Durante il primo mese, di fatto essi non sono inseriti in alcuna delle case della comunità, ma vivono fuori dal gruppo la disintossicazione; dal secondo mese essi sono inseriti in una delle 7 case e svolgono dei servizi, cambiando anche più di una casa. Il percorso è fatto di più step, molti cadono su quello della disciplina. Il concetto di ordine e disciplina emerge anche esteriormente nella vita della comunità; si nota da come essi curino il prato, rispettino gli orari, tengano in ordine la loro camera; l’insegnamento è che una persona che sappia tenere in ordine la propria casa sia una persona che sappia tenere in ordine anche la propria vita. Alcuni non riescono a superare tutti gli step e lasciano la comunità prima del compimento del 12° mese; in questo caso, se vogliono, possono tornare, ma debbono ricominciare il percorso dall’inizio; se invece riescono a completare il percorso, ricevono un diploma che dà ad essi la possibilità di una borsa di studio. Quanti completano il percorso, possono tornare liberamente a frequentare la comunità un paio di volte alla settimana, anche per prestarvi servizio come forma di volontariato; viene loro proposto di fare un’esperienza in una delle altre 85 comunità sparse in tutto il mondo. Fuori dalla comunità, per chi ce l’ha fatta, vi è un gruppo d’aiuto per cercare di evitare delle ricadute che comunque, di fatto, sono purtroppo abbastanza frequenti.

Abbiamo visitato l’intero territorio della comunità, osservando le attività lavorative in cui i tossicodipendenti sono impegnati, dall’agricoltura all’allevamento all’artigianato. Fra i frutti prodotti, vogliamo ricordare l’urucume, lo stesso frutto usato dagli indios per dipingersi il viso e qui coltivato per produrre i coloranti per gli abiti. Ciò che viene prodotto nella comunità viene venduto all’esterno dalle famiglie dei tossicodipendenti, per pagare le rette dei figli. Nella comunità maschile possono essere accolte al massimo 120 persone; in quella femminile sono attualmente ospitate 6 donne, ma sembra che la comunità femminile dia molti più problemi di gestione di quella maschile. Ogni giorno viene celebrata la messa e recitato il rosario. Il nostro primo impatto con la comunità è stato proprio la messa, all’alba. È stato abbastanza impressionante assistere al modo coinvolgente in cui queste persone cantano e vivono la messa. Sembra quasi ci sia una sorta di indottrinamento, come in un gruppo militare; ma alla fine della giornata si è capito come molti, per far fronte alla loro debolezza interiore, trovino nella parola di Dio aiuto e conforto. Ogni giorno è caratterizzato da una frase di significato religioso, quella di oggi era “vigiar no amor” (vigilare nell’amore). La debolezza interiore di queste persone si evince da tanti piccoli atteggiamenti, ora positivi, ora negativi; ad esempio, sono molto espansive, ma in realtà questa apertura probabilmente è il bisogno di un contatto con qualcuno che venga dall’esterno. Si commuovono, piangono, quando parlano delle loro famiglie e di cosa hanno perso. Il lavoro serve a crescere, dovendosi occupare di piante e soprattutto animali, giorno dopo giorno, essi imparano a rispettare i doveri della realtà quotidiana. Vi è un grande senso di comunità, di ordine, disciplina, qui, ed anche di bellezza; c’è da chiedersi, però, quando usciranno da qui e torneranno a vivere nelle loro case d’origine, come potranno reagire; deve essere dura abbandonare un ambiente così idilliaco. Durante la prima pioggia tropicale del nostro viaggio, ci siamo trovati nella chiesa ad ascoltare le esperienze di alcuni ragazzi che hanno quasi completato il percorso, fra cui un ragazzo padre ed un ragazzo che alla fine dei 12 mesi farà un’esperienza in un’altra Fazenda da Esperança in Africa.

P.S. come eredità abbiamo lasciato a questi giovani il gioco del cappello. Entrando in questo luogo 12 persone ogni mese, esso andrà avanti in eterno…

Manaus, 1 settembre

Anche oggi sveglia presto, per recarci in una località chiamata Presidente Figuereido, distante un paio d’ore di automobile da Manaus. Tale località è considerata caratteristica, in questa parte di Amazzonia, per via della presenza di alcune cascate, invero di non grandi dimensioni. È stato comunque divertente trascorrere una giornata diversa, un po’ più turistica, e fare il bagno dentro le cascate che, piccoline o no, avevano comunque un gettito d’acqua non indifferente da ricevere sulla schiena!

Molto bello è stato l’incontro, nel tardo pomeriggio, con i giovani della parrocchia, che ci hanno dato un entusiasta benvenuto musicale e con i quali abbiamo parlato della nostra esperienza missionaria e delle precedenti GMG cui abbiamo partecipato (nel 2013 in Brasile vi sarà la Giornata Mondiale della Gioventù). Alla sera alcuni di noi hanno partecipato ad una nuova festa di compleanno di una ragazza quindicenne. Tale tipo di festa qui in Amazzonia è un vero e proprio evento sociale. A differenza della festa cui avevamo assistito in Careiro da Varzea, questa volta non solo gli invitati indossavano abiti da sera, ma lo stesso sfarzo del luogo era tale da ricordare le più eleganti sale da ballo europee. Come sottofondo musicale, Strauss; in pratica, un ballo delle debuttanti alla brasiliana.

Manaus, 2 settembre

Oggi ci siamo recati presso la località di Nova Airao, dove per alcuni minuti abbiamo assistito al pasto dei botos, animali che sono simili ai delfini. Su questi animali vi è una curiosa leggenda; si dice che le giovani donne non debbano fare il bagno dalle 16 alle 18, perché in quell’orario il botos si trasforma in un bellissimo uomo che le incanta e le seduce. Tale credenza, molto diffusa soprattutto nelle comunità lontane dalla città, ha dato anche origine ad una scusa d’uso comune, per cui se una ragazza sia rimasta incinta e l’uomo l’abbia lasciata sola, può dire che sia stata opera del botos. All’andato e al ritorno abbiamo visto un bradipo rischiare l’investimento attraversando lentamente la strada.

Manaus, 3 settembre

La giornata di oggi è stata dedicata alla visita di Manaus. L’edificio più importante che abbiamo avuto l’opportunità di vedere è stato il Teatro Amazonas. Costruito ad imitazione dei principali teatri europei dell’epoca, esso fu il cuore della Bella Epoque a Manaus. Curiosamente questa città, isolata nella foresta amazzonica, detiene diversi record nella storia nazionale; ad esempio, è stata la prima città brasiliana a dotare le strade pubbliche di energia elettrica. La brusca fine della Bella Epoque in Europa, a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, non ebbe invece riflessi sulla vita della capitale dell’Amazzonia, che grazie al commercio del caucciù continuò a prosperare per tutto il primo novecento. Dopo il centro storico, ci siamo dedicati alla parte più commerciale della città. È stata una curiosa esperienza andare nei mercati del pesce e della frutta, dove abbiamo visto, nel loro aspetto originario prima che vengano cucinati, i prodotti consumati in queste settimane. È spettacolare vedere i banchi della frutta qui, così ricchi e colorati, per non dire dei pesci, grandi e diversi da quelli a cui siamo abituati in Italia. Molti dei venditori, mentre attendavano che si avvicinassero i clienti, leggevano la bibbia. La parte di shopping della giornata si è infine conclusa nel mercatino indios. Siamo quindi andati ad incontrare il vescovo, che ci ha accolto in maniera simpatica ed informale, chiedendoci i dettagli della nostra esperienza in Amazzonia. Alla sera le famiglie che ci hanno ospitato a Manaus ed i giovani della parrocchia ci hanno portato a Ponta Negra, che è la principale spiaggia della città, ornata da una costruzione monumentale. Sedutici sulle scale gustando un “açai”, un dolce tipico di qui abbastanza sostanzioso, abbiamo atteso la mezzanotte ridendo e chiacchierando. È stato bello, nell’occasione, rivedere i due ragazzi filippini con cui avevamo condiviso l’esperienza di Purupuru. Domani si cambia di nuovo città!

San Paolo, 4 settembre

Per dare un’idea delle dimensioni del Brasile, la distanza fra Manaus e San Paolo è all’incirca quella fra Torino e Mosca. Giunti così nel sud del Brasile, scesi dall’aereo ci ha accolto un freddo refrigerante! Finalmente…

Dopo avere sistemato i bagagli e fatto pranzo con suor Dores, siamo andati a visitare il centro di San Paolo, in particolare l’Avenita Paolista, che possiamo paragonare alle grandi strade della finanza di Londra o New York. La città è detta “la foresta di pietra” per il numero impressionante di grattacieli presenti. In particolare in questa zona gli edifici, altissimi, hanno il tetto adattato per l’atterraggio degli elicotteri, le strade sono piene di persone vestite alla moda, c’è una sensazione di caos all’occidentale. La metropolitana, tentacolare, è dotata di ben 12 linee e nell’ora di punta mi sembra di essere tornato ai giorni della Torino olimpica. Fa una certa impressione vedere questa “vivacità” e pensare che solo poco tempo fa eravamo nella placida Amazzonia, dove per andare a trovare il vicino di casa a volte si doveva prendere la canoa. Ci sentiamo invero un po’ sopraffatti, in pochi giorni stiamo entrando in contatto con i ritmi della modernità e con quelli della foresta, con la ricchezza della città della finanza e la povertà delle favelas. Anche questa è esperienza missionaria.

San Paolo, 5 settembre

Questa mattina abbiamo visitato una delle favelas di San Paolo. Le favelas brasiliane avrebbero dovuto assomigliare, nel nostro immaginario, alle baraccopoli, come quella visitata a Gutierrez in data 28 agosto. In verità la situazione non è uniforme; vi sono effettivamente delle favelas che sono baraccopoli, ma queste, ci è stato detto, sono così pericolose che agli estranei, a maggior ragione se stranieri, non è dato entrare; altre, come quella da noi visitata, sono, almeno in apparenza, semplici quartieri poveri della città. Case diroccate, cavi dell’energia elettrica lasciati esposti, un po’ di immondizia per la strada, lo sguardo triste della gente seduta pigramente, probabilmente disoccupata; ma non la degradazione che ci saremmo aspettati. Questo almeno in apparenza. In realtà, il quartiere da noi visitato è considerato uno dei più pericolosi di San Paolo, al punto che i tassisti si rifiutano di entrarvi, soprattutto nelle ore notturne; noi abbiamo potuto circolare liberamente solo perché accompagnati dalle suore, che lavorano a favore di questa popolazione.

Nel nostro giro, oltre alla realtà della strada, abbiamo conosciuto la realtà dell’oratorio e quella dell’associazione Elias; entrambe cercano di allontanare i bambini del quartiere dalla strada. Sono infatti gli stessi genitori a spingere i figli a recarsi negli altri quartieri di San Paolo per rubare. È triste sapere che il futuro di gran parte dei bambini e delle bambine di qui, che ci vengono incontro curiosi e festanti, stia nello spaccio di droga e nella prostituzione; le suore ci dicono che, quando riescono a strapparne 1 su 4 a tale destino, è già un successo. Nell’oratorio l’approccio di prevenzione è basato sul gioco e sull’alimentazione. I bambini hanno la possibilità di giocare a calcio, aule per disegnare, persino una ludoteca; a metà giornata ricevono un pasto, che apprendiamo essere il loro unico pasto della giornata; a casa, infatti, non viene dato loro da mangiare, e molti imparano qua ad usare le posate. Nell’associazione Elias l’approccio, invece, è più culturale. Gli adolescenti possono leggere libri ed usare il computer. Vige la regola per cui chi voglia usare il computer debba leggere prima un breve libro o parte di un libro più lungo, e poi parlarne con uno degli educatori. L’accesso ai siti è controllato, se gli adolescenti visitano siti inappropriati il computer si spegne e gli educatori intervengono per riflettere insieme all’adolescente.

Non molto distante dalla realtà delle favelas vi è il centro della città; una realtà più ricca, basata sul commercio; alcune favelas sono nascoste alla vista da mura, costruite dagli abitanti stessi per isolarsi e proteggersi dall’esterno, come se quello fosse il loro territorio, staccato dal resto della città. Il Brasile è un po’ così, si mangia mescolando in unico piatto la carne con la farina con il riso e con la frutta, si vive mettendo a contatto, eppure in qualche modo tenendo separate, ricchezza e povertà. Nel pomeriggio siamo andati a visitare il 25°, cioè il quartiere attorno a via 25 marzo. Abbiamo visto la bellissima cattedrale, davanti alla quale oltre a turisti e brasiliani stazionavano molti poveri, barboni e storpi sdraiati per terra nell’indifferenza generale. A seguire, una chiesa sorta a ricordare il punto esatto in cui fu fondata nel 1554 la città di San Paolo, e le figure di Padre Manuel da Nobrega e Josè de Anchieta, che persero la vita schierandosi a favore degli indios. A Jola è tornato in mente il film The Mission ed ha pensato che in questo quartiere, 500 anni fa, c’era la foresta. Ora San Paolo è una città con decine di milioni di abitanti ed è chiamata la foresta di pietra per via dei suoi grattacieli; gli indios, invece, al di fuori dell’Amazzonia, sono ormai estinti. Dopo la calma della foresta, questa città ci appare sempre più come un formicaio. È difficile abituarsi, riadattarsi, anche se noi stessi siamo figli della città.

San Paolo, 6 settembre

Oggi giornata di riposo. Ne avevamo proprio bisogno, dopo tante giornate così intense!

San Paolo, 7 settembre

Oggi per me, Sara e Matteo è stato l’ultimo giorno dell’esperienza missionaria in Brasile. Fra poche ore, infatti, prenderemo l’aereo che ci riporterà in Italia, mentre Jola, Marco e Sonia si recheranno in autobus nella città di Serrana, dove rimarranno per circa un’altra settimana. In attesa di questi spostamenti, in mattinata siamo andati a visitare il Sermig di San Paolo. Come molti fra voi sapranno, il Sermig – Servizio Missionario Giovani – è stato fondato nel 1964 da Ernesto Olivero a Torino, dove nel tempo è cresciuto come una delle realtà più significative della città, prima come dormitorio per i senza fissa dimora, e poi come luogo d’incontro per chi volesse vivere la solidarietà verso i più poveri, con opere di giustizia e di sviluppo da destinarsi in Italia e nel mondo. Oltre all’Arsenale della Pace di Torino sono stati fondati, nel tempo, l’Arsenale dell’Incontro in Giordania e l’Arsenale della Speranza in Brasile. Trovandoci a San Paolo, abbiamo pensato di andare a visitare questa sede del Sermig per conoscerla e riscontrale eventuali differenze rispetto all’originaria versione italiana. La prima cosa che ci ha colpito è stato il quartiere in cui essa è inserita. Il Sermig di Torino è collocato vicino a Porta Palazzo, una delle aree povere della città; era quindi prevedibile che anche questa sede si trovasse in un’area degradata, ma dopo l’esperienza di mercoledì, tutto sommato edulcorata, della favelas, non ci attendevamo di vedere quello che abbiamo visto. Le strade che abbiamo percorso erano pressoché deserte, con l’eccezione di alcune decine di persone, per lo più poveri, storpi, qualche ubriaco e molti senza tetto che stavano sdraiati per terra. Ci siamo resi conto come l’altro giorno, in qualche modo, le suore avessero voluto proteggerci, filtrando la realtà che andavamo incontrando; qui, invece, l’impatto è stato diretto e non neghiamo che a camminare per queste strade, sei bianchi di evidente origine straniera, un po’ di paura l’abbiamo avuta. Nessuno comunque si è avvicinato a noi. Arrivati al Sermig, ci hanno accolto due dei cinque volontari italiani che lavorano qui; uno di essi, della provincia di Torino, si è offerto di farci da guida, particolarmente contento del fatto che noi provenissimo dalla sua stessa terra d’origine. In effetti l’impatto iniziale con il Sermig ci ha fatto sentire a casa: vi è una copia del famoso muro con la scritta “la bontà è disarmante”, che qui è ricostruito in stile fontanella; le stesse bandiere della pace, persino due esemplari della stessa razza di cane; inoltre si sentiva parlare italiano. L’ispirazione di base di questa versione del Sermig è la stessa della sede di Torino, ma ci sono alcune differenze. Innanzi tutto, il dormitorio è più grande; qui ci sono circa 1200 posti letto, di cui 1100 per le persone che sono state selezionate dai servizi sociali e vivono qui stabilmente, e 100 per le emergenze della notte. Mentre la realtà di Torino è basata sul volontariato, qui ci sono solo 6 volontari, 5 italiani ed 1 brasiliano; tutte le altre persone sono “funzionari” che sono assunti ed hanno un regolare stipendio. Gli ospiti sono solo uomini brasiliani, mentre in Italia sono per lo più stranieri, fra cui anche donne e bambini; forse anche per tale uniformità la realtà di questo Sermig è molto più tranquilla, e pur essendoci solo 6 persone che vigilano di notte, per 1200 ospiti, non si sono mai verificati disordini né è stato necessario chiamare la polizia.

Mentre in Italia il Sermig è stato costruito nell’arsenale, una ex fabbrica di armi, qui è sorto su un edificio che ad inizio Novecento serviva come punto di accoglienza per l’immigrazione italiana. A poca distanza da qui, ancora oggi esiste il museo dell’immigrazione. Nel tempo all’immigrazione dall’Italia è seguita l’immigrazione dalle altre aree del Brasile, sino a quando tale costruzione è stata rilevata dalla chiesa e quindi dal Sermig per costruire un luogo di accoglienza per i senza fissa dimora. Le porte del Sermig vengono aperte a partire dalle ore 16. Ciascun residente ha un suo tesserino, cui corrisponde il numero di un posto letto e di un armadietto in cui vengono custodite le sue cose. Le persone ricevono la cena e la colazione, che viene servita dalle ore 4 della notte. Il Sermig riceve aiuti esterni, ma per lo più si auto-finanzia. Una volta al mese è aperto un bazar, nel quale dall’esterno vengono portati aiuti e doni che poi verranno rivenduti, insieme ai frutti dei laboratori interni. Si partecipa spesso alle feste della città, per cercare nuovi volontari e nuovi finanziatori, ma ad oggi a San Paolo il Sermig non è ancora conosciuto come lo è a Torino. Ai residenti che siano disponibili vengono destinati corsi professionali, affinché possano imparare a svolgere un mestiere. Si cerca anche di dare un’educazione al denaro per queste persone; naturalmente si dona loro ciò che sia di prima necessità, ma soprattutto quando una persona risiede qua per un certo tempo si cerca di incentivarla alla cultura dello scambio, così che capisca che non tutto ciò che è gratuito sia dovuto. Ad esempio, i residenti, ogni tot lattine vuote raccolte in città che consegnano all’ingresso, ricevano delle banconote di una moneta fittizia interna al Sermig, con la quale possono comprare a costo simbolico i prodotti del Bazar; se hanno bisogno di denaro vero per comprare prodotti all’esterno del Sermig, possono chiedere di svolgere dei lavori (di pulizia, …) in cambio dei quali ricevono una remunerazione. Il Sermig, come in Italia, non è solo accoglienza, ma anche incontro religioso; vi è un luogo per pregare, nei prossimi giorni, ad esempio, in vista della GMG 2013, ci sarà una notte di preghiera durante la quale verranno letti gli Atti degli Apostoli; per l’occasione i residenti hanno ricopiato su centinaia di foglietti le frasi degli Atti degli Apostoli, per poi incollarle in un unico grande collage, di grande effetto. Tanti anni fa, a Torino, Ernesto Olivero, che già svolgeva opere di non poco conto in favore dei poveri, rimase turbato quando una sera una persona gli chiese semplicemente: “Tu dove dormirai questa notte?” Da quella domanda, da quel pensiero che iniziò a tormentarlo, “io ho un posto letto per riposare, questa persona no…”, è nato il Sermig. Quanta strada da allora, per arrivare sino qui, al confine delle favelas brasiliane!

All’esperienza missionaria in Brasile (realtà di Amazzonia e San Paolo) hanno partecipato:

  • Renato Amatteis, che ha scritto il diario del viaggio
  • Jola Plominska, altresì conosciuta come “la suora della foresta” per via del suo desiderio di esplorare la giungla
  • Matteo Scapolan, detto “il bradipo” per l’ottima imitazione di questo animale
  • Marco Amata, perfetto (si fa per dire) domatore di canoe
  • Sara Costantino, l’amica delle amache
  • Sonia Caraci, “l’asciugamano bagnato”

Dopo aver salutato i nostri compagni di viaggio siamo partiti per Serrana, raggiungendo la nostra meta solo all’una di notte, dopo un viaggio in pullman di quattro ore. All’arrivo abbiamo trovato ad accoglierci Sr. Sonia, una consorella di Sr. Jola, conosciuta già a Nichelino in occasione del week-end missionario. A differenza di San Paolo, qui a Serrana fa di nuovo caldo, ma per fortuna non quanto a Careiro.

Serrana, 8 settembre 2012

Al mattino siamo stati invitati a partecipare alla festa dei 25 anni di attività della Pastorale dell’Infanzia. La festa è iniziata con una messa presieduta dal vescovo della diocesi ed è proseguita con una breve rappresentazione della vita di Santa Gianna Beretta Molla che è la patrona del movimento. Successivamente siamo stati invitati a presentarci e a condividere la nostra esperienza missionaria in Amazzonia parlando delle distanze che dividono le comunità di Puru-Puru dalla chiesa parrocchiale e dell’immensità del lavoro pastorale da svolgere in quelle terre. La sera abbiamo partecipato alla celebrazione eucaristica comunitaria per la festa di San Pietro Claver. All’inizio della messa, in rappresentanza dei continenti, cinque suore missionarie vestite con abiti tradizionali hanno portato all’altare la Parola di Dio. Dopo l’omelia i giovani della parrocchia hanno presentato alla comunità la vita di San Pietro Claver con una simpatica scenetta.

Nato nel 1580 a Verdù, a pochi chilometri da Barcellona, Pietro Claver entra nella Compagnia di Gesù dopo aver pronunciato i primi voti nel 1604. Nel 1616, diventato missionario, presta le sue cure pastorali ai deportati africani. Qui, infatti, sbarcano migliaia di schiavi, quasi tutti giovani: ma invecchiano e muoiono presto per la fatica e i maltrattamenti e per l’abbandono quando sono invalidi. In particolare, pronuncia il voto di essere “sempre schiavo degli Etiopi” (all’epoca si chiamavano “etiopi” tutti i deportati africani) e per comprendere i loro problemi impara anche la loro lingua. Ammalatosi di peste, sopportò perfino i maltrattamenti del suo infermiere, che era un deportato africano. Morto a 74 anni è stato canonizzato insieme con Alfonso Rodriguez, suo fratello gesuita e amico ed è stato proclamato patrono delle missioni da Papa Leone XIII. Terminata la Messa abbiamo guardato l’orologio e, stupiti, ci siamo resi conto che era durata oltre 2 ore: suor Jola e Sonia si sono sentite un po’ di nuovo in Africa.

Serrana, 9 settembre

Anche questa giornata è dedicata ai festeggiamenti di San Pietro Claver. La mattina è iniziata con la Messa e a seguire il “pranzo missionario” a cui hanno partecipato oltre 700 persone. Un particolare “curioso” di questo pranzo è che si è svolto in chiesa. Finita la messa sono iniziati subito i preparativi per adattare il posto all’evento che si stava per svolgere: sono state tolte le sedie, posizionati più di un centinaio di tavoli, appesi una miriade di palloncini… la chiesa si era trasformata in un ristorante. Successivamente è stato preparato l’altare che per l’occasione era diventato il palco della festa: si sono alternati momenti musicali a momenti ludici.

Durante il resto della giornata abbiamo avuto occasione di visitare e conoscere in modo più approfondito la città. Serrana è una cittadina molto più piccola di Nichelino, posizionata su una collina e circondata da piantagioni di canna da zucchero. Le case sono “protette” da muri alti che non permettono di vedere l’interno, ma la gente che vi abita la si trova spesso seduta sul marciapiede davanti ai cancelli; i bambini giocano liberamente per le strade col pallone o con gli aquiloni; c’è chi cammina tranquillamente a piedi nudi e i giovani si ritrovano tutti sul marciapiede più largo della città (da loro definito “il centro”) per trascorrere le serate in compagnia. Per fare un confronto con i giovani di Nichelino anche qui possiamo trovare un numero elevato di “tamarri” che sfrecciano sulle strade cittadine ascoltando musica ad alto volume. La nostra giornata si è conclusa con una messa animata da un gruppo carismatico dove ci è stata chiesta nuovamente la nostra testimonianza.

Serrana, 10 settembre

Per la prima volta da quando siamo arrivati in Brasile siamo andati in una scuola dove ci hanno dato la possibilità di organizzare un incontro di circa un’ora con un gruppo di 60 ragazzi di 11-12 anni. I ragazzi di questa scuola, purtroppo, hanno una situazione molto difficile alle spalle, in quanto vivono in famiglie “disastrate”, con genitori separati o con problemi di alcool o droga, e trovano nella scuola la loro valvola di sfogo; di conseguenza la gestione dell’incontro non è stata molto semplice. Abbiamo pensato di dividere i ragazzi in 5 gruppi per farli lavorare sui continenti: ogni gruppo doveva trovare tre aspetti positivi e tre aspetti negativi sul continente che gli era stato assegnato. Al termine abbiamo avuto un momento di condivisione e di confronto, in particolar modo sono stati trattati gli aspetti negativi partendo dalla seguente domanda: “Cosa posso fare io per migliorare la situazione?”. Le risposte dei ragazzi sono state molto sorprendenti e ricche. Al termine dell’incontro i ragazzi hanno ricevuto la frase: “Seja você mesmo a mudança que você quer ver no mundo” che significa “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Finito il lavoro con i ragazzi abbiamo visitato la scuola e le diverse aule dove i ragazzi svolgono alcune attività: aula informatica, biblioteca, campo sportivo.

In serata abbiamo avuto un incontro con un gruppo di ragazze appartenenti ad un movimento ispirato a San Francesco d’Assisi.

Serrana, 11 settembre

Questa mattina siamo andati in una zona molto povera e degradata della città chiamata “predinhosed”. Essa è formata da un agglomerato di case popolari, un centro sociale e un piccolo campo sportivo. La nostra visita è iniziata dal centro sociale dove abbiamo conosciuto alcuni degli operatori che vi lavorano e due giovani “cittadini” rispettivamente di 9 e 16 anni che trascorrono parte delle loro giornate in questo centro, in quanto i loro genitori sono in prigione. Un operatore ci ha raccontato che i due ragazzi sono fratelli e che purtroppo entrambi sono abituali spacciatori e consumatori di droga; la cosa che più di tutte ci ha lasciato stupiti è la giovane età di questi ragazzi, che non frequentando nemmeno la scuola, non sanno né leggere né scrivere. In questo centro sociale si cerca, per quanto possibile, di porre rimedio alla situazione di questa zona attivando corsi per parrucchieri, di artigianato e uno sportello di ascolto con una psicologa per ragazzi dai 12 ai 24 anni. Terminata la visita, grazie alla presenza di Sr. Giovanna, abbiamo visto anche alcuni appartamenti. Inoltre, abbiamo notato come molti bambini fossero per la strada invece di essere a scuola e Sr. Giovanna ci ha spiegato che molte scuole rifiutano le richieste di iscrizione di bambini e ragazzi provenienti da questi quartieri per paura di non riuscire a gestirli. Nel pomeriggio abbiamo giocato con i bambini del vicinato, anch’essi poveri e con problemi in famiglia, all’inizio erano solo in tre ma in pochissimo tempo ci siamo trovati a gestire un bel gruppetto di bambini “scalmanati”.

Dopo aver visto una realtà abbastanza triste, per le condizioni di questi ragazzi, è stato bello poter concludere la giornata giocando insieme a loro.

Serrana, 12 settembre

La mattina è stata dedicata alla visita della più grande fabbrica di canna da zucchero del Brasile, che si trova proprio qui a Serrana. All’inizio abbiamo visto un filmato che illustrava il lavoro che viene svolto all’interno dell’azienda e a seguire è iniziato il “tour”. Prima di partire ci sono stati consegnati i dispositivi di protezione individuali utilizzati anche dai lavoratori. Durante la visita abbiamo potuto vedere come può essere utilizzata la canna da zucchero; essa viene utilizzata in tre processi di lavorazione: nella produzione dello zucchero, dell’etanolo e dell’energia elettrica. Una cosa che ci ha colpiti particolarmente è che in questa azienda non si hanno scarti industriali in quanto al termine della lavorazione il residuo rimanente, ricco di potassio, viene utilizzato come concime per la nuova coltivazione. La raccolta della canna da zucchero può avvenire in due modi: raccolta manuale o raccolta meccanica. Oggi l’azienda sta cercando di eliminare la raccolta manuale impegnandosi ad ottenere questo risultato entro il 2014. I lavoratori addetti alla raccolta sono per la maggior parte discendenti di immigrati italiani e brasiliani provenienti dal nord-est. Nel pomeriggio abbiamo partecipato alla celebrazione della messa per i malati e nuovamente ci è stato chiesto di dare la nostra testimonianza che ultimamente sta puntando a sensibilizzare le persone di questa comunità ad essere missionari. Tornati a casa, i bambini con i quali avevamo già giocato ieri, vedendoci arrivare ci sono corsi incontro chiedendoci di stare insieme a loro. Come si fa a dire di no? In serata, poi, padre Marcello ci ha portati a fare un giro a Ribeirão Preto, una città qui vicino Serrana, dove abbiamo potuto degustare la bevanda tipica del luogo, il Chopp.

Serrana, 13 settembre

Stamattina ci siamo recati in una scuola media dove abbiamo incontrato dei ragazzi. Il preside della scuola, non a caso, ci ha mandato in 3aA, perché considerata dai professori la peggiore. Appena entrati ci siamo resi conto della situazione: banchi e sedie rotte, ragazzi seduti sopra i banchi cantando e urlando anche in presenza del professore e muri scritti. Questi ragazzi provengono dal quartiere da noi visitato due giorni prima e oltre ad avere seri problemi economici, alcuni di loro sono già coinvolti nella droga. Nonostante ciò, non abbiamo faticato molto ad attirare la loro attenzione, hanno partecipato attivamente al nostro incontro e data la loro difficile situazione sono sorte domande relative alla droga e al sistema giudiziario italiano, ma non sono mancate anche alcune semplici curiosità: il clima, il sistema scolastico, il calcio, il cibo e la musica. A tal proposito, abbiamo concluso con un canto e una foto di gruppo.

Nel pomeriggio siamo andati in una scuola elementare e in confronto a quanto avevamo visto in mattinata, ci é sembrato di entrare nel “regno delle favole”: i bambini erano tutti seduti composti, in silenzio, ascoltavano quello che avevamo da dire e se avevano delle domande alzavano la mano per chiedere la parola. Al termine dell’incontro abbiamo visitato la scuola e un professore ci ha detto che dal prossimo anno in alcune aule ci saranno dei banchi digitali, oltre alla lavagna digitale presente già in molte classi.

Serrana, 14 settembre

Stamattina siamo andati alla IV Fiera Culturale di Serrana. Questa fiera, promossa dal Comune, offre alle scuole la possibilità di esibirsi su un particolare tema che quest’anno era: “Cambiare il mondo”. Abbiamo incontrato i ragazzi conosciuti in questa settimana e ci ha fatto molto piacere riabbracciarli. Le attività organizzate dalle scuole erano tutte molto originali: rispetto della natura, oggetti creati con materiale riciclato e diversi laboratori aiutavano i bambini a capire che il mondo può cambiare e diventare migliore se loro stessi, per primi, si mettono in gioco. Proprio su quest’ultimo tema abbiamo potuto assistere ad una simpatica scenetta: “Un giorno nella foresta divampò un incendio e tutti gli animali scapparono, tranne un uccellino coraggioso che cercò di spegnere il fuoco prendendo con il suo piccolo becco l’acqua da un laghetto. Il leone vedendo ciò, disse all’uccellino che il suo lavoro era inutile perché tanto non sarebbe riuscito a salvare la foresta. L’uccellino rispose che lui stava facendo la sua parte e il leone, toccato da queste parole, chiamò tutti gli altri animali che erano in fuga per aiutarlo. Cosi, tutti insieme riuscirono a raggiungere l’obiettivo.” Purtroppo, anche questi giorni sono trascorsi in fretta ma ci stiamo rendendo conto di come abbiano arricchito la nostra esperienza. Nel pomeriggio abbiamo lasciato Serrana e ci siamo diretti a San Paolo.

San Paolo, 15 settembre 2012

Anche qui abbiamo celebrato San Pietro Claver. Le sorelle missionarie hanno pensato di festeggiare con un “Chà”, che tradotto in italiano sarebbe “Thé”. In pratica, hanno preparato per tutte le persone che sono arrivate un piccolo cestino con delle gustose pietanze locali.

San Paolo, 16 settembre

Oggi giornata di preparativi per la partenza. Purtroppo, ogni cosa ha una sua fine e questa esperienza missionaria é giunta al termine. Non vogliamo annoiare i nostri lettori con le nostre storie di “saudade” … per cui eviteremo “PROPOSITAMENTE” di raccontarvele.

Nichelino, 20 settembre

Serata canna da zucchero, un bicchiere di guaranà e qualche dolcetto, tutti insieme al Conventino, seduti a ricordare attorno a questo tavolo color verde foresta. Solo qualche mese fa, attorno a questo stesso tavolo, studiavamo portoghese. Ciascuno elaborava la sua frase di presentazione, e a ripensarci oggi, dopo la presentazione pubblica nella piazza di Careiro da Varzea, le cene in famiglia orfani della tradizionale lingua inglese e di un buon dizionario di portoghese, le omelie in chiesa in cui eravamo invitati ad improvvisare le prediche, mi viene da sorridere. Quali erano le aspettative dei miei compagni di viaggio in quei giorni? E cosa rimane loro di questa avventura? Li osservo in silenzio, ridono spensierati, ciascuno ha un suo ricordo, un suo dettaglio. Uno parla dei succhi di frutta e dice che mai aveva assaggiato succhi così buoni e genuini. Un altro accenna al sapore unico del pesce del Rio delle Amazzoni. Un altro si illumina al ricordo dei giochi di equilibrio sulle canoe.  Il nostro viaggio è stato caratterizzato da mille dettagli colorati, che vi abbiamo raccontato giorno dopo giorno in questo nostro diario. Ma di questo viaggio in effetti cosa rimane, a parte i ricordi da turisti? Che cosa dobbiamo rispondere alle persone che in questi giorni ci stanno chiedendo: “Sì, bello, ma che cosa avete fatto?”

Abbiamo fatto una esperienza missionaria. Fare un’esperienza missionaria significa innanzi tutto vivere la vita quotidiana di un missionario. Padre Acassio è partito dall’Arcidiocesi di Ribeirão Preto nello stato di San Paolo per andare ad annunziare Gesù nel nord del Brasile, nella foresta amazzonica. Se avete letto il nostro diario sino a qui, ricorderete la diversità fra queste due realtà. Con Padre Acassio ci siamo alzati all’alba, abbiamo navigato il Rio delle Amazzoni, incontrato le piccole comunità della costa, celebrato messa tre volte al giorno, gustandola come una festa attesa da mesi, convivendo con il caldo umido; abbiamo dormito sul fiume, giocato con i bambini indios, mangiato cibi dai sapori sconosciuti. Questa era la vita quotidiana di Padre Acassio, questo è stato il programma che ci è stato proposto e che abbiamo vissuto.

Abbiamo scoperto che il Brasile è un mondo in se stesso. Serrana, San Paolo, l’Amazzonia, ciascuna di questa realtà era diversa dalle altre, e ciascuna di esse conteneva a sua volta altre realtà ed altre sfumature, in un gioco ad incastro in cui ogni giorno si rivelava in qualche modo differente dal precedente. La stessa messa era diversa in ogni luogo, a testimonianza di una chiesa, quella brasiliana, straordinariamente ricca nelle sue differenze.

Abbiamo imparato che la vita si può vivere con calma, dove calma significa accettare che l’inondazione annuale è uno dei fatti della vita, e non per questo ci si deve agitare. Certo, magari ci si trova un coccodrillo sulla porta quando si esce di casa al mattino, ma alla lunga ci si fa l’abitudine. Il ritmo è diverso da quello italiano, ma chi può dire quale sia il ritmo giusto? In Amazzonia si vive ugualmente, e serenamente, solo in un modo diverso.

Scoprire questo modo diverso era il punto d’arrivo della nostra esperienza missionaria, ed anche il punto di una nuova partenza. Abbiamo portato la testimonianza di chi fosse Gesù per noi, giovani italiani, e imparato chi fosse Gesù per loro. Non abbiamo costruito ponti, d’accordo, eppure in un certo senso lo abbiamo fatto: abbiamo incontrato persone, ascoltato le loro storie, raccontato le nostre storie.

E ora siamo qui, fra di voi, e vi guardiamo in un modo diverso; veniamo a messa ed anziché una semplice stretta di mano vi daremo l’abbraccio della pace; ascoltiamo il rumore del traffico ed abbiamo saudade del silenzio magico della foresta; prendiamo il 35 e ripensiamo ai giorni di navigazione sul Rio delle Amazzoni.

Guardo in silenzio i miei amici, mentre scrivo queste che saranno le ultime parole di questo diario; essi ridono, ricordano, io so che sono in qualche modo diversi, cambiati. Questo fatto – avere imparato a conoscere una realtà differente – è qualcosa che è andato oltre alle loro aspettative iniziali? Ripenso a quella prima notte, alla messa nella chiesa infestata di scarafaggi, agli occhi felici delle persone che attendavano quella messa da mesi; ripenso alla passeggiata in ciabatte nella giungla, all’uscita notturna in canoa andando a caccia di coccodrilli, all’indios che pescava con arco e frecce; ripenso a Purupuru, gli stormi di uccelli che si alzavano al passaggio della Simao Santos e quella sensazione di essere finiti in un documentario di Quark; ripenso alla povertà estrema della baraccopoli di Gutierrez, delle favelas di San Paolo, delle strade di Serrana; ripenso alla sensazione di fare pranzo seduti vicino ad un camaleonte, di assaggiare frutta che avesse sapore di frutta, di accarezzare un bradipo, di perdersi nella foresta vergine, di dormire in un’amaca sul Rio delle Amazzoni, e so che la loro risposta, la mia risposta, è sì.

Renato Amatteis

2017-08-19T21:41:09+00:00 20 settembre 2012|Esperienza missionaria|0 Commenti

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