Esperienza missionaria 2013 in Kenya

//Esperienza missionaria 2013 in Kenya

Esperienza missionaria 2013 in Kenya

Quattro settimane nella Holy Family Parish di Siongiroi, nella diocesi di Kericho in Kenya. I giovani hanno fatto l’esperienza della vita quotidiana del villaggio e il percorso missionario con i bambini della Holy Family Siongiroi School. Hanno realizzato e verificato i vari progetti a favore della popolazione locale.

Diario dell’esperienza

1° agosto

Mancano poche ore alla partenza, l’impazienza si sta ormai impadronendo di noi. Aspettiamo questo viaggio da tanto tempo, troppo, e nell’aria c’è una diffusa sensazione di felicità. Quest’anno andremo a Siongiroi, Kenya, il villaggio che abbiamo conosciuto durante l’esperienza missionaria del 2011. Per alcuni di noi è un ritorno (Renato, Sonia, suor Jola P.), per altri la prima volta (Cristina, Francesco, Isabella, Luisa, Matteo, Miriam, Paolo, Sara, Serena, Silvia, suor Jola S.). Negli occhi di tutti c’è lo stesso entusiasmo e la stessa voglia di partire! Il Kenya è lontano dall’Italia, situato geograficamente nella zona centro-orientale dell’Africa. Confina con Sudan, Etiopia, Somalia, Tanzania ed Uganda. Siongiroi è ad ovest, al confine con la Tanzania, non lontano dal famoso parco del Masai Mara, nella diocesi di Kericho. Solo per arrivarci impiegheremo quasi 2 giorni di viaggio, ma già sappiamo che ne varrà la pena. Questo è il nostro diario, scritto per raccontare in diretta emozioni e ricordi dell’esperienza missionaria a chi ci pensa da lontano. Buona lettura!

2 agosto

La prima tappa del viaggio è a Dubai, dove trascorriamo buona parte della giornata in aeroporto nell’attesa di prendere il volo per Nairobi. Dall’alto, la città si presenta come una cattedrale nel deserto, una composizione di grattacieli con il nulla intorno. L’aeroporto, bellissimo, è il trionfo del lusso, ma lo percepiamo come una realtà finta, se confrontata con la realtà africana che già portiamo nel cuore e che stiamo per andare ad incontrare. Alla sera arriviamo a Nairobi, dove incontriamo Padre Christopher e Matthew ad accoglierci. Nell’abbracciare i nostri amici, ci pare di essere mancati dal Kenya solo per pochi giorni e non per due anni. Siamo a casa!

3 agosto

Giornata di trasferimento da Nairobi a Siongiroi.

Il fatto del giorno – Il viaggio è come un viatico. Giovedì abbiamo lasciato le nostre città con uno stato d’animo tipicamente occidentale; chi nervoso per una valigia chiusa all’ultimo momento dopo l’ennesima intensa settimana di lavoro, chi felice di abbandonare il caldo afoso dell’estate italiana per volare nel fresco inverno dell’Africa, chi curioso di partire, ma pieno di dubbi, magari anche di paure, per quello che lo aspetta. Dopo il giorno di pausa trascorso a Dubai, il viaggio come viatico diviene lento avvicinarsi alla cultura ed al modo di vivere delle persone di questa terra d’Africa. La giornata inizia con una colazione all’inglese: latte, caffè, marmellata, ma anche uova fritte, salsiccia e frutta. Don Richard si raccomanda di mangiare abbondantemente, perché non si sa quando si mangerà di nuovo. In Africa funziona così: le cose avvengono, ma non necessariamente al momento programmato. In effetti consumeremo il primo vero pasto successivo solo nella notte, una volta arrivati a Siongiroi, circa 18 ore dopo. Per uscire da Nairobi impieghiamo circa 5 ore. Una parte di questo tempo è stata dedicata ad un incontro con Don Mauro e con Don Beppe, due sacerdoti italiani che hanno creato una nuova parrocchia in un quartiere disagiato di Nairobi. Don Beppe per molti anni ha vissuto in mezzo al popolo dei Samburu e ci mostra orgoglioso le sue fotografie. Nell’attraversare a piedi il quartiere, Miriam inizia a farsi domande importanti, come “cosa potrei fare io per i bambini di questo posto?” ed ha timore di non saperne trovare la risposta. Francesco sperimenta un altro tipo di sensazione: lasciato da solo “per 10 minuti” davanti ad un supermercato, sperimenta cosa significhi essere guardato come diverso dalle persone attorno a sé (unico bianco nella strada). Usciti da Nairobi, salutiamo Don Richard, Gianni ed Alberto, che andranno ad Eldoret, ed iniziamo il nostro viaggio verso Siongiroi. Lungo il tragitto abbiamo la possibilità di ammirare il paesaggio africano, in particolare restiamo colpiti dalla visione della Rift Valley, presunto luogo d’origine dell’umanità. Arriviamo a Siongiroi alle 23:30, con quasi 9 ore di ritardo rispetto all’orario per cui eravamo attesi dalla comunità locale. Ma è il concetto stesso di ritardo che qui non esiste; qui è la persona che vince sul tempo, gli altri ti aspettano senza farsi alcun problema quindi non si è mai in ritardo. Ci rendiamo conto che il viaggio di avvicinamento è stato per noi davvero viatico e cammino. Chi aveva dubbi e paure e si chiedeva: “Sarò in grado di fare qualcosa di utile?” ha avuto il tempo di riflettere e di darsi una risposta di speranza. Chi era nervoso si è rilassato, chi era curioso ha avuto modo di assaporare piccoli spicchi d’Africa ed avere così un proprio inizio. Scendiamo dal bus e ad accoglierci, nonostante l’ora, troviamo i bambini di Siongiroi, quantomeno i più grandi. Per loro, semplicemente non siamo in ritardo. Entriamo nella chiesa mentre “Welcome You Welcome”, il canto di benvenuto, viene intonato, ed in quella melodia ciascuno di noi trova la sua risposta; Renato, Sonia e Suor Jola “Mtakatifu”, che erano già stati a Siongiroi, si sentono come se fossero tornati a casa, riconoscono volti, ritrovano abbracci già sperimentati. I nuovi “missionari per caso”, invece, vengono travolti dall’affettuosità dei giovani di Siongiroi. Miriam viene “catturata” dalle ragazze della Secondary School, che la fanno sedere fra di loro sulle panche della chiesa e con un sorriso cui non può dire di “no” la obbligano ad indossare una divisa viola identica alla loro; a 5 minuti dall’arrivo, la nostra amica più giovane, 13 anni, è già divenuta una studentessa della scuola, con buona pace di Isabella e Paolo, i genitori, che ora dovranno versare la retta scolastica anche in scellini kenyoti. Le emozioni si scorgono negli occhi di chi guarda e di chi è guardato. Perché qui le persone ti guardano negli occhi e non si limitano a vederti frettolosamente, quando ti vedono. Le lacrime inumidiscono i volti di molti fra noi. La lentezza del viaggio compiuto ha fatto apprezzare gradatamente l’approccio con una realtà diversa. Nel sapore dell’accoglienza, vi è l’abbraccio dell’amore che passa attraverso Dio. È difficile credere che certi incontri avvengano per caso e non perché siano stati voluti. Dopo 54 ore e mezzo di viaggio, siamo infine arrivati nella nostra Africa, a Siongiroi.

L’Africa è – In Africa il tempo scorre in maniera differente. Un minuto africano è diverso da un minuto europeo. Per esempio, stamani, al momento di lasciare l’albergo, Padre Christopher ci aveva assicurato che il pullman che avrebbe dovuto portarci a Nairobi sarebbe arrivato “entro 10 minuti” ma i suoi 10 minuti africani sono equivalsi a circa 90 minuti europei. Questa “regola” viene applicata in terra d’Africa in ogni momento della giornata, quindi quando siete qui non chiedetevi mai “quando” ma solamente “se”.

4 agosto

La nostra domenica è iniziata a mezzanotte, quando siamo entrati nella Chiesa per vivere il momento dell’accoglienza. Dopo un breve sonno ristoratore, ci siamo recati presso la scuola, dove il clima di festa è stato turbato dalla notizia dell’incendio doloso del dormitorio delle bambine, avvenuto il giorno prima. La Messa di presentazione alla comunità si è svolta ugualmente, ma nell’aria c’era tristezza, anche se con il trascorrere dei minuti, quasi a voler ribadire che il Bene debba prevalere sul male, gli abitanti di Siongiroi hanno intonato con crescente gioia ed entusiasmo i loro canti di lode a Dio.

Il fatto del giorno – La notizia dell’incendio che ha distrutto uno dei dormitori delle bambine, invero, è di ieri, ma Padre Christoper, che l’aveva ricevuta durante il nostro viaggio di trasferimento da Nairobi a Siongiroi, ha preferito non comunicarcela per non caricarci di ulteriori pensieri. “Ad ogni giorno la sua pena”, ha detto. Noi non ci siamo accorti della sua preoccupazione. A posteriori, il benvenuto che abbiamo ricevuto a mezzanotte dalle ragazze più grandi assume quindi per noi un sapore ancora più bello. Pensate cosa debba essere stato per loro attenderci per così tante ore, quando il dormitorio delle loro amiche più piccole era andato bruciato solo poche ore prima. L’incendio, di natura dolosa, fortunatamente non ha prodotto feriti: le bambine erano a casa presso le proprie famiglie per il week-end. Nel corso della giornata si è anche parlato di farle rimanere nelle prossime settimane ancora a casa con le famiglie, non avendo più un posto dove farle dormire, ma le ragazze più grandi si sono opposte, perché in tal caso le loro compagne avrebbero perso l’esperienza con gli ospiti venuti dall’Italia; per tale ragione, si sono offerte di dare alle compagne più piccole 1 coperta a testa, permettendo loro di dormire fra i banchi nelle aule. A noi tutti, in particolare a quanti erano stati qui nel 2011 ed avevano quindi già conosciuto queste persone, ha fatto impressione camminare fra le lamiere, sui resti del dormitorio femminile: vedere i quaderni bruciati, ricordando come le bambine amassero la scuola, le penne, i quaderni; quella vissuta è stata per loro una perdita vera, rispetto alla quale non possiamo né vogliamo rimanere indifferenti. Abbiamo chiesto a Padre Christopher, come gesto simbolico, di poter dedicare la mattinata di domani, anziché ai giochi programmati, ad un lavoro materiale di sgombero delle macerie. Padre Christopher ha acconsentito e ci ha assicurato che ricostruirà al più presto il dormitorio femminile, questa volta in mattoni. Nell’avviarci verso la Chiesa per la Messa di presentazione alla comunità, per terra abbiamo trovato anche una fotografia, solo parzialmente bruciata, con i visi sorridenti di una bambina e dei membri della sua famiglia.

L’Africa è – L’ospitalità è un concetto essenziale in questa cultura. Nella Messa di presentazione alla comunità, sia gli abitanti di Siongiroi sia i bambini erano concentrati esclusivamente su di noi, come se poche ore prima non fosse avvenuto l’incendio doloso del dormitorio femminile. Ogni persona che incontriamo, in scuola o per strada, usa una parola tipica, “Karibuni” in kiswahili, “Welcome” in inglese, e cioè “Benvenuti”. Durante l’accoglienza di mezzanotte, molti fra noi si sono sentiti sopraffatti; queste persone ci avevano aspettato per ore, senza ancora neppure conoscerci. Ci guardavano con amore, ci davano la mano affinché la stringessimo, ci salutavano uno dopo l’altro, a decine, centinaia. Francamente di fronte ad un simile impatto ci si sente sopravvalutati: chi siamo noi per meritare tutto ciò? Sono inoltre bastati piccoli gesti per ricambiare, restituendo loro felicità: ballare insieme, sedere insieme, tenere strette le loro mani. Queste persone hanno un modo molto fisico di manifestare amicizia, negli sguardi e negli abbracci vi è un voler essere sempre e comunque insieme che in Italia manca. Isabella ha pianto, e con lei hanno pianto suor Jola “Mtakatifu”, Serena e Cristina; è stato bello, per chi qui era già stato, vedere piangere insieme “nuovi” e “vecchi”, perché nel guardare i nostri volti uniti vi è il sapore di qualcosa di speciale che è stato proposto, accettato e condiviso. Siamo qui anche per emozioni così. Emozioni come vivere la Messa all’africana. La Messa in Africa è differente: si canta di più, e con più gioia, e si balla tantissimo. Anche noi ci siamo lasciati coinvolgere e nel farlo ci siamo resi conto che il loro modo di ballare è bellissimo, è come pregare con tutto il corpo. In questa maniera la Messa diviene davvero una preghiera collettiva e condivisa. La comunità è unita e la si percepisce come tale. Dopo che le persone avevano già dato qualcosa al momento dell’offertorio (portando all’altare, oltre al denaro, frutti della terra ed animali), padre Christoper ha chiesto ed ottenuto un’offerta per la ricostruzione del dormitorio femminile. La Chiesa cattolica è apprezzata, perché restituisce ciò che riceve. Anche noi, in segno di benvenuto, abbiamo ricevuto dei doni: un cappello, un telo e un bastone i ragazzi; tre foulard le ragazze. Il cappello è simbolo di prestigio, il telo è per chi va in guerra, il bastone è per camminare e proteggere ed è dato al capo della famiglia; i foulard, invece, erano per ornamento e bellezza, come avviene per le ragazze africane che usano portarne tre insieme. Le due suor Jola hanno ricevuto un kanga a testa (il classico telo africano, con disegni e scritte, da usare nel loro caso per non fare sporcare l’abito). La Messa, durata circa 4 ore, è dunque trascorsa in fretta, come se fosse una festa, e viverla è stato come ricevere un mandato per quello che faremo qui.

Per i nostri amici rimasti in Italia: tutti i bambini, sia quelli della scuola, sia quelli del villaggio, ci chiedono “Where is Nino?”, “Enrico?”, “Marie-Claire?”, e “Daniela”, “Valentina” e “Giorgia”. È difficile fare loro capire che non abbiamo potuto tornare tutti, ed è davvero impressionante come a distanza di due anni essi ancora si ricordino i nostri nomi stranieri.

5 agosto

La giornata di oggi è stata nel segno della condivisione. Al mattino abbiamo raccolto i resti delle macerie del dormitorio femminile con i bambini, al pomeriggio abbiamo giocato insieme.

Il fatto del giorno – Oggi come fatto del giorno vogliamo raccontare qualcosa di allegro, la nascita di una nuova animatrice: Miriam “Chepkoech”. Tredici anni, Miriam ha iniziato questo viaggio ponendosi una domanda importante: “Coso potrò fare io per questi bambini?” La risposta è venuta sin dal primo impatto, durante il “benvenuto” di sabato notte, quando le ragazze della Secondary School, sue coetanee, l’hanno fatta sedere in chiesa sulle panche insieme a loro, mentre il resto del gruppo si presentava dinnanzi all’altare, e le hanno fatto indossare la loro stessa divisa scolastica. La peculiarità di Miriam è dunque questa: essere una di loro. I bambini impazziscono per questo dettaglio, cantano e ballano i suoi bans a perdifiato, la seguono ovunque scandendo il suo nome. Papà e mamma sono senza parole, Silvia, la sorella, è orgogliosa di lei e vende autografi in cambio di una fetta d’ananas; al mattino, quando Miriam apre la porta della casa di Padre Christopher, i bambini della strada urlano il suo nome come se fosse una rockstar. Eppure Miriam non si è montata la testa: al contrario dimostra una grande disponibilità, sia con i bambini della scuola sia con quelli del villaggio, rimanendo in strada a cantare i suoi bans sino all’ultimo minuto disponibile di luce del sole. Ed è questo che siamo venuti a fare noi tutti qui: donare la nostra disponibilità, in questo caso nel gioco. Ciascuno di noi lo fa a modo proprio. Paolo, ad esempio, ha avuto un impatto un po’ prudente, in particolare coi bambini del villaggio che ci accompagnano durante la passeggiata dalla casa alla scuola, e che ci prendono per mano e vogliono starci addosso. Paolo si è chiesto: “Posso prenderli in braccio? Io, genitore italiano, come reagirei se un perfetto estraneo prendesse per mano o in braccio mio figlio?” Qui c’è molta disponibilità, ed i genitori non solo lasciano che i propri figli giochino con noi “mzungu” (uomini bianchi), ma ne sono orgogliosi. Anche Renato e suor Jola “Mdogo” preferiscono un approccio più “soft”, ad esempio alzarsi all’alba per uscire a trascorrere un po’ di tempo coi bambini del villaggio, facendo piccoli giochi in tranquillità. Altri, come Sonia e Francesco, sono trascinanti. Luisa, in apparenza timida, si è rivelata essere una sorpresa. È stata una bella soddisfazione, per lei e per Serena, riuscire a fare ridere Chumbia, una bambina che nel 2011 non sorrideva mai e che ora è sempre in prima fila con un grande sorriso dipinto sul volto. Sara, già animatrice scout, ha un vero talento per i bans, e così Silvia. Isabella porta costantemente dipinta sul volto un’espressione di meraviglia per l’atmosfera di magia che si è creata nell’interagire con questi bambini. I bambini, ovviamente, sono i veri protagonisti di queste giornate. Quelli del villaggio, ad esempio, anche se sono molto piccoli, sono già responsabili. Quando si allontanano troppo, tornano a casa da soli; i più grandicelli portano in spalle il fratello minore. Sono affettuosi e gentili, cercano il contatto fisico, l’abbraccio, vogliono portarti la borsa e se dimentichi una qualsiasi cosa in giro la prendono e te la restituiscono. Sono curiosi, anche da un punto di vista fisico: ti tirano e toccano peli (agli uomini) e capelli (alle donne). Ti strofinano la mano per vedere se sotto la polvere essa sia nera. Un bambino ha morsicato la mano a Matteo per “assaggiarlo”; in certi momenti sembra proprio che ti mangerebbero, ma nel senso che vogliono conoscerti, essere con te, a tal punto che farebbero di te un pasto. Matteo si è riservato un “goccio” di perplessità su questo punto.

L’Africa è – Semplicità, attenzione alle cose che contano. Questa mattina siamo andati alla scuola per lavorare sui resti dell’incendio. Tutti si sono messi all’opera, rimuovendo lamiere, raccogliendo oggetti, riportando ordine nel disordine. È stato toccante vedere i piccoli letti bruciati, così come il salvare qualcosa di integro, quaderni, vestiti, da restituire alle bambine affinché possano venire riutilizzati. Man mano che procedevamo nel fare pulizia, ci colpiva il vedere le valigie accatastate, e così gli altri oggetti; dietro ad ogni scarpa trovata vi era la storia di un bambino. Raccogliere gli oggetti bruciati, infatti, è stato in un certo senso come portare il peso di quanto successo; all’inizio i bambini ci guardavano da lontano e forse non capivano perché non fossimo nel campo a giocare insieme a loro; poi si sono avvicinati ed hanno fatto la raccolta insieme a noi, differenziata in base al tipo di oggetto: nel loro sguardo abbiamo scorto la condivisione anche della sofferenza. Quando abbiamo finito, i bambini si sono avvicinati guardando le nostre mani sporche di fuliggine; Silvia è stata portata in una camerata, dove i bambini hanno voluto condividere il loro recipiente dell’acqua (che noi sappiamo dover durare per diverso tempo) per lavargliele. A suor Jola i bambini hanno chiesto di abbracciarli; lei ha risposto che questa volta non poteva, perché aveva le mani troppo sporche, e loro hanno ribattuto che non era importante che fossero sporche, perché erano sporche perché avevamo fatto qualcosa per loro; e poi l’hanno abbracciata.

6 agosto

La giornata di oggi è stata dedicata a portare nelle classi le lettere scritte dai bambini e ragazzi italiani per i bambini africani e ad insegnare ai bambini africani a scrivere le lettere per i bambini italiani. Serena e Cristina hanno lasciato il gruppo per trasferirsi a Kaplong, dove faranno per alcuni giorni l’esperienza di lavorare in un ospedale kenyota.

Il fatto del giorno – L’idea di fare scrivere delle lettere ai bambini italiani per i bambini africani e viceversa è nata per promuovere uno scambio d’amicizia fra i due gruppi; il nostro desiderio come associazione sarebbe che questa corrispondenza a distanza continuasse nel tempo. Oggi siamo andati nelle classi a distribuire le lettere scritte dai bambini e ragazzi italiani per i bambini africani, e poi abbiamo insegnato ai bambini africani a scrivere, in inglese, delle lettere per i bambini italiani. È stata un’esperienza particolare. Nei visi dei bambini di Siongiroi abbiamo visto la gioia di sentirsi pensati in Italia non solo dagli adulti ma anche dai loro coetanei. Tutti si sono impegnati e nelle lettere hanno raccontato qualcosa di sé. In alcuni, però, c’era una certa timidezza: una bambina, ad esempio, era rimasta indietro nella stesura della lettera e non sapeva come recuperare, quando l’abbiamo aiutata si è illuminata in un bellissimo sorriso. Abbiamo raccolto centinaia di lettere. Non ne avevamo portate altrettante, non ce n’era una testa, eppure hanno condiviso quelle che abbiamo donato, senza strapparsele di mano. Dove l’esperimento è riuscito meglio, naturalmente, è stato nella classe delle ragazze più grandi. Abbiamo chiamato una ragazza a leggere ad alta voce le varie lettere, ed in questa maniera si sono sentite più coinvolte; poi hanno iniziato a scrivere le proprie risposte ed erano così concentrate che, nonostante avessimo dato loro una settimana di tempo per completare le lettere, hanno rifiutato di fare altri giochi per dedicarsi alla scrittura. Con i bambini più piccoli, che non parlano inglese, anziché uno scambio di lettere, vi è stato uno scambio di disegni. Anche in queste classi i bambini si sono subito messi all’opera con entusiasmo. Con un certo rammarico, abbiano notato che la maestra temperava le matite con un taglierino perché in classe non ne possedevano, ed abbiamo ripensato a quando, in Italia, non abbiamo comprato i temperini dando per scontato che li possedessero. Le aule sono ancora fragili assi di legno, come nel 2011. Appendendo i disegni alle pareti, si sentivano tremare queste ultime perché al di là qualcuno stava scrivendo sulla lavagna. Ad un certo punto i bambini hanno iniziato a fare i versi degli animali, suor Jola “Mdogo” ha risposto col verso del pollo, e da lì è stato tutto un ballo ed una filastrocca. Per Miriam, l’esperienza ha avuto un sapore speciale, perché quando era una studentessa di seconda elementare nella sua classe erano venuti a parlare alcuni ragazzi che erano stati in Africa ed avevano portato in dono dei disegni fatti dai bambini africani; oggi si è emozionata nello svolgere lo stesso ruolo per altri bambini.

Aneddoti curiosi: spesso qui le persone si avvicinano per salutare e dare la mano. A volte, però, qualcuno esagera. Oggi un ragazzo si è avvicinato a Sara, le ha dato la mano per salutarla ma poi non l’ha lasciata andare, continuando a tenerla stretta ed iniziando a strusciarsi un po’. Sara, imbarazzata, cercava di liberarsi; suor Jola “Mtakatifu” si è Messa a ridere, chiedendogli: “Quante mucche vuoi?” Perché qui la sposa si compra con le mucche. Abbiamo pensato di contattare il papà di Sara per chiedergli quante mucche volesse per dare il consenso, ma il suo cellulare risultava essere non raggiungibile e così il fidanzamento è saltato, per il sollievo di Matteo.

7 agosto

Oggi con i bambini abbiamo iniziato il percorso giochi dei cinque continenti.

Il fatto del giorno – Il percorso consiste nel descrivere ai bambini riuniti nella chiesa, ogni mattina, le caratteristiche di un continente della Terra e nel proiettare un cartone animato ambientato in quel continente. Successivamente si leggono una frase tratta dal cartone animato ed una frase tratta dal vangelo ad essa connessa, si completa un mosaico raffigurante bambini dai cinque continenti abbracciati da Gesù e infine si passa a proporre giochi da oratorio attinenti al continente del giorno. Questo, in sintesi, il percorso. Il continente del giorno è stato l’Asia, il cartone animato Mulan.

Frammenti d’Africa

  • La scuola deserta durante la proiezione del film, una mucca in presidenza.
  • Tutto il mondo è paese: la tua amica mzungu è fidanzata?
  • Miriam (bimba africana che ha freddo e si meraviglia del dono) che indossa la felpa di Miriam (bimba italiana che si meraviglia del freddo e dona).
  • Giocare con il copertone di una ruota in una strada impolverata di uno sperduto paese africano e sentirsi felici.
  • Bambini che da soli al buio cantano i nostri bans.
  • Pika picha, bambini che non si stancano mai di chiedere di venire fotografati.
  • Masticare un rametto d’arbusto per lavarsi i denti: “ma voi in Italia come fate?”
  • Lo sguardo delle ragazze della scuola che vanno a riempire i recipienti dell’acqua, mentre i bambini giocano nel prato. Il loro senso di responsabilità, il loro desiderio di essere con noi.
  • Due italiani e due bimbi africani, le mani unite, l’alba, il silenzio della natura: incanto.
  • Bambini africani che guardano il film con stupore, mzungu italiani che guardano con stupore bambini africani che guardano il film con stupore.
  • Bambini che in cerchio ti circondano e vogliono toccare ogni parte del tuo corpo: curiosità.
  • Capire qualche parola in swahili del bambino di turno nel tenerti per mano, “lui non parla swahili, solo inglese”. Sorridere.
  • Il pianto di un bambino di 3 anni disperato perché non può giocare con i mzungu a causa del fratellino di 1 anno che porta sulle spalle che ha paura dei mzungu.
  • La prima pioggia, il primo maziwa lala.

8 agosto

Oggi abbiamo continuato il percorso dei cinque continenti. Il continente del giorno è stato l’America, il film Pocahontas. Rientrando a casa, abbiamo avuto l’opportunità di vedere la pozza d’acqua cui attingono le ragazze della scuola, e fatto lezione con le stesse.

Il fatto del giorno – Spesso nei nostri frammenti d’Africa parliamo dei bambini del villaggio o dei bambini della scuola primaria. Vi è anche un terzo gruppo di giovani con cui abbiamo l’opportunità di interagire: le ragazze della Secondary School. Oggi, ad esempio, alcuni fra noi, durante la proiezione del cartoon per i più piccoli, si sono assentati per andare a partecipare ad una lezione nelle aule delle ragazze più grandi. La nostra partecipazione è stata effettiva, nel senso che ci hanno invitati a sedere fra i loro banchi, ci hanno dato un quaderno ed una biro ed abbiamo preso parte ad esercitazioni ed interrogazioni. Il metodo d’insegnamento è basato sul dialogo ripetitivo, nel senso che l’insegnante spiega e poi chiede agli alunni di ripetere quanto spiegato. In pratica, non avendo veri libri, l’apprendimento è basato sulla ripetizione orale e sugli appunti presi a lezione. La partecipazione alle attività della scuola finisce sempre per apportare qualche dettaglio che ci spiazza: oggi ad esempio notavamo che alcune ragazze non facevano l’esercizio ed abbiamo pensato che non avessero capito o comunque non fossero in grado; in realtà, semplicemente, solo un’alunna su due aveva la penna per scrivere, così esse scrivevano a turno. Altro momento che abbiamo condiviso con le ragazze più grandi è stato a fine giornata, quando le abbiamo accompagnarle alla pozza dove esse si riforniscono dell’acqua per lavarsi il corpo ed i vestiti. La pozza, esterna alla scuola, viene utilizzata quando la pozza interna alla scuola è vuota, e dista circa 15 min. a piedi. Le ragazze coprono il percorso portando il recipiente pieno d’acqua sulla testa, in perfetto equilibrio. Anche noi abbiamo provato, per gioco e fra le loro e le nostre risate, a portare un recipiente d’acqua sulla testa, ma il nostro equilibrio, rispetto al loro, era così precario che abbiamo dovuto desistere.

L’Africa è – Questa mattina, come di sua abitudine, Suor Jola “Mdogo” è uscita all’alba per fare una passeggiata. Questa volta ha provato a fare un percorso alternativo rispetto a quello che facciamo quotidianamente per andare sino alla scuola, ed ha incontrato nuove persone, nuove famiglie. Le è piaciuto osservare gli abitanti del villaggio all’inizio della loro giornata. In due case l’hanno invitata a prendere un tè. Al ritorno dalla passeggiata, suor Jola ha incontrato Chumbia, una bambina che inizialmente non sorrideva mai e che invece ora è divenuta una vera gioia per gli occhi per come ha superato la sua diffidenza. Chumbia – il cui nome significa “mzungu” in quanto è nata nel 2011 nel periodo in cui eravamo presenti nel villaggio noi uomini bianchi – le si è gettata addosso, ridendo e tirandole l’abito; poco dopo è sopraggiunta una donna, portando un abito per Chumbia, che non indossava vestiti. Suor Jola, ridendo, ha vestito la bambina, poi insieme a lei ha camminato sino al cancello in legno della casa di Padre Christopher; a questo punto la bambina ha fatto segno a suor Jola di sedersi ed è andata a prendere una sorta di carruba, di colore verde, che conteneva dei semi simili a piccoli fagioli; ha aperto il frutto ed ha iniziato a mangiarne, dandone una buona metà a suor Jola, che si è commossa per la condivisione del cibo da parte della bambina affamata. Infine la bimba, vedendo una lacrima inumidire gli occhi di suor Jola, ha allungato la sua piccola mano per asciugargliela.

Per i nostri amici rimasti in Italia – Oggi abbiamo conosciuto Memo, la figlia della sarta della scuola, amica di Giorgia. Timida, all’inizio un po’ diffidente, la bimba, 2 anni appena, si è poi sciolta divertendosi a giocare di fronte alla macchina fotografica, mentre indossava il piccolo vestito regalatole dalla sua amica italiana.

9 agosto

Oggi abbiamo continuato il percorso dei cinque continenti. Il continente del giorno è stato l’Oceania, il film “Alla ricerca di Nemo”. Al pomeriggio i bambini non avevano lezione, ne abbiamo approfittato per fare partite di calcio, gare di tiro alla fune, corse coi sacchi, balli di gruppo ed altri giochi. Abbiamo altresì iniziato a girare i video dei bambini adottati attraverso l’associazione “Sognavamo l’Africa Onlus”, e i video dei bambini da adottare. Alla sera per la prima volta abbiamo proiettato un film per i bambini del villaggio, che ha avuto molto successo (“L’Era glaciale”).

Il fatto del giorno – I video pro-adozione: allorché il preside è entrato nelle classi per chiamare i bambini adottati, o da adottare, con cui dovevamo girare i video, questi erano inizialmente intimoriti, ma quando, rimasti soli con noi, abbiamo spiegato loro lo scopo della convocazione, i loro occhi si sono illuminati. Debora Chepkoech ed Esau Kipkorir erano particolarmente felici di avere ricevuto una lettera dall’Italia, e si sono messi con impegno a scrivere una lettera per i loro “genitori adottivi” italiani, in cui hanno raccontato un po’ di se stessi. Anche Sharon Chepkemoi Koech si è applicata nello scrivere la sua lettera. Suor Jola “Mtakatifu” ha sorriso quando leggendo la lettera di Chepkoech ha visto che la bimba, come suo sogno futuro, ha scritto di voler divenire come lei. Siamo poi andati a visitare la classe ed il posto letto dei bambini, che ci hanno descritto brevemente la loro giornata. Al pomeriggio abbiamo girato altri due video, questa volta con Faith Chepkoech Murkur e con Chelsea Chepchumba. Faith è un’alunna con una storia un po’ speciale: ha perso entrambi i genitori ed è stata adottata dallo zio Richard, che si occupa anche della figlia Sharon e della nipote Viola. Chelsea invece è una bambina piccola e anziché scrivere una lettera si è applicata a fare un disegno da portare in Italia. Padre Christopher, scorrendo l’elenco dei bambini già adottati o ancora da adottare, ci ha detto che Cosmas Kipkorir Koech non frequenta più la scuola primaria, in quanto ha completato il suo percorso; voleva poi entrare in seminario, ma non è stato possibile, in quanto l’accesso al seminario era subordinato al versamento di una quota d’iscrizione che la sua famiglia non ha potuto coprire. Nella passeggiata di ritorno verso casa, ci siamo accorti che fra i bambini del villaggio vi era Esau: è stato bello rendersi conto che alcuni dei bambini del villaggio siano stati ammessi dentro la scuola di Padre Christopher.

Curiosità – Nel parlare con le ragazze più grandi, Sara ha notato una bambina cui manca un dente; dialogando con lei, ha scoperto come fra i masai non ci si stringa la mano in segno di saluto ma ci si metta la mano sulla testa; in pochi attimi aveva la testa coperta da moltissime mani; a questa ragazza manca un dente perché l’ha dato in cambio di una mucca, come da usanza masai. Di giorno in giorno ci rendiamo conto di come questi bambini, pur sembrando tutti uguali, provengano da tribù e tradizioni diverse ed abbiano ciascuno una propria unicità.

10 Agosto

Oggi gita a Kericho a visitare le piantagioni di the e ad incontrare la famiglia di Padre Christopher.

Il fatto del giorno – I colori della giornata sono stati sei. Arancione, come il colore dell’alba di Siongiroi: oggi ci siamo alzati presto per andare sino a Kericho, il paese natale di Padre Christopher. Abbiamo viaggiato su un matatu, il tradizionale taxi-pullman del Kenya; viaggiare su 4 ruote, anziché camminare come di solito facciamo, circondati dai bambini, ci ha permesso di osservare meglio il panorama e così ci siamo ritrovati a pensare alle parole che aveva detto Don Mauro a Nairobi: queste persone sono abituate a vivere in spazi aperti, quando, a causa della modernità, si trasferiscono a vivere nelle grandi città sono destinate a sentirsi soffocare. Bianco, come il colore dell’ospedale di Kaplong, dove dopo alcuni giorni di separazione abbiamo riabbracciato Serena e Cristina, che ci hanno raccontato luci ed ombre della loro esperienza. Giallo come il colore dell’ananas. Ci siamo fermati a visitare una piantagione di ananas. Su ogni pianta nasce e cresce un unico frutto. Abbiamo assaggiato un paio di ananas appena raccolti, che avevano un sapore molto più gustoso e genuino di quelli cui siamo abituati in Italia. Grigio fantasia, come il colore di Kericho, la prima città africana che abbiamo visitato dopo Nairobi. Dopo 10 giorni, abbiamo rivisto un supermercato, che sorgeva non distante da un caotico mercato sulle cui bancarelle erano venduti oggetti di ogni tipo. Verde, come il colore delle piantagioni di thè, così immense che non se ne vedevano l’inizio e la fine. Suor Jola “Mdogo” e Miriam, passeggiando da sole all’interno della piantagione, il vento nei capelli, hanno provato una forte sensazione di libertà, e di incontro con la natura e con Dio. A suor Jola “Mtakatifu” tanta immensità ha ricordato l’immensità delle distese d’acqua e delle foreste viste in Amazzonia nel 2012. Il Brasile è tornato nei suoi pensieri anche in altri momenti della giornata, come quando, appena uscita da Siongiroi, dal pulmino ha visto molti bambini che avevano in mano un machete, per iniziare la loro giornata di lavoro, o come quando ha sentito il rumore del motore del matatu, che le ha ricordato il rumore del motore della barca con cui navigavamo in Rio delle Amazzoni, o ancora come quando abbiamo fatto sosta alla piantagione di ananas, che avevamo già visitato durante l’esperienza missionaria in Sud America. Rosso, come il colore della terra di questi luoghi e come il sentimento con cui siamo stati accolti dalla famiglia di Padre Christopher. Una famiglia unita e numerosa, 27 fratelli nati da un padre e da due madri. Non tutti erano presenti a causa del contemporaneo svolgimento di una riunione di famiglia a Bomet, ma in tanti comunque hanno voluto presenziare per darci il loro benvenuto, attraverso il cibo, le parole di ringraziamento e la musica (abbiamo assistito ad un piccolo gospel dal vivo). Osservando la famiglia di Christopher, a suor Jola “Mdogo” è tornata in mente la propria famiglia, composta da 16 fratelli. Paolo ha provato ad immaginare una simile accoglienza in Italia, una famiglia così numerosa convocata per dare il benvenuto a degli stranieri dalla pelle scura, ed il pensiero gli è parso complicato, forse difficile. Suor Jola “Mtakatifu” ha notato come a casa di Christopher vi sia un rispetto diverso per i religiosi, i suoi fratelli non lo chiamavano semplicemente per nome, bensì “father Christopher”. Viaggiare attraverso i colori del nostro arcobaleno africano dà un senso di pace e di allegria, ci unisce nel dialogare, cantare e scherzare (Matteo continua a sostenere che il chai, la tradizionale bevanda kenyota che è un misto di the e di latte, sia prodotto dalle mucche di Kericho che mangiano le foglie delle piante di the). Viaggiare, soprattutto, ci regala l’incontro con persone che desiderano renderci parte della loro famiglia e della loro vita, e questo dono ci arricchisce in un modo che è difficile descrivere a parole.

11 agosto

Giornata di transizione. Al mattino Messa, al pomeriggio proiezione di un film per i giovani della scuola (“Una settimana da Dio”), seguita alla sera da una nuova proiezione, questa volta per i bambini del villaggio (“Shrek”). Invero abbiamo notato che i bambini del villaggio sono molto più entusiasti dei bambini della scuola per le proiezioni cinematografiche, forse perché in questi due anni i secondi si sono abituati a quella che nel 2011 era stata per essi una vera novità: nel 2011 avevamo lasciato computer e proiettore ed un’ampia collezione di film, che sono stati periodicamente trasmessi.

Il fatto del giorno – Oggi desideriamo condividere l’esperienza, fatta di luci ed ombre, vissuta da Cristina e Serena presso l’ospedale di Kaplong. Scriviamo “fatta di luci e di ombre” perché le nostre amiche sono state contente di avere vissuto questa opportunità di confronto e crescita professionale in una realtà ospedaliera africana, ma allo stesso tempo non hanno potuto non notare alcune carenze, o forse dovremmo dire differenze, che le hanno lasciate perplesse. La prima è stata la mancanza di empatia con i pazienti, o comunque di rispetto e delicatezza. Ad esempio, il primo giorno al Pronto Soccorso hanno partecipato alla preparazione di un cadavere. La “preparazione”, che in Italia non si usa fare, consiste nell’inserire delle garze nella bocca, nel naso, nelle orecchie e nell’ano, al fine di fare assorbire i liquidi del corpo. Orbene, le persone che si occupavano del cadavere lo trattavano senza rispetto, spostandolo come se fosse un oggetto qualsiasi. A questa mancanza di rispetto e delicatezza talora si accompagna una mancanza di igiene: Cristina e Serena hanno assistito a dei prelievi, durante i quali veniva usato più volte lo stesso ago sulla stessa persona; inoltre, anziché cercare con cura ed attenzione la vena nel braccio, essi preferivano bucare ripetutamente il paziente sino a quando non trovavano la vena; spesso iniziavano questi tentativi dai punti più dolorosi del corpo umano, come le mani ed i piedi; ad un bambino è stato infilato un ago in testa; come laccio emostatico usano un guanto, e non indossano i guanti per fare i prelievi; mancano gli aghi più piccoli e vengono usate siringhe delle dimensioni più varie; le provette per raccogliere il sangue vengono riutilizzate dopo averle lavate; i campioni raccolti per il test della tubercolosi vengono messi su pezzi di carta rotta ed impolverata. In questi giorni, comunque, Cristina e Serena hanno avuto anche l’opportunità di assistere ad interventi interessanti, come due parti cesarei. L’esperienza, dunque, nel complesso, si può considerare positiva, anche se le differenze rispetto alla gestione ospedaliera in Italia ha lasciato in loro qualche perplessità.

L’Africa è – Al pomeriggio c’è stata una Messa per le donne di Siongiroi, che partivano oggi per una settimana di riunione in Bomet. Presso la scuola è arrivato un pullman, simile a quelli italiani, sul quale sono salite le donne di Siongiroi in partenza per Bomet; nel salire, hanno invitato Isabella e Silvia a fare il viaggio insieme a loro. Isabella e Silvia hanno accettato di salire sul pullman; Isabella si è sentita orgogliosa di essere donna in occasione di questa riunione di donne, le è piaciuta l’idea che le donne della regione partissero per riunirsi e trascorrere una settimana tutte insieme; la formazione sarà dedicata a lezioni sull’economia domestica, l’igiene e sanità, la religione cattolica, ed altro. Di paese in paese, sul pullman sono salite altre donne; arrivate a Bomet, si vedeva che le donne riunite erano sorprese e felici di avere insieme a loro due donne bianche. Con l’occasione padre Christopher ha comprato delle taniche d’acqua con i 7000 scellini donati da un membro del Parlamento. Nella scuola, infatti, è finita l’acqua.

12 agosto

Seconda giornata di transizione. Dopo la Messa, celebrata all’aperto, i bambini sono stati impegnati nell’incontro fra i professori ed alcuni genitori venuti a fare delle donazioni per la ricostruzione del dormitorio (maschile, e non femminile, a differenza di quanto avevamo capito inizialmente). Padre Christopher ha raccolto l’equivalente in scellini di 1400 euro con i quali dare il via alla ricostruzione; ma la vera priorità di questa scuola è risolvere il problema della mancanza dell’acqua, come abbiamo capito oggi.

Il fatto del giorno – I nomi dei bambini del villaggio, in kalenji, sono spesso difficili da comprendere e ricordare. Abbiamo quindi iniziato a trovare loro dei soprannomi coi quali identificarli: Ciucciolo, Ruotolo, Ciabattolo, e via dicendo, in base ad una loro caratteristica; Ruotolo, ad esempio, è un bambino che gioca con la ruota, Ciabattolo un bambino che perde spesso la sua ciabatta, che è di un numero troppo grande per lui. Rimasti presso la casa di Padre Christopher per finire di preparare alcune attività da svolgere nei giorni seguenti, Renato e Francesco in mattinata hanno ricevuto la visita di Ciucciolo, un bambino di cinque anni che abita in una capanna vicina. Prima li ha chiamati da dietro il filo spinato che funge da recinzione, poi, avendo notato la porta aperta, è passato attraverso lo stesso e si è avvicinato sino alla soglia di casa. Dopo averlo fatto entrare per un momento, Francesco l’ha portato fuori a giocare nel prato per qualche minuto; rientrato in casa, il bambino l’ha seguito e si è seduto vicino a Renato per osservare le fotografie sul computer. Ciucciolo rideva, ritrovando sullo schermo le immagini dei suoi amici del villaggio, sino a quando Renato ha detto a Francesco: “È quasi mezzogiorno, diamogli qualcosa da mangiare”. Francesco ha preso 1 dei 4 mandazi rimasti e lo ha dato al bambino. All’improvviso Ciucciolo, che sino a quel momento aveva riso ripetutamente, si è fatto serio. Ha preso in mano il mandazi e ha iniziato a mangiarlo con lentezza, come se non volesse finirlo in fretta e con un’espressione particolare, quasi solenne, dipinta sul volto, un’espressione che non si può descrivere diversamente se non come lo sguardo di un bambino che aveva fame a cui viene inaspettatamente offerto del cibo; dopo il mandazi, Ciucciolo ha mangiato anche una banana, la cui buccia ha buttato per terra ma fuori dalla porta di casa, ed un secondo mandazi, prima di andare via. Rimasti soli, Francesco e Renato hanno mangiato ciò che era rimasto, un mandazi e una banana a testa; ma nel mangiare quel poco cibo si sono resi conto che era loro passata la fame, a causa della scena a cui avevano assistito. La casa di Padre Christopher è una sorta di zona franca rispetto alla realtà che la circonda; qui abbiamo cibo ed acqua, e spesso perdiamo consapevolezza di cosa ci sia e di cosa non ci sia al di fuori di queste mura. Ed invero è facile dimenticarsene, perché i bambini qui sono così felici e giocosi che è strano pensare che manchi loro qualcosa; ma i bambini del villaggio fanno forse un pasto al giorno, non di più, ed a scuola è vero che i bambini mangiano tutti i giorni più volte al giorno, hanno una divisa, hanno l’opportunità di studiare. Però, se si guarda alla realtà per come è, i bambini della scuola mangiano sempre lo stesso tipo di cibo, le divise sono golfini usati giorno dopo giorno per mesi, e pieni di buchi, i libri su cui studiare semplicemente non esistono e sono sostituiti dagli appunti presi a lezione. E poi c’è la questione dell’acqua, che qui è realmente un bene prezioso. Ieri Sonia ha assistito ad un episodio difficile da dimenticare: insieme a Chepkoeck è andata presso la cucina della scuola, dove la bambina ha chiesto dell’acqua da bere; il cuoco ha domandato a Sonia per chi fosse l’acqua, se per lei o se per la bambina, e Sonia ha risposto che era per la bambina; al che il cuoco ha detto che non c’era più acqua. Lo sguardo di Chepkoeck, di solito così allegro e vivace, è cambiato, divenendo spaurito, come se la bambina si sentisse persa e stesse pensando: “Ed adesso cosa faccio?” Poi Chepkoech è andata alla cisterna dell’acqua, dove Sonia l’ha vista inginocchiarsi e chinarsi quasi a livello terra, per mettere la tazza sotto un piccolo rubinetto e catturare qualche goccia d’acqua che ne usciva. Oggi la scena si è ripetuta; passando vicino al rubinetto della cisterna, Sonia, che aveva raccontato l’episodio durante la condivisione del diario avvenuta la sera prima, l’ha indicato a Renato. Attorno al rubinetto c’erano in quel momento diversi bambini, tutti chinati a terra e con la tazza vuota. Per la seconda volta nel giro di poche ore, Renato si è trovato di fronte alla realtà di Siongiroi per come è dietro la superficie felice; ha preso la bottiglietta d’acqua che aveva nello zaino ed ha distribuito l’acqua ai bambini, i quali allungando la tazza dicevano “a bit”, “un poco”, ma più nel senso di “versane poca così che ce ne sia anche per gli altri”. Scene come questa e come quella della passeggiata delle ragazze più grandi alla pozza per prendere l’acqua per lavarsi il corpo ed i vestiti pongono quello della mancanza d’acqua come il primo problema da risolvere nella scuola di Siongiroi. Nel pomeriggio ne abbiamo parlato fra noi, ed in serata con Padre Christopher, riflettendo sulle possibili soluzioni. Paolo ha scritto una mail ad un suo contatto Engim per capire quali informazioni fosse necessario reperire sul posto per iniziare a pensare seriamente ad un Progetto Pozzo (il costo stimato di un pozzo è di 30.000 euro). Padre Christopher si è detto d’accordo con l’idea. Chepkoeck, nella sua lettera per i genitori adottivi in Italia, ha scritto: “mi piace l’acqua”, come noi possiamo dire “mi piace la coca cola” piuttosto che “mi piace la sprite”. È una frase che, nella sua semplicità, colpisce e non può lasciare indifferenti.

13 agosto

Oggi abbiamo ripreso il percorso dei cinque continenti. Il continente del giorno è stato l’Europa, il film “Pinocchio”. Nel corso della giornata gli studenti hanno svolto gli esami di fine trimestre. Francesco, Cristina e Serena hanno fatto lezione di pronto soccorso alle ragazze della Secondary School. Suor Jola e Renato hanno finito di girare i video dei bambini adottati e da adottare tramite l’associazione. Matteo e Paolo hanno affrontato con Padre Christopher e l’economo della scuola la questione della comunicazione fra l’associazione e la scuola stessa, al fine di poter avere una corrispondenza epistolare regolare fra i bambini adottati e le famiglie adottive, ed un modo di comunicare rapido in caso di attuazione di progetti dell’associazione. Alla sera ha piovuto a lungo e copiosamente.

Una giornata africana – Sveglia all’alba e passeggiata nel silenzio della natura, rallegrato dal “Ciao” di Citofono, un bambino di due anni che al nostro passaggio si diverte a fare più volte l’eco del nostro saluto. Alcuni nella casa ancora dormono, altri, più ginnici, indossano le scarpe da ginnastica e vanno a correre.

Ore 8:30, colazione e pranzo sono invertiti: a colazione scelta fra chai, latte, the, marmellata, burro, miele, mandazi, chapati, pane bianco, riso, pasta, carne, uova, crauti, patate, ananas e banane; a pranzo chai e mandazi, qualche volta si salta.

Ore 9:00 lodi, poi si esce e si va a scuola. Sulla strada si incontrano i bambini del villaggio. Ruotolo ci raggiunge con la sua ruota ed intrufolato fra noi riesce ad infiltrarsi nella chiesa per la proiezione del film “Pinocchio”.

Ore 10:00 passiamo nelle classi a dare come regalo d’addio una penna da usare durante gli esami.

Ore 10:30 i bambini escono dalle classi e bevono il porridge distesi nel prato. Ci mischiamo fra loro. Chi chiacchiera, chi fa fotografie, chi gioca. Sono gli ultimi giorni, ai bambini piace farci dei regali: Luisa da una bambina della Primary School riceve una fotografia, Sonia una letterina da una bambina timida che poi scappa via arrossendo. A suor Jola “Mtakatifu” alcune ragazze più grandi vogliono donare un vestito, altre le scarpe, visto che d’abitudine porta i sandali; Jola ringrazia e declina l’offerta, quegli oggetti servono più a loro. Ogni giorno comunque ci chiedono se abbiamo freddo, non capiscono come possiamo andare in giro in magliette maniche corte.

Ore 11:00 si descrive il continente del giorno e viene proiettato il film. Renato e suor Jola “Mtakatifu” si allontanano per andare a girare i video per le adozioni (per la Secondary School, Betty Chepkemoi, Faith Ceruto, Juddy Chepkoech, Mercy Chepngetich, che sono emozionate all’idea dell’adozione scolastica a distanza e scrivono la loro lettera con grande impegno; per la Primary School, Doroty Chepkirui e Jaloty Chepkemoi). Sonia si aggrega al duo multimediale e scopre che Jaloty è la bambina adottata dal Campo SuperEx. Le dona la fotografia che ritrae i ragazzi del campo e la bambina si emoziona molto al pensiero che tanti giovani italiani abbiano pensato a lei.

Isabella, Silvia e altri vanno nelle classi della Secondary School per fare lezione di inglese e di italiano.

Nella chiesa durante la proiezione del film Ruotolo si addormenta fra le braccia di suor Jola “Mdogo”. Dopo un po’ la sorella ed il padre vengono a cercarlo, il bambino si sveglia e nel vederli fa un grande sorriso sorpreso (di solito qui i bambini del villaggio sono lasciati soli e sono abituati a badare a se stessi).

Ore 13:00, i bambini vanno a pranzo. Matteo fa lezione di informatica con l’economo della scuola, che diverrà il nostro contatto per le comunicazioni fra l’associazione e la scuola.

Ore 14:30, Serena, Cristina e Francesco insegnano alle ragazze della Secondary School i rudimenti del Pronto Soccorso. Durante la lezione, escono anche domande curiose, in particolare sul parto e sulla gravidanza. Una ragazza chiede se sia vero che, nel caso in cui la madre muoia durante il parto, al figlio restino impressi i lineamenti del viso della madre. Tutte seguono con attenzione, alcune ragazze che desiderano studiare Medicina in futuro si applicano con maggiore impegno alle simulazioni delle tecniche di pronto soccorso e sono felici di ricevere in dono le dispense sanitarie preparate in Italia. Nota di colore: durante la seconda parte della lezione, svoltasi all’aperto, Serena, Cristina e Francesco non si sono accorti che alle loro spalle è avvenuto un parto in diretta! Nella scuola oggi è nato un vitellino. Aron ha commentato: “Altro latte!”.

Ore 16:00 si gioca.

Ore 18.00 si dovrebbe tornare a casa, ma inizia a piovere. Rimaniamo bloccati nella chiesa, fuori il diluvio. In Africa tutto è “esagerato”, dall’affetto dei bambini alla quantità di pioggia che cade quando piove. Ne approfittiamo per trascorrere ancora un po’ di tempo con questi bambini, ci sembra impossibile che fra soli due giorni essi se ne andranno, proprio ora che iniziamo a conoscerli meglio. Improvvisiamo balli e bans nella chiesa, che viene vissuta contemporaneamente come luogo di divertimento e di preghiera. Mentre cantiamo, tre bambini si inginocchiano dinanzi all’altare e pregano, le mani raccolte sul petto. Questa pioggia è una liberazione, data la situazione idrica della scuola, e si vede che i bambini sono felici che piova; molti escono all’aperto e si lasciano bagnare dall’acqua caduta dal cielo.

Ore 20.00 la pioggia diminuisce di intensità, torniamo a casa. Passeggiando nel buio, conosciamo una Siongiroi diversa, si vedono le luci dei locali nella notte e, quando stiamo per arrivare, nel nero assoluto che ci circonda le luci della casa. I bambini del villaggio ci vengono incontro anche in queste condizioni, è bello sentire le loro voci, quel “Ciao!”, “Giraf! Giraf!”, che ci confermano che non ci siamo persi. Ci prendono per mano e ci portano a destinazione. Il bambino vicino a Miriam trema palesemente, lei gli chiede: “hai freddo?”, lui nega e quando arriviamo le dice: “Sono felice di averti portata sino a casa”.

Ore 21.00 doccia e cena, le pietanze sono le stesse della colazione. Segue il momento di condivisione della giornata, per scrivere il diario. Oggi piove, quindi non possiamo proiettare il film per i bambini del villaggio, e si va a dormire un po’ prima. Suor Jola “Mtakatifu”, sorridendo, ci confida che ieri ha chiesto a tutti i suoi amici su facebook di pregare perché piovesse abbondantemente a Siongiroi. Francesco, asciugandosi i capelli e sternutendo, annuisce spaventato pensando ai poteri di sister.

14 agosto

Questa mattina abbiamo vissuto la cerimonia delle pietre. Al pomeriggio siamo tornati a casa perché i bambini dovevano fare gli esami. Verso le 19:00 eravamo nuovamente alla scuola per vivere l’ultima serata insieme (musica e film) interrotta da una nuova pioggia copiosa che ci ha reso impossibile proseguire a causa del rumore assordante.

Il fatto del giorno – Oggi abbiamo partecipato alla cerimonia delle pietre. Sia noi sia gli studenti abbiamo portato le pietre sino a dove sono state gettate le fondamenta del nuovo dormitorio maschile. La cerimonia, già vissuta nel 2011, aveva un valore simbolico, di condivisione e partecipazione, ma mentre nel 2011 era stata realmente simbolica, questa volta sia noi sia soprattutto i bambini abbiamo dovuto portare pietre pesanti. A posteriori non possiamo non evidenziare alcune contraddizioni di questa realtà. Ad esempio, il lavoro è stato delegato agli studenti, mentre i professori e gli altri adulti guardavano senza contribuire; abbiamo pensato che questa scelta fosse dovuta alla posizione di prestigio degli insegnanti, che non si devono abbassare al lavoro manuale; padre Christopher, infatti, ci ha ringraziato perché con la nostra partecipazione di “mzungu” abbiamo dato, ai loro occhi, un esempio di umiltà. Inoltre c’erano degli strumenti, come una carriola, che avrebbero potuto venire utilizzati e che invece, sino al nostro intervento, non lo sono stati. Era altresì presente un camion, che si sarebbe potuto usare per evitare di fare fatica ai bambini, e che è stato usato solo dopo la conclusione della cerimonia per portare altre pietre. Pur comprendendo il valore simbolico della cerimonia, non è stato bello vedere le ragazze portare grosse pietre sulla testa, in perfetto equilibrio ma pur sempre pesanti, o i bambini con le mani ferite per avere dovuto portare pesi eccessivi per la loro età. In generale possiamo dire che la società del Kenya ricorda, almeno in parte, la società italiana di 70-80 anni fa: qui i bambini e le donne lavorano al posto degli uomini, che però mangiano per primi; i genitori hanno le scarpe, i figli vanno in giro a piedi nudi. I bambini sono quindi visti come forza lavorativa: più figli hai, più forza lavorativa hai, anche per questo qui le famiglie sono così numerose. L’unica seria prospettiva di cambiamento è la scuola; tornando, ad esempio, al problema dell’acqua, qui invero di acqua ne hanno, ma non sanno usarla in modo corretto; non hanno filtri per depurare l’acqua fangosa nelle pozze né hanno costruito pozzi per estrarla dalla terra. Alla fine della cerimonia delle pietre, Padre Christopher ha dato ai bambini il pane con la cioccolata come premio.

Curiosità – Oggi abbiamo ritirato le lettere scritte dagli studenti di Siongiroi per gli studenti italiani, sono state numericamente davvero tantissime, e scritte con grande impegno! La comunicazione a distanza Italia / Kenya è iniziata.

15 agosto

Oggi è stato l’ultimo giorno vissuto con i bambini della scuola di Siongiroi.

Il fatto del giorno – Ci siamo alzati all’alba per stare coi bambini sin dall’inizio della giornata. Arrivati nella scuola, abbiamo scoperto che i bambini della Primary School oggi non avrebbero avuto lezione ma che non potevamo tenerli con noi perché sarebbero stati “occupati”, non ci è stato detto però in quale attività. Allora ci siamo diretti verso la Secondary School, dove abbiamo assistito ad una scena spiacevole. Alcune ragazze erano inginocchiate ed il preside le stava picchiando per punizione, perché si erano svegliate tardi. Qui in effetti gli studenti si alzano molto presto, verso le 4:30, anche perché prima di iniziare la giornata scolastica devono andare a pulire le proprie aule. Ieri sera queste ragazze sono andate a dormire tardi anche a causa della nostra presenza, perché si sono fermate nella chiesa per partecipare alla serata musicale insieme anziché andare a dormire alle 21:00. Quando ha visto le espressioni di disappunto sui nostri visi, un’insegnante è andata dal preside, il quale ha smesso di picchiare le ragazze e le ha “solo” obbligate a correre. Poi il preside è venuto da noi spiegandoci che qui si usa fare così per mantenere la disciplina. Non possiamo che ribadire che la società del Kenya per certi aspetti ricorda l’Italia di 70-80 anni fa, in cui era normale punire fisicamente a scuola gli studenti. Resta comunque la contraddizione fra il rispetto assoluto degli orari preteso dagli adulti per gli studenti, ed il fatto che nella vita quotidiana in Africa “il tempo non esista” e gli orari non vengano rispettati proprio dagli adulti. L’attività in cui i bambini della Primary School erano “occupati” abbiamo poi scoperto essere la preparazione delle valigie. In realtà gli studenti aveva preparato le valigie per tempo, così abbiamo trascorso la mattinata a giocare a calcio ed a pallamano. In tarda mattinata, si è svolta la cerimonia delle premiazioni. Gli studenti sono stati radunati nel prato vicino alla chiesa e qui sono stati proclamati i nomi dei tre migliori studenti per ogni classe. A differenza di quanto avviene in Italia, dove di solito la figura del “secchione” è vista con malanimo dai compagni di classe, qui i migliori sono stati applauditi da tutte le classi. Nuovamente, però, c’è stata una punizione: un ragazzo è stato costretto a rimanere in ginocchio davanti a tutti per circa 20 minuti, non abbiamo capito per quale motivo, se per indisciplina o se perché fosse il peggior studente della scuola. A conclusione della cerimonia, c’è stata una lotteria il cui premio erano un materasso ed una coperta; l’estrazione è stata fra i bambini le cui famiglie avevano negli scorsi giorni offerto delle donazioni per la ricostruzione del dormitorio maschile. Dopo pranzo, abbiamo completato il percorso dei continenti, parlando dell’Africa, appeso nella chiesa il mosaico che rappresenta l’unione dei popoli della Terra, proiettato i video delle esperienze missionarie 2011, 2012 e 2013 ed i saluti di Nino, Marie-Claire, Daniela ed Enrico per i bambini di Siongiroi. Bello è stato il momento di incontro fra la mamma di Juddy Chepkoech, la ragazza della Secondary School che è stata adottata dai genitori di Isabella, ed Isabella stessa, Paolo, Silvia e Miriam. La bambina era molto emozionata, al punto che non riusciva a dire una parola. È seguita la Messa di saluto, durante la quale i bambini ci hanno detto “Good Bye” con canti e doni, e non sono mancati i momenti di commozione da entrambe le parti. I professori sono usciti dalla chiesa perché non riuscivano a trattenere le lacrime, ed in Africa non è considerata cosa opportuna che un uomo pianga in pubblico. La giornata si è conclusa nuovamente sotto una pioggia copiosa.

16 agosto

Questa mattina siamo andati a scuola alle ore 7 per salutare ad uno ad uno i bambini prima della partenza. Uno dei bambini purtroppo è svenuto, forse per un attacco epilettico. Al pomeriggio abbiamo ricevuto la visita di un sacerdote austriaco, di una anziana donna nostra vicina di casa nonché di Richard, padre di Sharon, e della sua famiglia.

Il fatto del giorno – Dopo la conclusione della serata di ieri, un po’ affrettata al buio sotto la pioggia, questa mattina abbiamo voluto essere presenti a scuola subito dopo il sorgere dell’alba, per salutare i bambini ad uno ad uno prima che partissero. I bambini erano già tutti in ordine; già ieri avevamo notato come pulissero le loro scarpe e come si lavassero accuratamente, oggi indossavano l’abito bello, come se fosse importante andare a casa dando l’immagine dell’alunno pulito ed ordinato. Prima di andarsene, i bambini hanno lasciato le aule pulite ed in ordine, pronte per il ritorno a scuola, e ci hanno dato ancora dei doni. Sara, ad esempio, ha ricevuto una letterina; a tutti noi i bambini hanno comprato, con parte dei soldi dati loro dai professori per il viaggio, dei biscotti che erano venduti al cancello della scuola da venditori ambulanti. Molti ragazzi della Primary School sono andati a casa da soli, dopo avere contrattato un passaggio in auto od in moto. Alcuni bambini hanno chiesto a Francesco di accompagnarli a casa; ovviamente la cosa non era possibile, così Francesco ha promesso di accompagnarli sino al cancello della scuola, ed ogni volta che arrivava al cancello il bambino di turno gli comprava un biscotto, lui ringraziava poi tornava verso la scuola e veniva intercettato da un altro bambino che faceva la medesima offerta e dava lo stesso dono. Un bambino, che negli scorsi giorni gli aveva chiesto che significato avesse la fedina che portava al dito anulare, ed a cui aveva risposto che era un simbolo d’amore, gli ha dato un cerchietto in metallo, forse preso da un portachiavi, dicendogli che sarebbe stato un simbolo d’amicizia fra loro due. Mentre i bambini iniziavano a partire, uno di essi, di nome Brad, si è sentito male nel prato. Serena e Cristina lo hanno raggiunto, compiendo le prime operazioni di pronto soccorso; il bambino era svenuto, ed è rimasto svenuto per quasi 40 minuti, forse colpito dal “piccolo male” (l’attacco epilettico dei bambini). Chiamati dal preside, sono arrivati tre dottori, che invero in apparenza non sembravano tali, i quali hanno preso le foglie dell’albero della scuola detto “sotek”, che aveva colpito il dito di Enrico nel 2011, e già usato dai bambini per lavarsi i denti masticandone i rametti, e strofinandogliele davanti al naso lo hanno fatto rinvenire. Brad si è ripreso lentamente e solo dopo essere rimasto a lungo in silenzio, senza parlare, ha risposto alla domanda che gli avevamo fatto, “What’s your name?”, nel sollievo di tutti. Francesco ha voluto provare ad assaggiare il rametto di “sotek”, seguendo l’esempio di un’insegnante, che gli ha mostrato come togliere la corteccia con i denti, e l’ha trovato piccante, quasi urticante. Ad alcuni bambini abbiamo dato appuntamento per la Messa di sabato a Kaplong e per la Messa domenicale di Siongiroi; alcuni vivono in questo paese e speriamo di rivederli. Altri bambini, fra cui Mercy, sono venuti a trovarci a casa già nel pomeriggio. Altri, prima di partire, hanno voluto farci fare nuovamente il giro del dormitorio e degli altri locali della scuola in cui hanno vissuto in questi mesi, come se volessero essere sicuri che non ci dimenticassimo di loro e della loro realtà. Quando i bambini sono andati via, sono usciti dalla scuola ordinatamente, in fila, ciascuno con la sua piccola valigia. È stata una bella immagine conclusiva.

L’Africa è – Cortesia e capacità di attenzione. Al pomeriggio abbiamo ricevuto delle visite, mentre eravamo in casa. Il primo a venirci a salutare è stato un sacerdote di Salisburgo, amico di Richard, quel signore che era stato nel villaggio di Siongiroi nel 2011 insieme alla moglie austriaca nel periodo della nostra presenza. Al sacerdote è seguito Richard, padre di Sharon, il quale, dopo avere notato l’assenza di suor Jola “Mtakatifu” e Sonia per due giorni consecutivi nella scuola, è venuto a trovarci insieme alla famiglia per sincerarsi delle loro condizioni. Suor Jola è rimasta colpita del gesto. Più tardi, uscendo per una passeggiata con Sonia, è stata salutata da una anziana del villaggio che, in swahili, le ha detto con un sorriso: “Ma quanto vi amano questi bambini?” La gente del luogo apprezza la nostra presenza qui ed il nostro interagire con i loro figli e nipoti. L’Africa è anche questa cortesia e capacità di attenzione. L’ultima a venire a trovarci è stata una anziana del villaggio, nostra vicina, un po’ sorda e che sorride spesso quando vede i “mzungu”; l’anziana donna, forse nonna di Ciucciolo, si è commossa quando è entrata in casa nostra e le abbiamo offerto una tazza di chai. Dopo la pioggia, l’Africa ha salutato la nostra giornata con un arcobaleno con vista su capanna.

17 agosto

Oggi siamo andati a Kaplong per una Messa di ordinazione di alcuni sacerdoti. Alla sera abbiamo proiettato un film per i bambini del villaggio, ma questa volta dentro la casa di Padre Christopher, perché pioveva, e la scena è stata un po’ particolare. I bambini non sono abituati ad entrare in questa casa, anche se il sacerdote li ospita per regalare loro la proiezione dei film in occasione delle festività. Dopo il film, abbiamo dato ai bambini un biscotto a testa; ancora una volta siamo rimasti stupiti dalle espressioni dei loro visi, chi ringraziava ripetutamente, chi rimaneva in rispettoso silenzio guardando il biscotto, chi se lo infilava in tasca per conservarlo per un altro momento. Di fronte a queste scene noi che ogni giorno mangiamo diversi biscotti anche solo per sgranocchiare un po’ in attesa della cena rimaniamo ogni volta basiti.

Essere muzungu – Essere mzungu (uomini bianchi) in Africa, vantaggi e controindicazioni. Essere mzungu in Africa significa, in talune occasioni, non riuscire proprio a capire, prima ancora che ad accettare, che qui “il tempo non esiste”. Oggi ad esempio siamo andati a Kaplong per una Messa di ordinazione di nuovi sacerdoti. L’inizio era fissato per le 10:30, il matatu è venuto a prenderci alle 10:00, con 3 ore di ritardo sull’orario fissato. Noi eravamo in piedi dall’alba per essere puntuali. Arrivare tardi è stato un po’ come perdere il primo tempo di una bella serata a teatro. Se è vero, infatti, che la Messa è innanzi tutto preghiera, bisogna aggiungere che qui è anche festa, spettacolo, soprattutto in occasione di messe importanti come quella odierna. Giunti a Kaplong, abbiamo cercato di mescolarci alla folla ma ben presto ci siamo resi conto che Kaplong non è Siongiroi, dove ormai gli abitanti si stanno abituando alla nostra presenza e sono meno invadenti; qui venivamo continuamente osservati; Matteo scherzosamente sostiene a tal proposito che è successo perché ad un certo punto ci siamo messi la crema solare, ma ovviamente non è questo il vero motivo. Essere mzungu significa essere diversi, e come tali al centro dell’attenzione. Ciò a volte crea un po’ di disagio, non è simpatico sentirsi continuamente gli occhi degli altri addosso, ma in fondo questa è anche una posizione di privilegio. Attiriamo curiosità, come stranieri ci basta sorridere e tutti ci sorridono, ci danno il benvenuto, a volte ci invitano nelle loro case per un chai. I bambini, poi, sono sempre attorno a noi. Curiosi, ci osservano come se fossimo la novità, qualcosa che non hanno visto mai, uomini dalla pelle bianca, mzungu appunto. Tutti sono disponibili per il gioco e per una fotografia, anzi desiderano e chiedono con insistenza di venire fotografati da noi o insieme a noi. L’accoglienza, in particolare dei bambini, è l’ingrediente speciale che arricchisce le nostre giornate. Gesù, nel vangelo, dice: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli” (Mt 19,14); qui in Africa riceviamo questo dono ogni giorno gratuitamente, senza avere fatto nulla per meritarcelo, solo perché siamo mzungu. Alla Messa abbiamo incontrato alcuni giovani della scuola di Siongiroi. Juddy, innanzi tutto, la ragazza adottata dalla famiglia di Paolo ed Isabella. E Maurine, una ragazza cui Silvia aveva donato negli scorsi giorni una propria felpa, e che ha voluto indossarla per l’occasione. È stato strano, ma bello, per Isabella vedere una bambina di colore camminare indossando la felpa della propria figlia. In ogni caso guardare i bambini della scuola con abiti diversi dalla loro divisa li rende più unici, meno uniformi, ai nostri occhi. Essere muzungu è stupirsi delle particolarità di questa terra, come quando, durante il viaggio verso Kaplong, più volte abbiamo visto delle persone ferme a bordo strada lamentarsi perché il nostro matatu non si fermava a caricarle (come capita a noi in Italia quando il pullman tira dritto alla fermata per motivi in apparenza inspiegabili); ai loro occhi il nostro matatu, con 16 persone a bordo, e senza più uno spazio libero, era mezzo vuoto. Quando Padre Walter tempo fa venne a trovarci a Nichelino, osservando un 35 viaggiare con pochi passeggeri, che per di più erano in piedi in quel momento, domandò a suor Jola “Mtakatifu”: “perché fate girare un matatu così vuoto?” Punti di vista. Per indicare che il nostro matutu era pieno, comunque, l’autista usava come segnale il battere 2 volte con la mano sul volante. Essere mzungu è dunque principalmente trovarsi in una posizione di privilegio, ma ha anche le sue controindicazioni, come lo scoprirsi a pensare, durante la giornata di festa, a Chumbia ed ai bambini del villaggio, che, mentre stamani noi stavamo partendo, si mettevano in bocca qualsiasi cosa per la fame, dalle foglie alla bacche, e persino un chiodo da tenere per un po’ fra i denti, e provare un senso di colpa e di impotenza che non si riesce a mandare via. Ma questo in fondo non dovrebbe voler dire essere mzungu, bensì solamente essere esseri umani.

Afrika question time – “Are you cold?” (“Hai freddo?”). “No”. “Are you hungry?” (“Hai fame?”). “No”. “So why don’t you smile?” (“Allora perché non sorridi?”).

18 agosto

Questa mattina Messa domenicale a Siongiroi. Durante la Messa si è svolta una sorta di asta per raccogliere fondi per aiutare i progetti di Padre Christopher. Al pomeriggio abbiamo ricevuto la visita dei genitori dei bambini del villaggio. Alla sera, anziché proiettare il film, abbiamo improvvisato una discoteca all’aperto con i bambini del villaggio, che hanno risposto con entusiasmo ed erano buffissimi a vedersi mentre ballavano i balli di gruppo insieme a noi.to change this text.

Il fatto del giorno – Colti un po’ di sorpresa dalla pioggia all’uscita della Messa, siamo corsi a casa, dove abbiamo trovato ad attenderci un gruppo di genitori dei bambini del villaggio con cui giochiamo ogni giorno. Padre Christopher aveva infatti organizzato un incontro che, causa mal tempo, anziché all’aperto si è svolto nella casa del sacerdote, dove essi non erano mai stati. Abbiamo loro mostrato fotografie e video sui loro figli, fra le risate generali. È seguito il momento dei discorsi di ringraziamento, che qui in Kenya non manca mai. I genitori hanno espresso gratitudine nei nostri confronti per quello che stiamo facendo, ma hanno manifestato anche una speranza di aiuto. Quella che noi chiamiamo “il villaggio” è infatti la zona più povera ed arretrata di Siongiroi. Le persone vivono ancora nelle capanne e le risorse economiche sono scarse. Padre Christopher sta pensando di costruire una scuola professionale, per insegnare ai bambini che vivono qua un mestiere.

Curiosità – Durante la Messa si è svolta una sorta di asta per raccogliere fondi per i progetti di Padre Christopher. L’asta serve per dare la possibilità alle persone della comunità che non possano donare del denaro di fare delle donazioni in natura. I prodotti portati, dalle zucche alle galline sino ad arrivare a capre e pecore, sono stati poi venduti durante la Messa da uno spassosissimo banditore, che con i suoi modi è riuscito a fare ridere tutte le persone presenti. Francesco ha annunciato di avere scelto la professione che vuole svolgere nella sua vita: banditore d’asta nelle chiese africane. Nota di colore: siamo arrivati a 6 nomignoli: Ciucciolo, Ruotolo, Ciabattolo, Citofono, Saltolo e Tubolo. Ancora uno e poi potremo scrivere la favola di suor Jola e dei sette nani di Siongiroi.

Come si fa – Come preparare un kebab in Africa. Prendere un chapati e distenderlo delicatamente sul piatto. Riempirlo di un alimento (a scelta fra: riso bianco e crauti; riso rosso: riso bianco e patate; managu; al mattino: marmellata). Spalmare uniformemente nella parte centrale. Arrotolare il chapati facendo attenzione a non fare fuoriuscire l’alimento prescelto ai lati. Consumare subito, prima che Francesco passi nei paraggi.

19 agosto

Oggi siamo andati a Kisumu. La città, la terza per importanza del Kenya, si affaccia sul Lago Vittoria, dibattuta sorgente del fiume Nilo insieme al lago Tanganika e secondo lago d’acqua dolce del mondo. Caotica ma inaspettatamente pulita, la città affianca la realtà dei resort con piscina e vista lago per i turisti e delle ville elettrificate con antifurto a spazi aperti di povertà. Abbiamo visto lavare le automobili nel lago e visitato il mercato.

Come si fa – Come lavarsi i denti in Africa. Non usare acqua di rubinetto, a meno che non si desideri sperimentare un attacco di dissenteria. Prendere una bottiglietta d’acqua (non importa se naturale o frizzante). Controllare che sia sigillata. Aprirla e versarne il contenuto in un bicchiere, sino a riempirne metà, sufficiente per svolgere l’intera procedura di lavaggio. Per i più prudenti, usare il colluttorio almeno una volta al giorno. Nel caso in cui vogliate fare uno scherzo a Francesco, sostituite la sua bottiglietta d’acqua con altra bottiglietta riempita di acqua del rubinetto. Apprezzerà.

20 agosto

Oggi giro di alcune delle chiese e delle scuole che Padre Christopher sta costruendo nella parrocchia di Siongiroi.

Il fatto del giorno – “Sulle strade del mondo”, questo è il tema della prossima giornata mondiale missionaria. Nell’addentrarci all’interno del territorio, su strade dissestate e divertenti da percorrere, ci siamo resi conto che in Africa la vita si incontra sulla strada: l’Africa è trasparente perché la vita si incontra sulla strada, i negozi sono lungo la strada, i bambini giocano sulla strada; è l’Africa stessa che si riesce a conoscere proprio muovendosi sulla strada. Invero Siongiroi come paese si sviluppa su una strada in orizzontale; nel giro odierno, invece, le strade da essa si diramavano fra i campi; strade fangose, difficili da percorrere in automobile, che portano in posti in apparenza isolati e nei quali invece si è sempre ben accolti. La parrocchia è distribuita su un territorio vasto, Christopher sta costruendo ovunque chiese e scuole, che qui sono il punto centrale attorno al quale si sviluppa la comunità. Tranne una, scuole e chiese visitate sono state le stesse del 2011, ed è stato bello vedere i progressi compiuti nelle costruzioni. Nel percorrere le strade in automobile, i bambini correvano attraverso campi per salutarci, è davvero una bella sensazione vedere tanti visi sorridenti che cercano di raggiungerti. Sara si è sentita il Papa sulla Papa-mobile ed ha elargito qualche benedizione. A Francesco è piaciuto osservare l’architettura dei vari progetti di costruzione delle chiese della parrocchia; ogni chiesa ha uno stile diverso, Padre Christopher non ne progetta mai due uguali; in qualità di arredatore, a Francesco piacerebbe contribuire con delle idee. Nella prima chiesa visitata l’accoglienza è stata fantastica, canti, balli, chai e biscotti, ed abbiamo potuto incontrare bambini ed anziani, alcuni con il grande lobo bucato nelle orecchie. Nell’ultima scuola, inedita rispetto al 2011, abbiamo trovato ampi spazi aperti come nella “nostra” scuola di Siongiroi: i bambini che ci attendavano avevano ciascuno una ruota, in pratica tanti “Ruotolo” con cui è stato bello improvvisare una gara entusiasmante di corsa con la ruota. Tornando verso casa abbiamo incontrato un bambino su una bici grande 3-4 volte lui e lo abbiamo ribattezzato provvisoriamente “Biciclettolo”. Isabella ha incrociato una giovane donna che, riferendosi a noi, le ha detto: “Fermali, voglio almeno salutarli, voglio “assaggiare le loro mani”…”: il desiderio di conoscerci di queste persone è quasi fisico, il nostro passaggio non li lascia mai indifferenti. Al tramonto, Cristina è stata invitata da una ragazza della scuola che vive nel villaggio ad entrare nella propria casa: non era una capanna ma una casa strutturata in diversi scompartimenti (zona cucina, zona letto, zona dispensa, zona per accudire gli animali), piccola ma accogliente, con divani, sedie, persino fotografie. “La Siongiroi delle capanne esisterà ancora fra 10 anni?” Osservando le differenze fra il 2011 ed il 2013 spesso ci facciamo questa domanda. Alla sera musica: suor Jola “Mdogo”, avvicinando un bambino che non poteva ballare perché teneva il fratellino sulle spalle, gli ha chiesto di metterlo sulle sue spalle con il kanga all’africana, ed il bambino le si è addormentato addosso.

Come si fa – Come andare a correre in Africa. Indossare l’abbigliamento usato il giorno prima e scarpe da ginnastica. Scegliere la via da percorrere sulla base della fangosità della stessa. Sulla strada si incontrano supporters (“Giraf, Giraf!”) e “Citofoni” (“Ciaoooo!”). Fare 1, 2 o 3 giri del percorso a seconda delle proprie capacità. Concludere rimuovendo il fango dalle proprie gambe. Nel caso in cui vi perdiate per strada, fatevi raggiungere: un bambino africano sa sempre tornare a casa.

21 agosto

Oggi una giornata piena di incontri: al mattino con giovani di varie età, in particolare 18-20 anni, presenti alla scuola per un seminario di tre giorni, cui sono seguiti il pranzo con il Consiglio Pastorale, un nuovo incontro con i genitori dei bambini del villaggio e la visita al bar di Richard.

L’Africa è – Contraddizioni. Volere fare le cose “pole pole”, lentamente, e poi fissare in una sola giornata 4 incontri con gruppi e persone differenti. È comprensibile, ad esempio, che Padre Christopher avesse organizzato il pranzo con il Consiglio Pastorale, in pratica i suoi più stretti collaboratori, e siamo stati contenti di avere avuto l’opportunità di incontrare queste persone che tanto si sono adoperate per rendere possibile e confortevole la nostra visita. Allo stesso tempo, però, ci è dispiaciuto che l’incontro coi genitori dei bambini del villaggio fosse stato fissato quasi in contemporanea, sicché non si è riusciti a godere anche della presenza di questi altri nostri ospiti. Quando i bambini sono entrati nel giardino della casa, abbiamo visto come fossero stati dai genitori accuratamente lavati ed indossassero l’abito bello. Durante l’incontro queste persone del villaggio, le più povere di Siongiroi, hanno anche voluto svolgere una cerimonia nella quale ci hanno offerto dei doni, fra cui delle brocche vuote di maziwa lala. L’incontro con il Consiglio Pastorale, peraltro, si era svolto all’aperto, in giardino; qui si usa dare agli ospiti, come segno di ospitalità, piatti con porzioni abbondanti, ma l’abbondanza di cibo nei piatti e sulle tavole ci ha procurato un po’ di disagio, perché alle nostre spalle di tanto in tanto comparivano i bambini del villaggio, che di cibo ne hanno davvero poco. Avremmo preferito che la giornata venisse organizzata meglio come tempistiche, per poter donare a tutte le persone il giusto tempo. Un altro aspetto emerso durante l’incontro con il Consiglio Pastorale è stato che i membri del Consiglio non si sono alzati per prendersi il cibo, ma hanno atteso di venire serviti. Sotto vari aspetti, Padre Christopher sta cercando di apportare dei cambiamenti alla mentalità delle persone del luogo, sotto tale aspetto, evidentemente, la strada è ancora lunga. Matteo e Paolo si sono offerti di servire il pranzo, al posto delle donne, con l’idea di proporre un modello di comportamento in cui a servire a tavola siano anche gli uomini. Durante il pranzo, il Consiglio Pastorale ha proposto come priorità da realizzare questi progetti: l’acqua, le aule della Secondary School, la casa parrocchiale vicino alla chiesa, la scuola professionale per le ragazze, il dispensario sanitario; il dormitorio della Primary School invece è stata un’emergenza affrontata in questo mese.

22 agosto

Oggi ci siamo divisi. Alcune ragazze sono rimaste in casa, per farsi fare i capelli l’africana. Gli altri membri del gruppo sono andati alla scuola, per un incontro coi giovani sul tema della “vocazione personale”. Infine si è fatta una veloce uscita in una scuola vicina per valutare l’opportunità di estrarre l’acqua dal fiume con una pompa, creando un acquedotto di collegamento, anziché scavare un pozzo.

Il fatto del giorno – Nel primo pomeriggio abbiamo fatto un giro sul Pk di padre Christopher. Il Pk è il fuoristrada che nel 2011 usavamo abitualmente per i nostri spostamenti. Quest’anno lo avevamo sempre visto fermo parcheggiato nella scuola, con una gomma a terra. Usciti dall’incontro vocazionale con i giovani, durante il quale abbiamo parlato delle 4 vocazioni prendendo spunto dalle nostre vite personali (vita sacerdotale, vita religiosa, vita matrimoniale, laicato), abbiamo trovato Matthew che lavava il Pk in un modo particolare. C’era infatti un bambino che “pedalava” su una bici-pompa per estrarre, attraverso un tubo di gomma, l’acqua dalla pozza, facendola arrivare tramite un secondo tubo sino all’oggetto da lavare o bagnare. Terminato il lavaggio, siamo saliti nel cassone del Pk, pronti a sfidare le strade dissestate di Siongiroi con lo stesso spirito con cui si affronta un giro sulle montagne russe. Suor Jola “Mtakatifu” e suor Jola “Mdogo”, in piedi, sembravano benedire le persone che, lungo la strada, al solito ci salutavano con simpatia. Le due suore sembravano il Papa emerito ed il Papa in carica entrambi a bordo della Papa-mobile. Ad un certo punto, al loro passaggio, un signore anziano si è fatto il segno della croce, non sappiamo se per scaramanzia o rispetto. È stata una scena molto buffa da vedersi. SPQM, Sono Pazzi Questi Mzungu! Christopher ci ha portati sino ad una scuola che si procura l’acqua necessaria estraendola dal fiume. In pratica, vicino al fiume è stata posizionata una pompa che estrae l’acqua e la invia, tramite un piccolo acquedotto lungo circa 1 chilometro, sino alla scuola. L’idea di Padre Christopher sarebbe quella di integrare questo sistema già esistente costruendo l’acquedotto sino alla scuola di Siongiroi, per altri 4 chilometri. La portata del fiume sarebbe sufficiente, essa è costante tutto l’anno ed è paragonabile a quella del nostro fiume Sangone quando affluisce nel Po. Sarebbe comunque necessario costruire anche un sistema di filtraggio dell’acqua e valutare la sostituzione della pompa, per renderla idonea a servire due scuole anziché una, o l’affiancamento alla stessa di una seconda pompa solo per la scuola di Siongiroi.

Come si fa – Come farsi i capelli all’africana. Occorre avere molta pazienza e spirito di sopportazione. L’operazione è dolorosa e può durare sino a 5 ore. Se realmente determinate, comprare in un negozio i capelli finti e recarsi da una parrucchiera, o convocarne una a domicilio. Vi farà sedere e poi inizierà ad intrecciare i capelli finti ai vostri capelli veri, uno ad uno. Nell’intrecciare i vostri capelli, la ragazza li tirerà senza pietà, forse perché qui le donne hanno i capelli corti e quindi le parrucchiere non sono abituate a maneggiare capelli veri né sono consapevoli del dolore che il gesto può provocare.

23 agosto

Oggi abbiamo visitato alcune delle case del villaggio. Cristina, Serena e Francesco prima hanno fatto lezione di pronto soccorso con i giovani presenti nella scuola per il seminario e poi sono andati a lezione di chapati nel bar di Richard, che ha loro mostrato anche il dispensario di Siongiroi. Renato ha partecipato ad una cerimonia di “Bentornata a casa” per un’ex studentessa di Padre Christopher laureatasi in Russia. La ragazza indossava un ornamento masai. Nel pomeriggio, durante l’incontro conclusivo coi giovani nella scuola, è giunta la notizia della morte della figlia trentasettenne di uno dei membri del Consiglio Pastorale, che aveva svolto il ruolo di testimone durante la cerimonia di rinnovo dei voti nuziali di Serafino e Marie-Claire nel 2011. Alla sera, durante la proiezione del film per i bambini del villaggio, abbiamo visto la luna rossa.

Il fatto del giorno – Ogni giorno incontriamo i bambini del villaggio, per giocare, passeggiare insieme, guardare un film. Oggi siamo andati nelle loro case, per vedere dove vivono e conoscere le loro famiglie. Di base, la capanna ha una forma rotonda. Il tetto è fatto di rami di legno e paglia, le mura di fango che ricopre una struttura in legno. All’interno, la capanna si può dividere in più zone, tutte vicine, cucina, letto, … Si dorme in ripari ricavati nel pavimento, di solito su una stuoia. Sotto il tetto vi è una sorta di soppalco, sempre in rami di legno, usato per la dispensa. All’esterno, la capanna ha un ampio terreno, coltivato per le esigenze della famiglia. Le famiglie più ricche hanno animali da cui traggono il proprio sostentamento. Una mattina all’alba abbiamo visto mungere una mucca per avere il latte per la colazione. Se questa è la struttura base di una casa del villaggio, vi sono anche delle varianti. Esistono case più complesse, con camere in stile occidentale, e capanne arredate in maniera curiosa, ad esempio con icone di Gesù o con manifesti elettorali, in una c’era persino una televisione. I vari bambini ci hanno portato con orgoglio ciascuno nella propria capanna, per mostrarci il luogo in cui vivono. È stato bello associare una casa ad ogni volto, e conoscere le storie di alcune delle famiglie nostre vicine di casa. Dennis, ad esempio, ha un papà che si è sposato giovane perché era orfano e figlio unico, ed una sorella che ha una malattia cardiaca. Esau vive solo con la nonna. Ciucciolo ha 6 fratelli. Ogni volto ha la sua storia, che oggi abbiamo conosciuto un po’ meglio.

Come si fa – Come si prepara un chapati normale. Prendere una bacinella grossa, inserirvi acqua e poco meno di 2 kg di farina. Impastare, aggiungendo di tanto in tanto acqua e farina; aggiungere inoltre zucchero, sale ed olio. Fare riposare per 20 minuti. Aggiungere farina, tagliare delle strisce e dividere ciascuna striscia in due per formare delle palline. Stendere le palline con il mattarello. Prendere una padella, ungerla d’olio e friggere ciascuna pallina. Per una versione differente del chapati, più morbida e soffice, prima di friggere rimpastare una seconda volta aggiungendo farina ed olio.

24 agosto

Oggi siamo tornati a Kericho, per partecipare alla Messa celebrata dal vescovo della diocesi, Emmanuel Konbo.

Il fatto del giorno – Il viaggio si è svolto su un grande autobus, in quanto insieme a noi sono venuti a Kericho alcuni giovani della scuola ed altri abitanti di Siongiroi. È stato bello sentirsi un unico gruppo, in particolare al momento dell’offertorio, quando, fra canti e balli, siamo stati chiamati a portare all’altare, tutti insieme, le offerte, proprio come se fossimo lì in rappresentanza di un’unica parrocchia. È stato bello anche l’incontro col vescovo, il fatto che questo incontro si svolgesse ormai alla conclusione del viaggio è stato come chiudere un cerchio: a giugno avevamo ricevuto il mandato dal vescovo di Torino, oggi abbiamo incontrato il vescovo di Kericho che ci ha chiesto di portare i suoi saluti al suo pari della nostra diocesi. Una caratteristica di questa terra è il dono della musica: anche oggi canti e balli in chiesa sono stati spettacolari, e durante il viaggio di ritorno in pullman i giovani della scuola hanno voluto intonare nuovamente alcuni di essi, dando vita ad un momento emozionante. Prima di salutare definitivamente Kericho e le sue distese di the, che oggi abbiamo potuto ammirare baciate dal sole, nel loro verde così bello da sembrare dipinto, abbiamo fatto visita nuovamente alla famiglia di Padre Christopher. Questa volta a ciascuno di noi è stata regalata una confezione di chai, a qualcuno durante la serata è sfuggito un commento su quanto fosse buono qui il the e subito hanno voluto farcene dono. L’Africa è davvero una terra in cui chiedi e ti verrà dato.

Come si fa – Come farsi una doccia in Africa. Prendere due catini di quelli che si usano per fare il bucato. Riempire d’acqua il primo catino. Spogliarsi ed entrare nel secondo catino. Iniziare e concludere la procedura di lavaggio, usando le mani, la spugna o altri strumenti come la brocca vuota del maziwa lala. Non fare uscire l’acqua al di fuori del diametro del catino per evitare di allagare il pavimento. Non preoccuparsi del colore marrone dell’acqua raccolta dentro il catino alla fine della procedura. In alternativa, fare un viaggio in matatu in un giorno di pioggia.

25 agosto

Oggi abbiamo partecipato alla Messa di commiato dalla comunità di Siongiroi. A seguire, alcuni di noi hanno partecipato ad una Messa per la ragazza defunta di cui abbiamo scritto negli scorsi giorni, cui hanno presenziato moltissime persone, compresi i protestanti. Al termine della cerimonia il padre della ragazza ha fatto un discorso di ringraziamento sembrando invero calmo e sereno; in Africa la morte è evidentemente sentita davvero come parte della vita e non come un evento eccezionale. Altri fra noi hanno utilizzato le ore pomeridiane per fare visita ad alcune case di gente del luogo, scoprendo altri dettagli particolari di vita africana: qui ad esempio è considerato segno di ricchezza avere un pollaio o potersi permettere di andare dalla parrucchiera a farsi i capelli, come hanno fatto negli scorsi giorni le ragazze del nostro gruppo. Abbiamo fatto visita anche alla casa di Pauline, una delle maestre della scuola, la cui nipote le aveva chiesto ripetutamente: “Ma i mzungu quando vengono a visitare la nostra casa?”. La sua casa appare come un piccolo angolo idilliaco, con un laghetto nel quale abbiamo visto riflesso il tramonto.

Il fatto del giorno – Oggi si è svolta la Messa di commiato dalla comunità di Siongiroi. Canti, balli, doni, la chiesa stracolma di gente venuta anche da lontano per salutarci, la celebrazione si è svolta in maniera simile a quella che 3 settimane fa era stata la celebrazione di accoglienza: la vera differenza è stata dentro di noi. Se tre settimane fa non avevamo ancora davvero incontrato questa terra, oggi ce ne sentiamo parte e non vorremmo staccarcene più. Alcuni di noi, al momento dei saluti, si sono commossi, come Cristina, ed è stato bello vedere riflessa negli occhi delle persone sedute di fronte a noi, in particolare i membri del coro e del consiglio pastorale, la stessa commozione. È stato bello anche vedere mescolati fra la folla, oltre ad alcuni bambini della scuola, quei bambini del villaggio che sono stati con noi ogni giorno. Ciucciolo ballava in maniera buffissima, e di tanto in tanto si metteva a fare le boccacce ad una mucca che sembrava voler entrare in chiesa. Se l’altra volta eravamo stati stupiti, travolti, dalla spettacolarità dei balli e dei canti, questa volta ci siamo sentiti più partecipi: conoscere già questi balli e questi canti ci ha permesso di interagire meglio, di ballare e cantare anche noi insieme agli altri. I doni sono stati tutti molto belli, in particolare i kanga per le ragazze, doppi, ed una brocca data da Christopher a suor Jola come gesto di ringraziamento per avere portato, dopo il precedente viaggio del 2011, nuovi amici italiani a Siongiroi. La brocca serve a conservare e rinfrescare l’acqua ed è stata data da Christopher a Jola come un dono molto personale, “come il tuo velo”. Alla fine della Messa le persone sono venute a salutarci ad uno ad uno, dandoci dei soldi in mano come noi avevamo fatto col vescovo ieri a Kericho. Come sempre, in Africa non poteva mancare il momento dei discorsi: fra i tanti, vogliamo citarne almeno uno, quello di una signora che vedendo i bambini avvicinarsi a noi in strada per giocare, aveva chiesto loro di non importunarci, ma i bambini le avevano risposto che eravamo noi a voler giocare con loro. Qui sono solo madri e maestre ad occuparsi dei bambini, il fatto che noi ci siamo presi cura di loro, il fatto che spesso fossimo per la strada con i bambini per mano o sulle spalle, ci ha procurato la simpatia della gente del luogo, che è rimasta colpita favorevolmente. Anche noi abbiamo fatto un discorso ciascuno, anche in questo caso vogliamo citarne almeno uno, quello di Miriam che, facendo riferimento al passo del Vangelo in cui si dice che nel regno dei cieli si entra per una piccola porta, ha voluto dire agli abitanti di Siongiroi che essi erano riusciti ad entrare tutti quanti nel suo piccolo cuore.

26 agosto

Oggi siamo andati a visitare il Masai Mara.

Il fatto del giorno – Il Masai Mara è uno dei più grandi parchi naturali del Kenya e contiene una varietà impressionante di animali allo stato brado. Ciascuno di noi ha trovato il suo preferito, dall’elegante giraffa al buffo facocero, dai maestosi elefanti, che abbiamo visto giocare con un cucciolo, ai ghepardi, rarissimi da avvistare ed incontrati oggi per la prima volta a differenza che nelle precedenti esperienze missionarie, da un leone solitario e sonnacchioso sino al branco delle 15 leonesse, che nel momento in cui le abbiamo finalmente avvistate si stavano svegliando, forse pronte per andare a caccia (Francesco si è offerto di fare da preda per una spettacolare sequenza fotografica, ma Serena si è opposta, con disappunto di Renato). E poi, ancora, zebre, antilopi e tanti altri animali. Verso le 11:30 abbiamo fatto un pic-nic con gli ippopotami. Miriam, appena entrati nel parco, per l’emozione ha stretto la mano di Isabella quando ha visto per la prima volta una giraffa dal vivo, Isabella stessa nel corso della giornata avrebbe voluto scendere dall’automobile ed abbracciare gli animali ad uno ad uno, Francesco si sentiva catapultato dentro il film “Il Re Leone”; quanta emozione per tutti noi a trascorrere una intera giornata qui, dall’alba sino allo spettacolare tramonto. Non si può non rimanere colpiti dall’immensità di questi spazi, in cui gli animali vivono liberi, e non pensare a come debbano sentirsi quanti, fra i loro simili, vivano rinchiusi in zoo e circhi. A noi stessi fa malinconia il pensiero di dover tornare a vivere negli spazi chiusi delle nostre città, fra soli pochi giorni. Ai limiti del parco abbiamo anche visto camminare i masai, da soli o portando al pascolo i loro animali; le abitazioni di questa tribù sono recintate per proteggersi dagli animali. La savana ha colori bellissimi, il giallo dei prati, il verde degli alberi sparuti e solitari, l’azzurro dei cieli, colori che sembrano davvero essere stati presi da un dipinto. Quanta fantasia deve avere Dio per creare un paesaggio così!

27 agosto

Ultimo giorno a Siongiroi.

Frammenti d’Africa

  • Alla ricerca della foresta: trovare solo arbusti e piccole piante anziché gli alberi d’alto fusto di amazzonica memoria. Essere felici, comunque, nell’incontrare l’altro volto di Siongiroi, donne e bambini al lavoro nei campi, attimi di quotidianità.
  • Partecipare al funerale della figlia del consigliere e percepire che qui la morte è accolta diversamente. La nascita è “alba”, la morte è “tramonto”, non c’è vera tristezza ma speranza di una vita migliore nell’al di là, in cui ci si ritroverà un giorno.
  • A casa di Matthew sentirsi come a casa di un amico che già ci conosce bene.
  • Nelle capanne del villaggio, salutando i bambini e le famiglie. Separazione ed emozione.
  • Fare le valigie e scoprirle vuote delle cose che abbiamo portato e che lasceremo qua, e piene dei regali che abbiamo ricevuto.
  • Il sorriso dei bambini quando alla sera sono entrati a casa nostra ed abbiamo distribuito i regali che avevamo comprato o portato per loro, vestiti e peluches.
  • Ballare, mangiare, semplicemente stare seduti mischiati alle persone che hanno lavorato per noi in questo mese, senza che nessuno servisse nessuno.
  • Ritrovare Gianni ed Alberto, gli amici con cui avevamo iniziato il viaggio, e Don Richard. Consapevolezza e nostalgia di essere arrivati all’ultima pagina di questa avventura africana, domani si parte.

28 agosto

Da Siongiroi a Nairobi, destinazione aeroporto. Tre ricordi in breve: uno brutto, dover saltare la tappa di Nakuru (souvenir e mercato nella città dei fenicotteri) a causa della lentezza del pullman che ha viaggiato un po’ troppo “pole pole”; uno buffo, Miriam che in pausa pranzo in un resort si entusiasma per il primo toast al prosciutto dopo un mese; due belli, andare a svegliare i bambini all’alba nelle loro capanne per salutarli ancora una volta e distribuire gli ultimi regali; più tardi, incontrare per strada bambini, come Peste Kidogo, non incontrati in questi ultimi giorni e venuti apposta a cercarci per darci l’ultimo saluto, ed accompagnarci sino alla partenza.

Renato “Kiplangat” Amatteis

Il senso di un’esperienza missionaria

Una volta tornati a casa, la domanda che spesso viene rivolta a chi ha partecipato ad un’esperienza missionaria è: “Che cosa siete andati a fare?” E la risposta di solito è un semplice elenco: “Siamo andati a giocare con i bambini africani, ad insegnare l’italiano nelle loro classi, a documentare la realtà in cui essi vivono…” A questo punto l’interlocutore di solito ti interrompe guardandoti perplesso e ti chiede: “Sì, ma in concreto che cosa siete andati a fare?” La verità è che il senso di un’esperienza missionaria è innanzi tutto qualcosa di personale, e non esiste una risposta univoca valida per tutti. Per qualcuno è una sensazione, per qualcun altro un’immagine od un ricordo. Non serve altro per sentirsi diversi “prima” e “dopo”. Questo, sì, è comune un po’ per tutti: il sentirsi diversi “prima” e “dopo” avere vissuto un’esperienza così. Se non ci si sente “diversi”, vuol dire che si è fatto “turismo” e non “un’esperienza missionaria”. Forse il senso di questo tipo di esperienza è innanzi tutto accettare di lavorare su se stessi e sul proprio modo di guardare il mondo, per poi trarne le conseguenze che ne derivano. Può sembrare una risposta, una “scelta”, banale, ma in verità quanti fra noi vivono le proprie giornate con questo atteggiamento?

Cristina: “Ciò che mi porto dietro è la sensazione di sintonia. Sintonia fra il paesaggio africano, che donava pace interiore, e la semplicità delle persone, che parlavano sottovoce. E poi il loro modo di esprimersi: quando cantano, ti entrano nel cuore; quando ti incontrano, ti danno il benvenuto; quando ti osservano, ti notano in silenzio. È questo che mi ha colpito di più: la contrapposizione fra forte serenità e forti emozioni”.

Francesco: “Il sorriso. Dei bambini, degli adulti. Sorridono sempre, in particolare nel momento dell’incontro. Provate ad osservare le persone attorno a voi in Italia: quante sorridono? In Africa c’è un’empatia tale che non serve una lingua comune per comunicare, bastano i gesti ed il sorriso.”

Matteo: “È stato bello vivere all’interno del villaggio ed incontrare una cultura diversa, che segue regole diverse dalle nostre. In futuro potrebbe essere interessante andare ad abitare nelle singole capanne, per conoscere davvero dall’interno il loro modo di vivere.”

Sara: “L’idea della comunità. Vivono molto “insieme”: dal fare festa allo stringersi l’un l’altro durante il funerale, all’aiutarsi a vicenda, è tangibile il loro essere comunità; si sono aperti a noi e quindi siamo diventati parte della comunità; l’immensità del paesaggio ricorda l’immensità nel senso dell’ospitalità, c’è posto per tutti. Anche nella scuola: i bambini nelle classi ci facevano sedere vicini, ci abbracciavano. Non può essere artefatto tutto ciò, deve essere il loro modo di essere. Insieme.”

Luisa: “A me resterà dentro la loro semplicità, soprattutto se penso ai più poveri, ai bambini del villaggio che non hanno nulla ma sono sempre felici, non si lamentano, e condividono quel poco che hanno.”

Sonia: “Io ero già stata a Siongiroi nel 2011. Il ricordo particolare che mi porto dietro quest’anno è che abbiamo trascorso molto più tempo con i bambini del villaggio, oltre che con quelli della scuola. Abbiamo legato di più, e questo mi è piaciuto molto. E poi mi sorprende la forza che hanno questi bambini, sia fisica (basti pensare al fatto che portano il fratellino in braccio), sia caratteriale: in pratica si crescono da soli.”

Renato: “Anche per me è stato un ritorno. È stato bello come l’altra volta, però non essendoci state vere novità mi è parso che il tempo passasse più in fretta; forse mi è mancato il gusto dell’esplorazione, questo sì, ma è stata comunque un’esperienza positiva, mi sono sentito come se fossi tornato in una casa che conoscevo già, ed in cui ero ben accolto. E poi mi è piaciuto accompagnare altre persone e vedere il loro stupore, le loro reazioni, di fronte alla realtà africana. Come se i loro occhi fossero i miei occhi.”

Suor Jola “Mdogo: “Io sono molto contenta che, al momento della condivisione serale, talora siano state notate e discusse alcune contraddizioni nel loro modo di vivere, perché così abbiamo messo in discussione noi stessi. E così secondo me è stato anche per loro: ad esempio, durante la cena dell’ultima sera, all’inizio Janet e Margareth, e lo stesso Matthew, se ne stavano in disparte, attendendo di mangiare per ultimi, poi hanno accettato che il senso della serata fosse stare tutti insieme, senza che nessuno servisse nessuno, ed ho visto qualcosa di diverso nel loro sguardo.”

Serena: “Il rispetto della persona, anche fra bambini piccoli verso i bambini ancora più piccoli: si aiutano, si portano in spalle a vicenda, se qualcuno perde una scarpa gliela infilano, si tolgono le spine a vicenda…”

Silvia: “Io inizio già a sentire la nostalgia. Mi piace ricordare una frase di Padre Christopher, che nel salutarci ha detto: “Adesso voi tornate a casa ma nessuno vi ha detto che dovete tornare a casa, nessuno vi ha invitato ad andare in Italia; lo stesso deve essere per questa casa, tornate quando volete, non è necessario essere invitati”. Per me è così, io sento già il bisogno di tornare a Siongiroi, è come se lì avessi trovato il mio posto giusto.”

Miriam: “Da questa esperienza mi porto indietro tanto, ho dato tanto ma ho ricevuto tanto ed è davvero come se nelle persone di Siongiroi avessi trovato una seconda famiglia. Durante il viaggio di ritorno mi sembrava che il tempo fosse un po’ sospeso, guardavo fuori dal finestrino sapendo che erano le ultime ore d’Africa, ed era come se volessi imprimermi nel cuore quelle immagini.”

Isabella: “Desidero condividere ciò che sento più che ciò che penso, e cioè: gratitudine, felicità, amore e nostalgia. Gratitudine: sono grata a Dio che mi ha donato la vita ed agli incontri in Kenya che me l’hanno arricchita; felicità: per quanto ho donato e quanto ho ricevuto, mille colori, mille sorrisi, e per avere trascorso un mese senza orologio, quasi senza pensieri, “hakuna matata”; amore: è la sensazione che più ho vissuto, servizio umile, tollerante, generoso, accogliente, che spero di portarmi a casa e che duri il più possibile; nostalgia per questa vita semplice, dignitosa ed essenziale, per questa fede profonda, cantata e vissuta, e per questa terra che da sempre ho sognato, desiderato ed amato e che ora è un po’ casa mia.”

Paolo: “Devo ancora elaborare questa esperienza, guardarla da un altro punto di vista per capirla meglio; in questo momento sono molto entusiasta, e non me l’aspettavo. Ho vissuto un mese senza sovrastrutture, in armonia con quanto accadeva nella giornata a prescindere dai programmi; mi sono adattato alle circostanze, e questo mi ha stupito. È stato bello, e molto.”

Suor Jola “Mtakatifu: “Per me è stata la quinta esperienza missionaria, la seconda a Siongiroi. Sono molto contenta del gruppo di quest’anno, tutti hanno saputo affrontare questo viaggio nel modo giusto, non una vacanza ma qualcosa di più, l’incontro di due chiese gemelle. Inserirsi nel cammino di un’altra cultura è stare insieme nel bene e nel male, la missione non è solo divertimento ma anche fatica, si sta insieme sia nella gioia sia nel dolore. Basti pensare al primo giorno, vissuto sulle ceneri del dormitorio bruciato da poco, o all’ultimo, vissuto partecipando ad un funerale.”

14 persone, 14 risposte differenti alla domanda “Che cosa ti porti dietro?”

Ecco che cosa siamo andati a fare in Africa. Ad incontrare ed a vivere un’altra cultura, per crescere. Insieme.

Il saluto di padre Christopher

Vorrei ringraziare prima di tutto il Signore che ci ha aiutato con i nostri amici venuti dall’Italia per fare il lavoro missionario nella nostra parrocchia. Ringrazio tutti gli amici italiani venuti a Siongiroi, per come hanno svolto il loro lavoro in mezzo a noi e per la loro disponibilità. Tante attività hanno coinvolto i bambini della scuola, quelli del villaggio, i fedeli e gli abitanti della Comunità, che sono rimasti tutti molto contenti. Pazienza, umiltà, senso di collaborazione, nel loro comportamento ho trovato testimonianza di fede cristiana e capacità di portare avanti un progetto spirituale ed accademico. Insieme abbiamo formato un’unica famiglia. Dico grazie a ciascuno di loro, in particolare a suor Jola che ha voluto portare a Siongiroi un nuovo gruppo di amici italiani, che hanno potuto usare come base l’esperienza missionaria del 2011 per vivere al meglio anche questa nuova esperienza. In seguito al passaggio dei nostri amici italiani, alcuni protestanti mi hanno chiesto di poter tornare all’interno della chiesa cattolica. Anche il vescovo e gli altri sacerdoti della nostra diocesi sono rimasti contenti per questo mese di amicizia e di collaborazione fra Italia e Kenya, e sperano che in futuro possa tornare a rinnovarsi. In conclusione, vi auguro una vita felice e prego Dio per voi, con un pensiero particolare per suor Jola “Mtakatifu”, che possa vivere una felice nuova esperienza nel posto in cui sarà mandata a dare testimonianza cristiana dopo la parrocchia di Nichelino. Un caro saluto a tutti voi, spero che tornerete a trovarci presto. “Karibuni Tena” (“Benvenuti ancora”).

padre Christopher Rotich

All’esperienza missionaria in Kenya hanno partecipato:

  • Cristina “Chepchiroi” Bianco, l’infermiera che corre al sorgere del sole
  • Francesco “Kepniano” Cirronis, l’animatore africano
  • Isabella “Mama Chepkemoi” Bornengo, prof ma non troppo
  • Luisa “Cherono” Caraci, l’amica degli elefanti
  • Matteo “Kiplangat” Scapolan, tecnico multimediale
  • Miriam “Chepkoech” Bornengo, la studentessa fuori sede
  • Paolo “Baba Chepkoech” Bornengo, il leone di Siongiroi
  • Renato “Kiplangat” Amatteis, che ha scritto il diario
  • Sara “Chepmieno” Costantino, nome di battaglia “Giraffe”
  • Serena “Chepkoech” Caraci, l’infermiera da pronto soccorso
  • Silvia “Chepkemoi” Bornengo, ballerina di danze tribali
  • Sonia “Cellangah” Caraci, la voce sorridente della savana
  • Suor Jola “Chepkoech” Plominska (“Mtakatifu”), l’amica dell’amaca
  • Suor Jola “Chepkoech” Skorupa (“Mdogo”), colei che si incontra all’alba
2017-08-21T22:43:06+00:00 28 agosto 2013|Esperienza missionaria|0 Commenti

Scrivi un commento